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Horror Economics (II)

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Provo a finire i chiarimenti che mi sembrano dovuti. Seguendo la scaletta di ieri sera, vorrei considerare due gruppi di problemi: (iii) la questione redistributiva, ossia chi
paga per la liberarizzazioni, e la questione della riconversione, ben più importante della prima; (iv) questioni che ieri chiamavo "tecniche", a cui se ne sono oggi aggiunte altre.


(iii)
La ricerca economica ha riconosciuto da sempre che a fronte di liberalizzazioni commerciali vi saranno vincitori e vinti. La medesima ricerca sottolinea anche che, poiché la liberalizzazione aumenta la dimensione della torta a disposizione di tutti, esistono transfers compensativi che migliorano le condizioni di vita di tutti. Questi trasferimenti compensativi vengono frequentemente usati (ed anche abusati), mi concereteevitare una lunga lista di esempi anche attuali. Nel caso WTO-Asia essi non sono avvenuti. A mio avviso perché si è sottostimato l'effetto che la stessa avrebbe avuto, ossia si è sottostimato quanta forza lavoro a basso prezzo fosse a disposizione in questi paesi e quanto rapidamente i cambiamenti tecnologici intervenuti avrebbero permesso di trasferire tecnologie anche molto avanzate in quei paesi. Tutto è avvenuto su una scala e ad una rapidità ben superiore di quelle a cui ci si era abituati 20/30 anni prima con l'arrivo di Giappone, Korea, Taiwan, HK, Singapore, eccetera. La conseguenza paradossale di questa sottovalutazione (e di un pregiudizio ideologico-culturale notevole, ma tralasciamo) è che esiste pochissima letteratura che cerci di quantificare seriamente i costi di transizione dovuti a WTO-Asia. Questo è paradossale perché, per fare solo due esempi, gli studi quantitativi che esaminano la transizione ed i costi di NAFTA si contano a centinaia e lo stesso vale per la (tuttora ipotetica) transizione da sistemi pensionistici del tipo PAYGO a sistemi del tipo "capitalizzazione". In entrambi questi casi centinaia di ricercatori hanno studiato e quantificato la transizione. Guarda caso, in entrambi i casi svariate ricerche hanno mostrato che, per stime credibili dei parametri, non era ovvio che il tutto producesse un guadagno netto di benessere sociale. Sulla transizione PAYGO->capitalizzazione, infatti, la discussione è tutt'ora aperta (ci ho partecipato attivamente anche io) e l'impressione obiettiva è che si tratti di un caso classico in cui l'approccio {0,1} fa solo danni certi. Idem per NAFTA, su cui non ho lavorato ma ho imparato molto dal team che (per il Mexico) la discusse e la fece. Anche in quel caso il verdetto fu: take it easy, do it slowly. Consiglio seguito, risultato raggiunto con relativamente pochi morti e feriti. Nel caso WTO-Asia, ripeto, nisba. Silenzio assoluto. Ed ora ci sono i casini planetari.

La soluzione "compensare con trasferimenti i perdenti" è soluzione banalotta, di dottrina ed inattuabile. Ho già spiegato in un altro commento perché (a) non è attuabile in modo efficiente e, (b) la forma nella quale è attuabile corrisponde all'imposizione di tasse e dazi sulle importazioni (!) ma, visto che si fa finta di non capire, lo ripeto. Anzitutto, la seguente affermazione è strettamente erronea (se EM non lo capisce neanche questa volta, ci rinuncio):

Ehi ehi, non facciamo il gioco delle tre carte! Trasferimenti si
potrebbero fare benissimo, per esempio detassando il lavoro dipendente,
accentuando la progressività delle aliquote, dando sussidi di
disoccupazione...

