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Horror Economics (II)

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Francamente
non vedo nessun problema morale o politico nel riaprire le trattative con un
paese come la Cina, che mi sembra ridicolo voler presentare come il paradiso
della concorrenza, della libera iniziativa, del mercato e delle libertà individuali e collettive.

Scusa, ma che c'entra tutto ciò con le considerazioni commerciali? Il
commercio si fa perché conviene a entrambe le parti, non perché i
partners hanno governi che trattano bene i propri cittadini (i quali
ultimi, oltretutto, dall'export dei prodotti che lavorano traggono
notevole beneficio economico).

Come sarebbe a dire? Non si fanno i contratti ed i trattati perché conviene ad entrambe le parti? E non si rinegoziano quando non conviene ad una delle due parti o quando una delle due parti fa i trucchi, o entrambe le cose? Ora, ad una delle due parti non conviene per nulla, ed io suggerisco di rivedere il trattato. L'altra parte, ossia la Cina, potrebbe dire "Blocca tutto, noi abbiamo fatto tutto secondo le regole. Volete il mercato libero, la concorrenza, la libera entrata, la non discriminazione di questo e di quello, l'eguale trattamento di stranieri e cittadini, di amici dell'apparato del partito+generali dell'esercito e di semplici contadini, eccetera. E noi tutto questo lo stiamo facendo. Quindi non potete ridiscutere, noi seguiamo le regole". Io rispondo: NO, le regole non le seguite proprio, neanche un pelino le seguite. E se vuoi l'elenco delle regole commerciali e di libertà economica che infrangono te le faccio, ma spero mi eviti l'esercizio retorico. Ecco, per QUESTO c'entra quanto ho scritto.

<em>[C'entra anche - ma questo lo metto in piccolo, come una noterella secondaria - per ricordare a chi ci legge che la Cina non è il paradiso che qualcuno racconta, ricordar la qual cosa non fa mai male. Non serve neanche dirlo: ovviamente noi siamo freddi e calcolatori economisti, quindi che ce ne frega a noi dei diritti umani, dell'occupazione di terre altrui, della condizione di semi-schiavismo di milioni di cittadini, della natura autocratica del sistema economico e politico e del lavaggio del cervello a cui il cinese medio viene sottoposto? A noi frega assolutamente nulla, noi guardiamo ai benefici commerciali, ed io con voi. Per questo il ragionamento di fondo continuo a farlo sui benefici commerciali NOSTRI: dei loro mi frega un belin. Siamo o non siamo uomini d'affari e calcolatori? Perché dovrei commerciare con i cinesi affinché anche loro si sviluppino? Che si arrangino. Solo mi diverto a prender nota che Pinochet trattava i suoi cittadini molto meglio di quanto il PCC tratti quelli suoi che non fan parte del giro buono, tutto lì. Lo faccio per riempire noterelle scritte in caratteri minuti, solamente per i più curiosi fra i nostri lettori ...]
<em>

Il punto è: credi che il free trade complessivamente
convenga a un paese anche se ha un deficit commerciale, o no? Se sì
(come io credo) le preoccupazioni sugli squilibri interni che si
generano andrebbero risolti esclusivamente all'interno di quel paese
(per esempio con trasferimenti fiscali dai ricchi docenti ai dipendenti
di Renzo :-) ).

Vedo che anche tu ragioni con il modellino teorico semplificato e falso, in cui gli agenti sono omogenei, c'è il "paese complessivo" ed il governo nazionale è un benefico pianificatore. Ecco: sbagliato tutto. Ti informo che non esistono. L'agente rappresentativo non c'è, gli interessi delle diverse componenti del paese sono in conflitto, qualcuno ci guadagna, altri ci perdono, eccetera. I dati aggregati, illustrati con abbondanza altrove ed anche in questo sito, mostrano che se misuriamo il benestare del paese guardando al valore aggiunto medio per ora di lavoro, non sembra convenga. Dipende tutto dal commercio con la Cina? No, assolutamente no, per carità! Ma dipende ANCHE da quello, ed in certi settori dipende molto da quello. Quindi il problema va affrontato senza nascondersi dietro al dito del "fate i trasferimenti compensativi", un dito monco da molto tempo.

