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La cultura occidentale e l'antropologia

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Non voglio entrare nel dibattito sul valore della civiltà occidentale etc. etc. Però una questione di metodo la voglio porre, perché è una cosa su cui non ho affatto le idee chiare e su cui mi piacerebbe sentire il parere di chi ci ha ragionato e ne sa più di me.

La questione è: fino a che punto dobbiamo spingerci per preservare una cultura, sia essa occidentale, primitiva o medievale? Le varie organizzazioni che cercano di tutelare le tribù dell'amazzonia sembrano partire dall'ipotesi che preservare una data cultura sia un valore in sé, al punto che (a loro almeno) risulta ovvio che sia giusto impedire che i membri di quella cultura entrino in contatto con il resto del mondo.

Il punto è che nessuna cultura è statica. La cultura dell'Italia in cui io ho passato la mia infanzia, quella in cui c'erano due soli canali televisivi in bianco e nero, il divorzio era vietato e l'italiano si imparava a scuola perché in famiglia si parlava dialetto, è sparita. Era possibile preservarla quella cultura, per esempio mettendo in galera gli italiani che volevano introdurre il divorzio, vietando la migrazione tra regioni in modo da preservare i dialetti, bloccando l'introduzione di nuove tecnologie etc. etc. A nessuno è venuto in mente di farlo, a tutti è apparso ovvio e naturale che la cultura italiana evolvesse in direzioni ch enon erano al tempo chiare e predicibili. A me questo sembra bene.

D'altra parte, mi rendo conto che preservare la diversità culturale, al pari di quella biologica, possa essere desiderabile per molte ragioni. La più semplice mi pare sia che una cultura (o specie biologica) che scompare non può più tornare e quindi perdiamo tutti i benefici futuri, al momento magari completamente ignoti, che essa può produrre. Elementare regola di prudenza sembra quindi quella di evitare la distruzione permanente di qualcosa che può produrre benefici futuri.

La mia domanda è: dove tiriamo la linea? Dato che sono un economista la mia prima tentazione è quella di calcolare costi e benefici attesi, preservando una cultura (o specie biologica) solo quando i primi sono inferiori ai secondi. Ma capisco benissimo che un conto del genere è sempre complicato, e complicatissimo quando il preservare una cultura implica intervenire sullo stile di vita di intere popolazioni (per piccole che siano, come le tribù amazzoniche).   

C'è qualcuno che ha pensato seriamente alla cosa?

L'errore nel tuo ragionamento, secondo me,  sta nel fatto che la "cultura" sia come la specie biologica, che se la distruggi non puo' tornare. I libri non si distruggono (abbiamo quasi perso Aristotele, tempo fa) che quelli non si riproducono (quelli importanti). Ma la "cultura" come implicitamente la definisci e' un insieme di norme di comportamento piu' o meno adattate all'environment in cui si sono sviluppate ..... basta avere records. Se poi le norme di comportamento sono adattate condizionatamente ad una tecnologia inferiore.... No, Sandro, la questione delle culture che scompaiono e' romanticismo (con un bel po' di postmodernismo sopra, come la crema sui caffe' di Starbucks). Poi, che gli individui che "portano" una cultura cerchino di trasmetterla alla prole e ad altri, e siano disposto a tanto per farlo, questo e' un fatto. E' questione di preferenze, e quindi distruggere una cultura, comporta disutilita'.... e li' allora prefereze rivelate e' meglio di costi-benefici.

?

Non ho capito nulla. Quale sarebbe il criterio normativo che proponi, Alberto? In che senso nell'esaminare l'interazione fra la cultura Navajo e quella dei cowboys dovrei lasciare il giudizio alle rivelate preferenze dei Navajos medesimi per l'alcool?