Come ho dimostrato (a meno di avere a disposizione imposte lump-sum) il trasferimento compensativo corretto ed efficiente (sotto i vincoli infomativi ovvii) da chi guadagna a chi perde consiste nell'imporre dazi sui beni importati, i proventi dei quali vanno a compensare (lump sum, perché questo sì che si può fare) le imprese nazionali operanti nel settore all'atto dell'apertura commerciale. NON ho detto che lo voglio proporre, ho detto e dimostrato che è la conseguenza logica degli argomenti di EM (che non ho capito se AB ed altri condividono). Per quanto riguarda poi la seconda affermazione, anch'essa è erronea: non TUTTO il lavoro dipendente viene danneggiato dalla liberalizzazione. Per esempio, i dipendenti pubblici non di certo, e nemmeno quelli delle ferrovie o dei monopoli telefonici. Detassare il lavoro dipendente quindi trasferirebbe risorse ad un vasto numero di persone, un solo sottoinsieme delle quali affronta i costi della transizione. Idem per l'accentuazione della progressività fiscale, che c'entra come i cavoli a merenda. Forse i sussidi di disoccupazione mirati alla riconversione, stile scandinavo per capirsi, potrebbero servire, ma rimane il problema di finanziarli: con quali risorse? Dazi sulle importazioni, sospetto ... idem, ovviamente, per le detassazioni di cui sopra, anche quelle vanno finanziate. In sostanza, NESSUNA di queste misure (modulo i sussidi di disoccupazione finanziati da dazi sulle importazioni) riescono a risolvere il problema della compensazione dei perdenti (il "pareto transfer" nel jargon degli economisti) che anche i miei critici riconoscono essere necessario. Il problema quindi c'è, e le soluzioni proposte, ripeto, sono banali, di dottrina, difficilmente praticabili, inadeguate e ... populiste. Infatti, che lo siano lo riconosce EM stesso:

Dubito che servirebbero (come illustra anche il post
di Calvin
qui sotto), ma misura populista per misura populista avrebbero almeno
il pregio di non rischiare ritorsioni commerciali che eliminerebbero
ogni speranza di ridurre il deficit con l'export, e soprattutto di non
aumentare il costo della vita per chi compra prodotti a basso prezzo:
che sono appunto quelli come i famosi dipendenti del tuo amico. Non
stavi tu preoccupandoti per loro?

Tralasciamo l'umorismo finale (il post di Calvin lo discuto in seguito). Che le misure suggerite da EM non servano a compensare i perdenti trasferendo reddito dai vincenti credo d'averlo dimostrato, attendo prova al contrario. Sul populismo siamo ovviamente d'accordo. Rimane il fatto di fondo, che ben sottolinea pietro X

uno potrebbe dire: che mi frega? nel complesso il welfare aumenta.
tuttavia per me che l'operaio 50enne perda il posto di lavoro, non sia
in grado di riqualificarsi e abbia un "welfare" negativo mi sembra un
grosso problema per la società.

Piaccia o meno, il problema della "redistribuzione" c'è; se non c'è per la società (che non ho mai capito bene cosa sia), diciamo che c'è almeno per me: saranno le origini operaie che ho tradito. Ma c'è una altro aspetto che non è stato colto, forse per colpa mia perché non l'ho sottolineato abbastanza, e che è invece un problema cruciale. Ed è il problema della riconversione, che è più importante di quello della redistribuzione.

