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Tasse, maledette tasse

17 commenti (espandi tutti)

ammetto di non capirci molto di macroeconomia, ma il primo grafico non implica che, se la differenza tra reddito totale e reddito disponibile è data dall'esuberanza fiscale (che gli aggettivi sono giudizi di valore), i consumi sono cresciuti praticamente uno a uno con questa ultima? O no?

Poi un altro dubbio.  Quello che viene chiamato "consumo della pubblica amministrazione"  nel post è un residuo che sparisce dall'economia? Chi sono i soggetti che beneficiano di questo consumo?  I consumi nel grafico includono quelli della P.A. o no?

 

I consumi del grafico includono solo quelli delle famiglie; i consumi pubblici comprendono anche spese per sanita' e scuola, tanto per fare un esempio. Non so cosa intendi per "spariscono". Fanno parte degli usi delle maggiori risorse incamerate evidenziate dal grafico.

Come dice Andrea, non e' un residuo che sparisce nel senso che sono risorse che vengono bruciate, buttate in mare, disperse come ceneri al vento:

Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

Il problema e' se a questo aumento di spesa e' corrisposto un congruo aumento di qualita' e quantita' dei servizi forniti, come dicono ancora gli autori (neretto aggiunto):

Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni '70 ed '80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un'altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

 

Si Giorgio e Andrea, ho capito che il consumo pubblico è uno degli "usi" che si fanno delle risorse accumulate con le tasse. Quello che chiedevo è se l'aumento di questo consumo pubblico (scuola sanità e via dicendo) fosse in qualche modo compreso (in parte almeno) nell'aumento della variabile "consumi delle famiglie" nel grafico. A quanto ho capito la risposta è no.  Nel grafico ci sono i consumi privati solo. Right?

Right. I consumi delle famiglie corrispondono a beni e servizi che le famiglie ACQUISTANO. Qualsiasi bene o servizio che venga ricevuto da ente pubblico o similia ad un prezzo inferiore al suo valore di produzione, non viene (per la parte non pagata) compreso nei consumi delle famiglie. Quindi, la scuola per esempio non c'è ed anche quella parte della sanità che i cittadini non pagano direttamente, la sicurezza pubblica, eccetera.

D'altro lato, il reddito disponibile del settore pubblico (stato+regioni+ ...+circoscrizioni rionali) è uguale a tutte le risorse che il settore raccoglie (fondamentalmente a base di tasse, contributi, accise, ...) MENO tutti i trasferimenti in denaro che il settore pubblico fa verso le famiglie e le imprese. Questi ultimi trasferimenti corrispondono, per esempio, agli stipendi (netti) dei dipendenti pubblici (che entrano nel reddito disponibile delle famiglie), i sussidi alle imprese, le pensioni di ogni tipo e sorta, eccetera.

Quanto rimane corrisponde al reddito disponibile del settore pubblico che viene speso, fatte salve poste minori e complicate, in beni e servizi acquistati dal settore pubblico per svolgere la propria benefica funzione (le 180mila macchine blu, lo champagne della bouvette di Montecitorio, gli aerei che Mastella e Rutelli usano per andare a vedere la F1 a Monza ...) ed in pagamenti di interessi sul debito pubblico.

Yep, battiamoci perché nel discorso comune si aggiunga "privati" a "consumi delle famiglie", o anche "spesa per consumi delle famiglie", così non mi confondo:)

Sono andato sul sito dell'Eurostat, pare che dal '95 al '05 la "General government final consumption expenditure" (che è quello di cui stiamo parlando, a sto punto) italiana sia passata dal 18% al 20.4% (percentuale del GDP), ancora sotto la media Europea, che nel 2005 è del 21%. Se mi trovo in Italia rivotero' la sinistra a sinistra del PD, sperando che ci porti in media europea :)

In Italia sarebbe meglio che la "General government final consumption expenditure" rimanga inferiore alla media europea e anzi diminuisca rispetto ad oggi per diversi motivi

  • la spesa per gli interessi sul debito e' maggiore
  • la qualita' dei servizi statali e' inferiore (l'Economist la definisce "miserabile"): i servizi acquistati da privati sono probabilmente migliori
  • parte cospicua della spesa statale viene usata per propaganda (RAI, sussidi ai giornali) oppure per
    spesa clientelare improduttiva in cambio di consenso politico
  • il numero e lo stipendio degli amministratori e dei politici in Parlamento sono superiori alla media europea a fronte di una qualita' nettamente inferiiore

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti? 