In generale - tralasciando i commenti tesi a confermare che l'amico clinical antropologist aveva ragione - non credo di aver colto la radice della questione. Alcune possibilita':

1. E' "giusto" che ora lo stato brasiliano (quello con sede a Brasilia) li "civilizzi", nel senso di amministrarli imponendo a loro di adeguarsi ai riti/miti brasiliani (vaccinarsi, votare, non uccidere il vicino che ha messo incinta la tua donna, non mangiare carne non opportunamente trattata, accudire all'educazione obbligatoria, pagare le tasse, ricevere sussidi, eccetera, eccetera)?

2. E' "giusto" che ora varie organizzazioni, private o pubbliche, che hanno la loro sede in un qualche posto altro dalle foreste dell'Amazzonia comincino ad occuparsi di loro? Portandogli chi il loro dio chi la TV chi il crudo e chi il cotto?

3. E' "giusto" averli "scoperti"? Ossia, non potevano questi della CNN farsi i cazzi loro lasciandoli in pace senza venirci a svelare della loro esistenza?

4. Cosa vale la loro cultura, ed in cosa consiste (visto che presumibilmente non vi saranno ne' libri, ne' statue, ne' dipinti, ne' cose simili)? Ossia, cosa valgono le loro tradizioni orali? Notare, please, la natura paradossale di questa domanda: essa ha senso solo ora che la CNN li ha scoperti mettendo quindi a rischio la sopravvivenza della loro cultura! Prima, la cultura c'era gia' (evidentemente) e loro se la trasmettevano allegramente. Per loro, suppongo, qualche valore aveva ma per noi, ovviamente, non aveva alcun valore visto che non ne conoscevamo l'esistenza. Ora che ne conosciamo l'esistenza ci chiediamo se ha valore e se va preservata. 

5. Assumiamo di volerla "preservare", cosa si fa? Facciamo uno "zoo di uomini rossi" recintando quel pezzo di foresta che e' per loro rilevante ed impedendo militarmente a chiunque che non sia loro di entrarci? Li filmiamo per un paio d'anni, magari di nascosto, dopodiche' (avendo raccolto abbastanza "records" nel senso nostro, hollywoodiano, della loro "cultura") ce ne freghiamo e lasciamo che succeda quel che deve succedere (ossia, che ce li seghiamo alla grande, come da destino).

Per il momento ho  solo capito che AB pensa che non c'e' niente di male che le culture scompaiano, mentre SB ha dei dubbi al riguardo o, quanto meno, crede sarebbe necessario definire un criterio di bene/male.  

Michele, non ho nessun criterio normativo, purtroppo. Come sai meglio di me in questi contesti uno puo' andare con meta-preferenze, meta-meta preferenze,.... Almeno concedetemi il barlume di intelligenza necessario per evitare queste domande. O almeno concedimelo tu; johnny non puo' farlo perche' offuscato dalla rabbia di far parte di una specie in via di estinzione :-) (e forse anche dal fatto che non mi sono espresso bene, o almeno non in forma chiara per un non economista).

Quindi, con questo, mi evito tutte le tue domande su cio' che e' giusto, perche' non so come rispondere.

Il mio post aveva questo obiettivo (ovviamente non sono stato chiaro): notare che il mondo e' pieno di gente che sa/crede di sapere cosa "e' giusto", ma che nessuno di questi dice "e' giusto andare a civilizzarli". In questo, noterei, gli antropologi hanno vinto la battaglia culturale. (Niente di male, by the way, i danni fatti nella storia da coloro che dicevano andiamo a civilizzarli sono incommensurabili. Io credo che gli antropologi siano stati fondamentali nello sputtanare questo modo di vedere. Secondo me adesso esageriamo col relativismo, ma questo e' giudizio soggettivo)

La mia risposta a Sandro voleva invece fare il punto che l'analogia cultura/biologia che lui usa e' profondamente misleading. Niente altro. Beh forse notavo anche che essendo questa una questione di preferenze e non di tecnologia, e' meglio pensare a preferenze rivelate (con tutti i problemi ad usare questo concetto in contesti di questo tipo; anche qui, e che caz.., concedimi il barlume di intelligenza necessario a capire che chiedere alla gente "preferisci sparare frecce agli aerei o ubriacarti a Manaus" sia cosa delicata) che non a costi-benefici.