Venendo brevemente ai trasferimenti che suggerisci: discuterò ampiamente di politiche concrete nella terza parte, inclusa la questione "deficit commerciale di lungo periodo" che è rilevante e che né tu né Alberto volete fare lo sforzo di assumere per il problema che è; qui non serve dire molto sull'argomento "trasferimenti fiscali dai ricchi docenti ai dipendenti di Renzo" visto che è facile capire che la soluzione che suggerisci o non funziona per niente o è equivalente a ... DAZI SUI PRODOTTI CINESI!!!

Come abbondante teoria di qualità (public choice o mechanism design, scegli tu) suggerisce e come i fatti provano, i trasferimenti compensativi per via fiscale non sono nemmeno teoricamente fattibili. Per una ragione banalissima che chiunque abbia lavorato su trattati di liberalizzazione commerciale ben conosce: mentre è abbastanza evidente quali gruppi economici perdano, è piuttosto complicato individuare chi ci guadagna e di quanto. Quindi la tassazione compensativa "lump-sum" (che non distorce) non è proprio possibile: manca l'informazione su CHI tassare! Ma nemmeno quella distorsiva è fattibile a meno che ... a meno che non si ricorra ai DAZI che tanto ti spaventano (infatti IO non li propongo) e che GT, ora scopro con il tuo appoggio, propone!

Mi faccio capire con un esempio molto concreto e molto rilevante per il caso in questione: se importo prodotti tessili a buon mercato che imitano quelli di Benetton e sono prodotti (magari su licenza di Benetton stesso) a Shenzhen è abbastanza ovvio chi ci rimetta: i laboratori di maglieria italiani che lavora(va)no per Benetton. Chi ci guadagna? Benetton, forse, se riesce ad abbassare i prezzi meno di quanto gli scendano i costi. Benetton, quindi, forse possiamo tassarlo anche se sospetto suoni male perché è equivalente alla tassazione di profitti ottenuti con buona attività imprenditoriale. A me infatti l'idea non piace molto, e NON la propongo: segue però logicamente dalla TUA affermazione precedente - che, se leggo bene, è ora sottoscritta anche da Alberto. Siete quindi in due a sostenere che occorre tassare i profitti degli imprenditori capaci.

Continuiamo: gli "extra" profitti di Benetton sono, vista la presenza di Zara, H&M, ed altri competitori, ben poca cosa. A guadagnarci sono soprattutto i consumatori di prodotti Benetton (e Zara, eccetera) che sono forse tanti, forse pochi, ma senz'altro non facilmente individuabili e tassabili (lump-sum o no, non fa differenza) dal pianificatore benevolente che (nelle fantasie di Enzo e, scopro ora, anche in quelle di Alberto) fa la redistribuzione fiscale per compensare gli ex-dipendenti del mio amico Renzo (fa scarpe, e non per Benetton, ma fa lo stesso)! Una cosa, invece, il pianificatore (ma anche un governuccolo normale) può fare: mettere una tassa d'importazione o di vendita sui maglioni prodotti a Shenzhen e paraggi. Questa è l'implicazione logica di quanto Enzo, ora con il supporto di Alberto-the-theoretical-free-trader, suggerisce come soluzione del problema! Contenti voi ...

Conclusione: i nostri amici libero-scambisti fanno le stesse proposte pratico-operative di GT, ossia mettere i dazi e le gabelle sui prodotti cinesi che importiamo, così da compensare i perdenti. Questo almeno ora mi sembra acquisito, quindi abbiamo fatto qualche progresso. Ragionare seriamente serve.

 

Come sarebbe a dire? Non si fanno i contratti ed i trattati perché
conviene ad entrambe le parti? E non si rinegoziano quando non conviene
ad una delle due parti o quando una delle due parti fa i trucchi, o
entrambe le cose? Ora, ad una delle due parti non conviene per nulla,
ed io suggerisco di rivedere il trattato.