Non so cosa farebbe Alberto, ma io taglierei i fondi di ricerca migliorando al contempo la qualità media della stessa.

Impossibile? Miracoloso? Effettivamente, io sono più bravetto della media in queste cose, ma questa volta si tratta di un'assoluta banalità. Per essere più precisi, per tagliare i fondi e al tempo stesso migliorare la qualità della ricerca, agirei nel seguente modo.

1) Creerei una commissione di esperti internazionali che definisse standards di qualità della ricerca e competenza minima dei ricercatori che pago, oltre che criteri di valutazione del tipo "se ha prodotto X(1) pagalo Y(1), se ha prodotto X(2) pagalo Y(2), etc.".

2) Userei i criteri definiti da tale commissione per valutare la produttività dei ricercatori che al momento lavorano in Italia. Per far questo, ed evitare conflitti d'interesse, probabilmente mi cercherei un agenzia di valutazione indipendente, straniera per esempio.

3) Licenzierei in tronco tutti i ricercatori che non soddisfacessero ai criteri minimi così stabiliti e ridurrei gli stipendi di quelli che, sempre in base ai medesimi criteri, risultassero pagati troppo. Altrettanto ovviamente aumenterei gli stipendi di quelli che dovessero risultare pagati troppo poco.

Semplice come dire uno, due, tre. Basta non essere supini alle corporazioni (note ai più come sindacati) dei ricercatori incompetenti, ed essere persone minimamente competenti.

P.S. Impossibile da farsi, ovviamente, se si è il partito dei ricercatori incompetenti, votato dai medesimi e, magari, repleto dei medesimi in qualità di funzionari o parlamentari. In questo caso si sceglie di aumentare ulteriormente le spese, perché questo permette l'appropriazione dei redditi di chi lavora ed è competente, continuando a fare l'assoluto nulla. Oppure, in generale, se ce ne frega nulla che i migliori vengano premiati, magari perché sappiamo di essere dei mediocri, e quindi preferiamo la mediocrità generale e lo spreco delle tasse degli altri. Anche in questo caso la soluzione ovvia non si farà e si continuerà a dire che siamo incompetenti perché non ci pagano abbastanza.

Ecco Michele, tu hai proposto un meccanismo che possa migliorare l'efficienza della spesa in ricerca. Il fatto è che 1-2-3 (il meccanismo)  implicano meno spesa&+efficienza  , meno spesa da sola non implica nulla.

Ora, perché lo stesso argomento di teoria dei meccanismi non lo si fa per altre componenti della spesa pubblica? Ho scelto l'esempio della ricerca perché sapevo che ti (vi) sta a cuore. E' dalla metà degli anni '70 che gli economisti studiano meccanismi e contratti (al di là del mercato) , eppure in Italia quando si parla di spesa pubblica la ricetta che praticamente tutti propongono (anche quelli che si professano a sx)  è sempre quella del mercato: smantellate, vendete and  let the market work. Devo credere che tutti gli Econometrica Jet etc servono solo a  dimostrare quanto si è intelligenti e a prendere tenure? Perché se così è, allora ci potevamo fermare ad Adam Smith. 

Oh, no. Non ci siamo proprio capiti! Visto che non ci siamo capiti nella versione rapida, proviamo con quella lenta e dettagliata.

Io mi ero
assunto l'onere della "compatibilità politica", come lo chiama giustamente il
mio amico Alberto Bisin, ed avevo fatto una proposta che risolveva l'apparente paradosso ma che, per farti contento, era difettosa
e costosa
. Perché costosa e difettosa? Questa versione già è lenta abbastanza così, quindi lascio la soluzione di questo ulteriore puzzle alla tua agilità intellettuale. Hint: pensa agli incentivi dei giocatori nel gioco ripetuto e capisci subito
perché è difettosa, oltre che costosa, la proposta del commento precedente.

Torniamo al punto. Tu chiedi: come migliorare la qualità della ricerca riducendo al contempo la spesa pubblica per ricerca - quantità miserrima, lo sappiamo tutti, e probabilmente inferiore a quella della spesa pubblica per i festivals del cinema e le giovani fanciulle in carriera con email @governo.it, ma transeat. Poiché usmeavo - così a naso: sono un topo che si fida del suo intuito - che a te piacessero lo stato e le sue spese più che il mercato e la libertà, mi sono
inventato un semplice meccanismo (banalotto alquanto ...) che risolvesse l'apparente paradosso e soddisfacesse al requisito
di mantenere l'intera cosa sotto controllo pubblico,
finanziamento pubblico, e balle del genere.