In termini semplificati, ritornando ai miei concorrenti A e B, lo descrivo così. A innova e spiazza B. B consiste in una serie di combinazioni di fattori produttivi, lavoro e capitale (L&K) per semplificare come al solito. Quelle combinazioni non vanno bene, sono obsolete, quindi meglio abbandonarle. Cosa buona e giusta, condivido. Ora, è perfettamente possibile (ed in società dinamiche è spesso il caso) che una volta abbandonata la combinazione sia L che K ne trovino un'altra, magari con diversi K&L, più produttiva della precedente (magari perché la cosa che ora B produce così a buon mercato permette d'introdurre un'altro bene che prima non era fattibile o conveniente). Ottimo, ripeto: questo è il bello del sistema di mercato e della libera concorrenza. I problemi sorgono quando da un lato L è o troppo vecchio, o troppo "arretrato" (poco capitale umano), o poco flessibile, o incapace di prendere a prestito risorse per "riconvertirsi" (o tutte queste cose assieme) mentre K ha la possibilità d'investire altrove, lontano da L, fuori dal paese B ... magari nel paese A. In questo caso l'assimetria fra K ed L diventa drammatica, ed ancor più drammatica diventa l'assimetria fra gli L "sfigati" (chiamiamoli LS) esposti alla concorrenza di A, e gli L "fighi" (chiamiamoli LF), che sono invece protetti da qualsiasi forma di concorrenza, sia per ragioni storiche, politiche, di potere personale o anche solo per pura fortuna. In questo caso LS non si riconverte perché non ha la capacità tecnica di farlo. Non è nell'insieme di scelte possibili. Questo implica che il processo d'innovazione "a scalini" si ferma in quei settori industriali in cui K&L operavano prima nel paese B, ed è facile mostrare che questo porta a stagnazione tecnologica. La stagnazione tecnologica ed il lento declino, relativo prima ed assoluto poi, sono il rischio che oggi varie zone d'Europa affrontano; fra di esse l'Italia (per le sue storiche debolezze, Casta in primis) mi sembra più a rischio di tutte.

Teoricamente tutto questo è una banalità; la cosa più interessante è capire i casi storici in cui questo è accaduto: studiare le città del Mid-West degli USA, da Detroit a Saint Louis (passando per Cleveland, Pittsburgh etc.) e la loro decadenza dagli anni '70 ad oggi è, per esempio, una lezione salutare. L'Argentina post anni '30 è forse l'esempio su cui gli italiani dovrebbero riflettere di più, soprattutto perché l'Argentina scelse una risposta ultra-protezionista e statalista alla propria crisi, causando disastri che durano ancora e da cui non sembra capace di riaversi. Non sono proprio così ingenuo come alcuni critici troppo rapidi vorrebbero farmi ... ed ho detto sin dall'inizio che le cure che GT propone (che sono riassumibili nello slogan "fare come in Argentina! Que viva el nuevo peronismo italiano!") sono non solo ridicole ed inutili, sono ALTAMENTE PERNICIOSE. Ma questo non toglie che il problema ci sia: ignorarlo fa solo convincere il paziente che un ciarlatano, che vende magiche pozioni in boccette con etichette in latinorum da ginnasio di provincia, sia l'unico medico a disposizione.

(iv) Il punto "tecnico" del mio ragionamento è che quasi ogni innovazione (e la liberalizzazione al commercio estero è una di esse) che aumenti l'efficienza produttiva del sistema globale fa probabilmente delle "vittime". Di per sé questo fatto non implica molto: quando le "vittime" sono in numero relativamente piccolo rispetto ai beneficiari e quanto la natura dell'innovazione (e del sistema socio-economico in cui avviene) è tale da permettere alle "vittime" di recuperare un ruolo produttivo e di avvantaggiarsi anch'esse dell'innovazione in un periodo di tempo relativamente rapido non vi è molto da preoccuparsi. Quando questo non avviene, quanto le "vittime" sono un numero molto alto ed hanno poche opportunità realistiche di recuperare nello spazio di vita a loro disponibile, allora la questione diventa una questione politica, ossia redistributiva. Ripeto, la differenza è di tipo quantitativo, e non si tratta del solito adagio keynesiano sul lungo periodo, che è quasi sempre fonte di equivoci. Affermazioni del tipo "non vi è stata alcuna discontinuità" sono francamente risibili, e sono già state contestate. Non so come si faccia a dire che i cambiamenti avvenuti tra il 1985 ed il 1995 non hanno rappresentato una discontinuità storica enorme. Qualche persona a caccia d'idee parlò al tempo di "fine della storia": una boiata che venne presa sul serio proprio perché tutti si resero conto che una grande discontinuità era avvenuta. Per la medesima ragione la menzione dell'accordo MFA, che è del 1974, è illogica: nel 1974 NESSUNO si sarebbe aspettato la Cina che gioca a fare il capitalismo, la fine del comunismo e tutto il resto. Lo stesso vale per altri esempi di "shocks" rapidamente assorbiti e "transizioni" affrontate relativamente bene: nessuno degli esempi portati si avvicina neanche lontanamente (in dimensioni, profondità e numero dei settori economici colpiti) a quanto stiamo ora discutendo.

