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Tasse, maledette tasse

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Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per
la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi
votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare
una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti?

Date sole due scelte sceglierei la prima. Ma nel mondo reale le scelte non sono solo due.

Nel caso dei ricercatori, siamo nella tipica situazione dello statalismo italiano: assenza di meritocrazia, salari che aumentano solo per anzianita', concorsi aggiustati per cosche baronali quando va bene, per amici e parenti nelle situazioni piu' degradate. In piu', tipicamente il 90% della spesa e' solo per stipendi. Una delle universita' piu' virtuose, Padova, e' al 75%, Pisa invece e' oltre il 90%.

Accanto a gente normale che lavora e spesso e' appassionata, proliferano le sinecure di gente che viene pagata e non si sa nemmeno dove abiti e quale secondo lavoro faccia, oppure ordinari che usano il titolo per aumentare i compensi delle loro prestazioni private subappaltando i corsi ai ricercatori. E' evidente che un qualunque Stato serio metterebbe di fronte questa gente alla scelta di lavorare sul serio, con risultati documentati, oppure trovarsi un'altra occupazione preferibilmente non a carico dei contribuenti. I risparmi per la spesa pubblica sarebbero rilevanti, senza alcuna perdita di servizio pubblico.

Parlando di quelli che lavorano seriamente, gli aumenti automatici per anzianita' in particolare sono una vera sciagura: a fine carriera i professori ordinari italiani guadagnano spesso piu' di quelli USA, in cambio i ricercatori negli anni scientificamente produttivi sono pagati la meta', con salari netti ridicoli rispetto ad ogli altro paese occidentale.

Salvaguardando gli stipendi piu' bassi, si potrebbe tranquillamente tagliare del 50% la parte eccedente il corrispettivo per esempio di 3000 Euro netti al mese tutti gli stipendi (che hanno superato i 3000 Euro/mese solo per anzianita') e rimettere tutto in gioco in base al merito, una parte come compensi e una parte come fondi di ricerca. Riguardo i compensi medi per l'universita' ci sono degli studi che mostrano come siano piu' alti in media in Italia rispetto ad UK, in cambio di minori risultati di ricerca e minori risultati didattici, quindi una parte del monte salari puo' essere assegnato alla ricerca, o anche tagliato se lo Stato non ha soldi. Nota bene che tutta la spesa maggiore dell'Italia rispetto ad UK per l'universita' riguarda gli stipendi cresciuti per anzianita', non certo i salari ridicoli dei ricercatori a inizio carriera.

Ovviamente non e' per nulla banale come riassegnare le risorse in base al merito. Ovviamente non possono farlo gli interessati stessi, che si limiterebbero a riassegnare a pioggia senza meritocrazia. Non possono farlo burocrati statali che sarebbero incompetenti e ovviamente inquinati dalla politica che poi si interseca alle cosche accademiche. Dovrebbe farlo una qualche entita' di valutazione scientifica internazionale, con membri il piu' possibile disinteressati. Purtroppo siamo nel regno dei sogni.

Forse una evoluzione piu' realistica in Italia potrebbe essere congelare tutti gli stipendi oltre i 3000 Euro netti, azzerare i fondi interni di Ateneo per la ricerca, assegnare tutti i fondi della ricerca con valutazione quanto possibile esterna e indipendente, aumentare gli stipendi di quei ricercatori che producono ricerca ben valutata esternamente, riassegnando in base al merito gli aumenti di stipendio congelati. Non credo tuttavia che la societa' italiana abbia forza e onesta' sufficiente per attuare un risanamento del genere: continueremo ad andare alla deriva.