Ma, se mi permetti di
ignorare il vincolo politico-ideologico del "tutto pubblico", la soluzione è molto più semplice,
meno costosa e, soprattutto, più efficace: licenzi TUTTI, chiudi la baracca e tiri i
burattini. Okkei, okkei, messa così è troppo brutale. Diciamo che dai due o anche tre anni di preavviso, cosicché i privati che
vogliano entrare nel settore una volta che ne escano gli enti pubblici inefficienti ci entrino, e quelli che nel settore pubblico han voglia di far ricerca seriamente e la sanno fare si preparino alla nuova normativa. Magari chiedendo che la loro università o centro di ricerca si trasformi in organizzazione senza scopo di lucro secondo procedure che spero siano abbastanza ovvie. In altri termini, privatizzi l'università italiana, non nel senso che la vendi ai privati (chi vuoi che se la compri?) ma nel senso che trasformi università, centri di ricerca ed altre amenità pubbliche in enti di diritto privato completamente indipendenti e patrimonialmente autonomi (trasferendo loro ville e palazzi, sedie e banchi, computers e bidelli) ... Come farlo ne abbiamo già discusso qui e, se proprio qualcuno volesse farlo, mi offro da consulente gratuito. Ecco, questa è la soluzione completa, non sempliciotta, ed efficiente. Ed anche questa, credimi, è un meccanismo. Un meccanismo di mercato, anzi un meccanismo di mercati.

Perché, vedi, non c'è "il mercato", ci sono "i mercati". Diversi fra loro, eterogeneamente assortiti ed organizzati, regolati o meno a seconda della bisogna e dell'evolversi delle tecnologie. Non tutti perfettamente competitivi, alcuni proprio non si riesce, ma quasi tutti "più competitivi" del monopolio pubblico. Ed i mercati sono meccanismi, alcuni ottimi altri meno, ma meccanismi. Qui sta infatti, la chiave concettuale su cui si fonda la teoria dei meccanismi di Leo&Co: non vi è nessuna contrapposizione fra mercati e meccanismi, i primi sono un sottoinsieme (piuttosto denso) dei secondi. Non a caso, quasi tutte le volte in cui qualcuno si inventa un meccanismo (ottimo, date le sue ipotesi) per risolvere un qualche problema di allocazione, questo signore (o signora, che ci sono anche loro) poi si chiede: come lo "decentralizzo" questo fighissimo meccanismo? La parola "decentralizzare", che ai non esperti ricorda il fallimentare trasferimento della raccolta delle spazzature ai consigli di quartiere, fra di noi frequentatori di JET ed ECA vuol dire invece: come trovo un sistema di prezzi (e mercati, quindi) che implementi la soluzione ideale che ho appena disegnato? Non si trova sempre, persino i mercati sono imperfetti ed addirittura incompleti, ma si trova spesso. Oserei dire che, dal punto di vista pratico, si tova quasi sempre la soluzione attraverso mercati opportunamente arrangiati e regolati. Ragione per cui i meccanismi di mercato (plurale: meccanismi) tendono a funzionare, mentre il meccanismo pubblico - 'ché quello è sempre lo stesso e provatamente non ottimo: tassa e spendi che così ti votano - no.

Nel caso in specie il meccanismo sempliciotto che io avevo suggerito (che assumeva l'esistenza di una commissione imparziale di saggi che sapevano esattamente chi è meglio e chi è peggio, chi è cialtrone e chi genio lavoratore; assunzione che in un gioco ripetuto risulta difficile assai mantenere se la commissione è composta da esseri umani e non da angeli) nella realtà delle cose è implementabile praticamente con un sistema di mercati competitivi, o quasi. Non identico a quello USA, ma non molto distante da esso. Insomma, il meccanismo da me descritto è, abbastanza banalmente, decentralizzabile in un sistema di mercati regolati. La decentralizzazione, m'arrischio di congetturare, implementa il meccanismo ottimo anche in un contesto dinamico (gioco ripetuto) mentre il semplice meccanismo da me descritto nel commento anteriore molto probabilmente fallisce per ovvie ragioni di "capture" del regolatore ...