Evabbe', ma io mi riferivo alla tua motivazione sul fatto che la Cina non sia un "paradiso capitalista". E allora? Senza considerare che dalle mie esperienze personali l'opinione che i cinesi hanno del loro governo e' abbastanza positiva (anche perche' il loro tenore di vita sta salendo rapidamente da due decenni, che e' piu' di quel che si possa dire per la Land of the Free, per non parlare dell'Italia). Visitai l'URSS per lavoro nel 1982, e ti assicuro che non c'e' paragone tra le rispettive opinioni raccolte da conoscenti piu' o meno occasionali.

Comunque, ripeto, questo non c'entra nulla con i trattati commerciali, che sono una questione di pura convenienza economica; cosi' come nulla c'entrava Pearl Harbour con la concorrenza che le varie Toyota e Nissan davano a Detroit e dintorni negli anni '80. Ricordo di aver visto manifesti xenofobi appesi in uno stabilimento Chevrolet nei dintorni di Buffalo, NY: come in tutte le guerre, commerciali o no, dirigenti che sbagliano le loro strategie cercano di sobillare contro il "nemico straniero" i meno perspicaci tra i loro sudditi per farne carne da cannone. I socialisti talora non sono da meno di fascisti o leghisti: vedi i commenti di Edith Cresson nei primi anni '90 sui giapponesi come "formiche gialle che stanno cercando di conquistare il mondo".

Come abbondante teoria di qualità (public choice o mechanism design,
scegli tu) suggerisce e come i fatti provano, i trasferimenti
compensativi per via fiscale non sono nemmeno teoricamente fattibili.
Per una ragione banalissima che chiunque abbia lavorato su trattati di
liberalizzazione commerciale ben conosce: mentre è abbastanza evidente
quali gruppi economici perdano, è piuttosto complicato individuare chi
ci guadagna e di quanto. Quindi la tassazione compensativa "lump-sum"
(che non distorce) non è proprio possibile: manca l'informazione su CHI
tassare! Ma nemmeno quella distorsiva è fattibile a meno che ... a meno
che non si ricorra ai DAZI che tanto ti spaventano (infatti IO non li
propongo) e che GT, ora scopro con il tuo appoggio, propone!

Ehi ehi, non facciamo il gioco delle tre carte! Trasferimenti si potrebbero fare benissimo, per esempio detassando il lavoro dipendente, accentuando la progressivita' delle aliquote, dando sussidi di disoccupazione... Dubito che servirebbero (come illustra anche il post di Calvin qui sotto), ma misura populista per misura populista avrebbero almeno il pregio di non rischiare ritorsioni commerciali che eliminerebbero ogni speranza di ridurre il deficit con l'export, e soprattutto di non aumentare il costo della vita per chi compra prodotti a basso prezzo: che sono appunto quelli come i famosi dipendenti del tuo amico. Non stavi tu preoccupandoti per loro?

Ma non e' nemmeno questo il punto. Il punto e' attribuire responsabilita' dove esse risiedono anziche' a capri espiatori, non per fare del moralismo ma perche' questa e' condizione preliminare a ogni possibile rimedio. Il fatto e' che l'Italia sta soffrendo in modo particolare dalla concorrenza da Cina e dintorni perche' ha seguito una strategia perdente: invece di investire in istruzione e tecnologia, e cercare di muoversi in settori a piu' alto valore aggiunto, ha preferito la comoda strada della produzione a basso costo; e ora sta scoprendo che quando si ha un biglietto di terza classe non si puo' viaggiare in prima classe. Be', a onor del vero non tutte le ditte italiane hanno seguito questa strada: ti assicuro che qui in Hong Kong c'e' la coda di ricchi mainlanders davanti ai negozi di Bulgari, e Armani qualche anno fa ha aperto otto negozi proprio pensando a loro (per non parlare di quelli aperti direttamente sul territorio della PRC). Ma proprietari e dipendenti delle varie fabbrichette che pensavano di aver trovato una nicchia vedendo scarpe e calzini ai tedeschi hanno ricevuto una spiacevole doccia fredda. Mi spiace per i dipendenti di Renzo, ma, ripeto, dovrebbero prendersela con chi aveva una visibilita' maggiore di loro e per decenni non ha fatto nulla, ossia nell'ordine: i politici italiani, i sindacalisti italiani e buona parte degli imprenditori italiani.