Due osservazioni su uno dei commenti di Calvin, che condivido completamente sul piano concettuale. 1. Non ho detto da nessuna parte, ci sono stato molto attento sia nel testo che nei commenti, che occorre sussidiare i perdenti o cose del genere. Infatti, ho fatto dell'ironia su chi propone i sussidi, mostrando che implicano dazi se si vogliono fare bene, ed ho sottolineato che la teoria economica si lava pilatamente le mani del problema dicendo "bastano i pareto-transfers", esattamente come nella famosa barzelletta in cui l'economista dice "assume we have a can opener ...". Appunto, il can opener non c'è, ma la scatola con la carne è di latta, ed è chiusa: meglio inventarsi qualcosa. La malattia da curare, appunto, è che in Italia (ed anche in Europa, ed anche in molte parti degli USA) il processo d'innovazione tecnologica che fa crescere la produttività del lavoro nei settori "tradizionali" sembra essersi bloccato ed assieme ad esso (causa? effetto? boh...) le disuguaglianze di reddito hanno cominciato a salire vertiginosamente. L'arrivo dell'Asia ha fatto esplodere il bubbone in modo brutale: a mio avviso occorre ridiscutere il processo di apertura e trovare maniere intelligenti, e nuove credo, di gestire una transizione che probabilmente durerà varie decadi. I tempi necessari perché "tutti" gli italiani diventino disegnatori di moda, guide turistiche sofisticate, grandi cuochi, ed altre cose simili, sono molto LUNGHI: NEL FRATTEMPO SERVE GENERARE REDDITO PER SOPRAVVIVERE E RICICLARSI! 2) I grandi mercati dell'Asia mi sembrano un mito, per altri trent'anni circa. I dati son lì per tutti, studiatevi Korea, Giappone, Taiwan e compagnia. Hanno le bilance commerciali che hanno, e non è colpa mia! Per favore, evitiamo argomenti del tipo "Taiwan è un caso speciale", altrimenti scopriamo che sono tutti casi speciali. Arriveranno quei mercati? Certo, ma il problema è garantirsi che paesi come l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Ohio, eccetera siano ancora in grado di produrre qualcosa di utile per quei mercati quando arriveranno a domandare beni e servizi dell'ex primo mondo. Li ho visti anche io i 7 (tanti erano l'ultima volta, ma era il 2003) negozi di Prada ad HK, ma eviterei di sostenere che lì sta la soluzione: è un problema di ordini di grandezza non comparabili.

Vorrei evitare di discutere i cheap shots del tipo "Lasciati dire la mia impressione sulla differenza tra East Asia e
Italia (e in certa misura il resto del "primo mondo"): nella prima, per
migliorare il proprio tenore di vita si imparano cose utili e si
lavora; nella seconda si cercano "soluzioni" per via politica ..." ed altri simili che descrivono le meraviglie del capitalismo socialista cinese o che riducono il tutto a "punire i responsabili". Mi sembrano completamente fuori luogo per svariate ragioni; una sopra tutte: le centinaia di anni d'inferiorità culturale, economica e tecnologica dell'East Asia. A meno che non si voglia sostenere che, tra il 1985 ed il 1995 una miracolosa mutazione "positiva" (genetica? culturale? forse il mio primo viaggio laggiù?) ha colpito 3 miliardi di persone in Asia, ed un'altrettanto miracolosa mutazione "negativa" (genetica? culturale? Chernobyl?) ha colpito i circa 7-800 milioni di abitanti del cosidetto primo mondo. Insomma, eviterei proprio queste argomentazioni: si riducono a sostenere che i cittadini cinesi hanno un'ottima impressione del loro governo (anche i cubani, lo dice chiunque vada a Cuba) oppure che la Cina di oggi (ma quale parte?) è meno peggio della Russia dei gulag! Come argomentazioni mi sembrano debolucce.