Non so, infine, chi siano questi economisti di sx a cui ti riferisci e che - dagli anni '70! - vogliono liberalizzare ed amano i mercati. Presentameli 'ché io non li ho ancora incontrati: magari ci fossero! Spero tu non abbia il Bersani in mente: ma se non ha libera(lizza)to nemmeno se stesso! A dire il vero, anche se li conosci di dx presentameli, 'ché anche quelli faccio fatica a trovarli. Più in generale, non capisco la protesta finale su quelli che scrivono le cose solo per prendere tenure e si scordano quello che han scritto quando è ora di fare politica economica dove propongono mercati un po' a casaccio. Forse ti riferisci ad un fenomeno recente e che io, per ragioni anagrafiche, non conosco, ma sarei curioso di capire le ragioni logiche (non ideo-logiche) della lamentela - e della scarsa considerazione di Adam Smith, che i meccanismi li aveva capiti. Forse è giustificata, non lo metto in dubbio, ma per renderla comprensibile dovresti dirci cos'hai in mente, a chi ti riferisci, ed in quale occasione uno di noi (noi di nFA, degli altri non rispondo) se ne sia uscito con fesserie mercatiste (termini miei, per riassumere) quando bastava proporre un intelligente meccanismo-non-di-mercato. O forse, non è che bisogna stare attenti a giocare al gatto ideologico con il topo tonto, perché a volte il topo può sembrare tonto, ma non lo è? E forse non è nemmeno un topo ...

Ti rispondo su una cosa velocemente, poi cerco di scrivere qualcosa stanotte. Io mica ho mai detto che i mercati non sono meccanismi. L'hai precisato tu: sono un sottoinsieme (dove l'inclusione è stretta, e sulla genericità non so proprio dirti a questo livello di dettaglio) dei meccanismi possibili. Per gli obiettivi che ci proponiamo (la funzione di scelta sociale), date le ipotesi sull'environment che ci troviamo di fronte (informazione, caratteristiche dei beni, preferenze etc) , il mercato può essere o meno la scelta da adottare. E dato che un meccanismo non è altro che una funzione che associa azioni ad outcomes in modo che "qualche concetto di ottimalità individuale + qualche concetto equilibrio" e in modo che "outcome equilibrio = outcome che ci piace" si ottiene, il tutto si riduce a capire se questi oggetti sono vicini abbastanza a "max su un vincolo lineare + somma degli usi uguale a somma delle risorse ". Tu dici che il sottoinsieme dei meccanismi per cui questo non è vero è abbastanza piccolo, io ho qualche dubbio che questo sia vero per tutte le possibili FBS e per tutti i possibili environment.

Il resto stanotte.

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per
la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi
votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare
una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti?

Date sole due scelte sceglierei la prima. Ma nel mondo reale le scelte non sono solo due.

Nel caso dei ricercatori, siamo nella tipica situazione dello statalismo italiano: assenza di meritocrazia, salari che aumentano solo per anzianita', concorsi aggiustati per cosche baronali quando va bene, per amici e parenti nelle situazioni piu' degradate. In piu', tipicamente il 90% della spesa e' solo per stipendi. Una delle universita' piu' virtuose, Padova, e' al 75%, Pisa invece e' oltre il 90%.

Accanto a gente normale che lavora e spesso e' appassionata, proliferano le sinecure di gente che viene pagata e non si sa nemmeno dove abiti e quale secondo lavoro faccia, oppure ordinari che usano il titolo per aumentare i compensi delle loro prestazioni private subappaltando i corsi ai ricercatori. E' evidente che un qualunque Stato serio metterebbe di fronte questa gente alla scelta di lavorare sul serio, con risultati documentati, oppure trovarsi un'altra occupazione preferibilmente non a carico dei contribuenti. I risparmi per la spesa pubblica sarebbero rilevanti, senza alcuna perdita di servizio pubblico.

Parlando di quelli che lavorano seriamente, gli aumenti automatici per anzianita' in particolare sono una vera sciagura: a fine carriera i professori ordinari italiani guadagnano spesso piu' di quelli USA, in cambio i ricercatori negli anni scientificamente produttivi sono pagati la meta', con salari netti ridicoli rispetto ad ogli altro paese occidentale.

Salvaguardando gli stipendi piu' bassi, si potrebbe tranquillamente tagliare del 50% la parte eccedente il corrispettivo per esempio di 3000 Euro netti al mese tutti gli stipendi (che hanno superato i 3000 Euro/mese solo per anzianita') e rimettere tutto in gioco in base al merito, una parte come compensi e una parte come fondi di ricerca. Riguardo i compensi medi per l'universita' ci sono degli studi che mostrano come siano piu' alti in media in Italia rispetto ad UK, in cambio di minori risultati di ricerca e minori risultati didattici, quindi una parte del monte salari puo' essere assegnato alla ricerca, o anche tagliato se lo Stato non ha soldi. Nota bene che tutta la spesa maggiore dell'Italia rispetto ad UK per l'universita' riguarda gli stipendi cresciuti per anzianita', non certo i salari ridicoli dei ricercatori a inizio carriera.

Ovviamente non e' per nulla banale come riassegnare le risorse in base al merito. Ovviamente non possono farlo gli interessati stessi, che si limiterebbero a riassegnare a pioggia senza meritocrazia. Non possono farlo burocrati statali che sarebbero incompetenti e ovviamente inquinati dalla politica che poi si interseca alle cosche accademiche. Dovrebbe farlo una qualche entita' di valutazione scientifica internazionale, con membri il piu' possibile disinteressati. Purtroppo siamo nel regno dei sogni.

Forse una evoluzione piu' realistica in Italia potrebbe essere congelare tutti gli stipendi oltre i 3000 Euro netti, azzerare i fondi interni di Ateneo per la ricerca, assegnare tutti i fondi della ricerca con valutazione quanto possibile esterna e indipendente, aumentare gli stipendi di quei ricercatori che producono ricerca ben valutata esternamente, riassegnando in base al merito gli aumenti di stipendio congelati. Non credo tuttavia che la societa' italiana abbia forza e onesta' sufficiente per attuare un risanamento del genere: continueremo ad andare alla deriva.

Luigi, e chi ti dice che serve votare la sinistra arcobaleno per aumentare la spesa pubblica? Se questo è il tuo obiettivo direi che quasi tutti i partiti vanno bene. Ti segnalo in particolare il centrodestra, che nel periodo in cui ha governato ha aumentato di 2 punti il rapporto tra spesa pubblica al netto degli interessi e il PIL.

Sono i tapini come me che vorrebbero ridurla, la spesa, che non sanno che pesci pigliare. Chi la vuole aumentare ha solo l'imbarazzo della scelta, e credo proprio che i bertinottiani non siano i più efficaci.

Quanto rimane corrisponde al reddito disponibile del settore pubblico che viene speso, fatte salve poste minori e complicate, in beni e servizi acquistati dal settore pubblico per svolgere la propria benefica funzione (le 180mila macchine blu, lo champagne della bouvette di Montecitorio, gli aerei che Mastella e Rutelli usano per andare a vedere la F1 a Monza ...) ed in pagamenti di interessi sul debito pubblico

Giusto per capire.

Tralasciando l'aspetto morale degli sprechi in auto blu et similia, a naso direi che questi sprechi rappresentano però un porzione minima rispetto agli interessi sul debito pubblico.

Sarebbe interessante sapere quanto del reddito disponibilie del settore pubblico se ne va in pagamento interessi e quanti di questi interessi vengono pagati in Italia e quanti a detentori esteri.

La quota di interessi pagata in Italia, non viene forse reimmessa nel circolo economico come reddito disponibile per i detentori dei BOT stessi, risolvendosi in una sorta di partita di giro reddituale ?

Gli interessi sul debito pubblico pagatati all'estero ammontano circa al 1,6% del PIL nel 2006 (erano lo 0,74 nel 1990). Su per giù sono perciò il 35% del totale degli interessi pagati sul debito pubblico (4.5% nel 2006.), contro un 8% del totale nel 1990. Anche la quota di interessi di pertinenza delle famiglie è perciò calata nel tempo.

Il conto della serva sulla spesa per gli interessi e' presto fatto: 106% (debito/pil) x 4.5% (tasso d'interesse medio - sovrastimato), fa circa 4.75%. Quanto alla partita di giro, mi sa che va diminuendo di anno in anno almeno dall'Euro in poi, visto che gli ultimi dati che ricordo parlano di un 60% del debito pubblico italiano in mano ad investitori esteri.