Il problema vero, a mio avviso, rimane invece il "che fare?". Molti commenti hanno sottolineato come le cose che io dico possano essere usate come leva per aprire una "scatola di vermi" da cui potrebbero uscire tutti i tipi di follie stataliste, sindacaliste, protezioniste, nazionaliste, eccetera. Giustissimo, legittimi timori. Se il problema fosse meno grave, le sue conseguenze meno drammatiche e la sua rilevanza (sia temporale che in termini dei milioni di persone che ne vengono danneggiate) minore, forse propenderei anche io (come ho fatto molte volte) per l'opzione: fregarsene, trovare qualche palliativo temporaneo, il peggio passerà rapidamente. Non mi sembra il caso. Credo sia quindi necessario guardare in faccia la questione e smetterla di guardare dall'altra parte facendo finta che si tratti di "naturale" progresso tecnologico che è "skill biased", o di "squilibri temporanei". Il cambio è davvero epocale ed ha dimensioni molto maggiori di quanto si sia visto durante il XX secolo. Alcuni economisti se ne accorsero subito, Ed Leamer queste cose le diceva alla fine degli anni '80 quando la Cina era appena appena apparsa all'orizzonte economico, e Ron Jones me le insegnava nei corsi a Rochester; potrei menzionarne molti altri, ma mi limito a pubblicizzare i miei amici. Il problema non è semplice e so benissimo di NON avere le soluzioni in tasca, ma credo di avere alcune delle domande giuste che vale la pena porsi, ed uno schema d'analisi che mi pare utilizzabile. Ci ritorno sopra, quindi, lunedì prossimo; almeno questo è il proposito.

A meno che non si voglia sostenere che, tra il 1985 ed il 1995 una
miracolosa mutazione "positiva" (genetica? culturale? forse il mio
primo viaggio laggiù?) ha colpito 3 miliardi di persone in Asia, ed
un'altrettanto miracolosa mutazione "negativa" (genetica? culturale?
Chernobyl?) ha colpito i circa 7-800 milioni di abitanti del cosidetto
primo mondo.

Nessun miracolo: il processo e' lo stesso seguito tra il diciottesimo e la fine del diciannovesimo secolo in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, cioe' la rivoluzione industriale (prima della quale i tassi di crescita medi, ricordiamocelo, si aggiravano sul 3% al secolo); accoppiata, in paesi come India, Cina e ultimamente Vietnam, all'abbandono dello sciagurato import culturale che va sotto il nome di socialismo (ancora ostinatamente persistente come forma mentis nel primo mondo). Chi non aveva questa pietra al collo, come Giappone, Taiwan, Singapore e Corea del Sud, e' partito con decine d'anni d'anticipo, e inizialmente con tassi di crescita altrettanto elevati di Cina, India e Vietnam contemporanei.

Michele ti chiedo un favore : metti qualche dato. Qual'è il numero di lavoratori veramente a rischio (divisi per settori, dire 10 M di persone mi sembra troppo semplice)? L'azienda che fa i bulloni per la fiat o l'azienda che fa gli interni in pelle personalizzati della ferrari mi sembrano due realtà abbastanza diverse. Entrambe sono nel settore "auto",in entrambi ci lavorano "operai",etc ma questo non vuol dire niente. Quando parli di media/alta qualità non so a cosa ti riferisci. Io so che la maggior parte dei prodotti cinesi,oltre al costare molto poco,fanno anche pena (si rompono alla svelta,non hanno tutte le dotazioni di sicurezza,etc).

Il caso del tuo amico: se un imprenditore nel 2007 crede ancora di poter produrre scarpe di bassa qualità a basso costo nel "primo mondo" be allora forse è ora che chiuda bottega. Non mi sembra che Hogan,Tod's,etc abbiano tanti problemi,eppure sono dei produttori di scarpe. Cercare di difendere le nostre aziende a oltranza è inutile e dannoso,come dici sempre tu o le "facciamo fallire" oppure ci saranno sempre incentivi a non innovare (per le banche leggi prendersi rischi enormi).

E poi scusa ma questa fine del mondo non doveva essere già arrivata ? La cina non esiste da ieri,e per far fallire qualche fabbrichetta del tipico imprenditore "tutto fare" del nord est non servono certo centinaia di anni. Se anche avessi ragione,saremmo già a buon punto della crisi no ?

Di nuovo, condivido in pieno. Solo due noterelle:

1. non hai risposto alla mia domanda sul caso Germania Est: parli però di Argentina ed è un ottimo esempio (modestamente, lo uso anch'io a lezione con gli undergraduate).

2. quando dici "le centinaia di anni d'inferiorità culturale, economica e tecnologica dell'East Asia." non ti seguo. Sai bene che la Cina (specie la sua zona costiera) ha una grande tradizione di scambi, commerci, ecc. (guarda p.e. www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1715065,00.html). La sua arretratezza data ad epoca più recente (150 anni? o forse solo dal '900?).

 A questo punto aspettiamo con ansia la terza, e decisiva, puntata.

In sostanza, NESSUNA di queste misure (modulo i sussidi di disoccupazione finanziati da dazi sulle importazioni) riescono a risolvere il problema della compensazione dei perdenti (il "pareto transfer" nel jargon degli economisti) che anche i miei critici riconoscono essere necessario. Il problema quindi c'è, e le soluzioni proposte, ripeto, sono banali, di dottrina, difficilmente praticabili, inadeguate e ... populiste. Infatti, che lo siano lo riconosce EM stesso:

Ma quando mai, soprattutto in italia, la compensazione dei perdenti è fatta in modo "paretianamente efficiente"? Ma neanche da lontano...è un prendo da chi non mi vota e do a chi mi vota. Come ci dimostri te è pura utopia pensare di individuare chi socialmente beneficia dei prodotti a basso costo prodotti in oriente, tassarli e usare le risorse per sussidiare/riqualificare gli operai del tuo amico.
Ma...(e credo che il nodo centrale sia qui...)

esiste pochissima letteratura che cerci di quantificare seriamente i costi di transizione dovuti a WTO-Asia.

PRESUMO, e quindi quel che sto per dire si basa su questa presunzione da ignorante, visto che si pensa (per te ideologicamente) che il libero commercio sia la soluzione migliore sempre e comunque, che manchi anche una seria letteratura che quantifichi i benefici, assieme ai costi.
A naso: ho aperto il mio telefonino Nokia, ho estratto la batteria. Made in China. Non me ne intendo per niente, ma credo sia molta la tecnologia occidentale prodotta in oriente e i benefici li vediamo al supermercato; se ci sommi anche un po' dell'innovazione finanziaria che sicuramente spaventerà Tremonti (credito al consumo, carte revolving, carte di credito)...Insomma: i costi ci sono, ma visto che non sono quantificati neanche i benefici, non sono sicuro quanto te che vinca solo la Cina.

A proposito: tutti i benefici che arrivano dall'outsourcing produttivo (tecnologico o meno) in oriente una misura come il reddito non le coglie (mentre va benissimo per catturare i costi). Il consumo però sì (scommetto che tutti i dipendenti di Renzo guardano la TV su LCD HDready preso in offerta all'esselunga e hanno il telefonino, anche se il loro reddito, almeno momentaneamente è 0). Secondo me, prima di chiedersi che fare, bisogna fare bene i conti.