Io non penso che non ci sia niente di male che le culture scompaiano (capisco che ho dato questa impressione nella risposta a Sandro, mea culpa) ma penso che l'analogia con la bio-diversita' e' errata (non ho dubbi; per questo mi evito il congiuntivo, con buona pace di michele  e di Vecchioni :).

Poi, si' in effetti, io penso anche che il concetto di "preservare le culture" sia profondamente paternalistico (ancora una ragione per cui l'analogia con la bio-diversita' e' folle e per cui qualcosa come preferenze rivelate e' concetto importante da usare in questo contesto; ancora una ragione per cui gli antropologi, che questo non sembrano capire, finiranno a lanciare frecce agli aerei).

Io poi ho anche scritto modelli in cui, a causa di una esternalita', "preservare le culture" e' attivita' che in equilibrio gli agenti fanno troppo, non troppo poco (nel senso di ottimo Paretiano). Ma i modelli sono tautologie. Potrei scriverne altri con risultati opposti. Potrei anche dire che a occhio i dati stanno da questa parte, ma li' si puo' discutere a vita (pochi sono i dati).

Spero questo chiarisca. Devo dire, come commento finale, che non mi piace discutere con chi assume che io sia stupido/ignorante sino a prova contraria. Ma forse lo faccio anch'io con gli altri, cosi' e' la vita, suppongo.

Ma, scusate, mi sapete portare un esempio di cultura che, nella storia, si è preservata intatta ed uguale a se stessa nel tempo ?

Nessuna cultura è mai stata immune da influenze esterne ed ogni cultura le ha in qualche maniera assorbite, venendo con ciò modificata.

Gli stessi uomini rossi, con ogni probabilità, qualche influenza culturale esterna l'hanno avuta, altrimenti come spiegare la forma delle capanne e dell'arco che appaiono simili e comuni a quelli utilizzati da altri popoli dell'area amazzonica ?

Ora, se è vero che ogni cultura viene influenzata e modificata da elementi ad essa esterni, il punto è nella rapidità del cambiamento, per cui, con ogni probabilità, la cultura degli uomini rossi è destinata ad essere spazzata via in poche generazioni, perchè il numero di cambiamenti che essa assorbirà sarà tale da impedirne la matabolizzazione.

E' giusto preservarla ? più che altro è impossibile, al massimo la si potrà studiare prima che scompaia del tutto, cosa che ha un valore culturale in sè e che - quien sabe -  potrebbe avere effetti imprevisti, metti che per esempio hanno scoperto un antibiotico naturale che loro usano da generazioni in maniera empirica ed è capace di debellare le infezioni senza effetti collaterali ? nessuno può saperlo se non studuando le loro abitudini.

Una notazione sul piano medico. Vedo che tutti danno per scontato che li si dovrebbe vaccinare. Qui entra in gioco il relativismo culturale. Nessuno di noi accetterebbe di essere sottoposto a trattamenti medici senza consenso informato, ma quale consenso informato potrebbero dare gli uomini rossi, che magari associano le malattie all'influenza degli spiriti maligni o della magia ? Se rifiutano la medicina dell'"uomo bianco" li si vaccina lo stesso ?

Scusate se torno in ritardo su questa discussione, vorrei provare a riorientarla in termini un pochino piu' pratici.

A me sembra che l'osservazione di Sabino sia cruciale. Nessuna cultura si e' mai preservata intatta nel tempo, quindi la discussione puo' al massimo riguardare il tasso di cambiamento che si decide di permettere. Il punto e' che cercare di regolare il tasso di cambiamento richiede necessariamente interferenza violenta (non saprei come altro definirla) da parte dello stato o di altre culture. Per esempio, se lo stato brasiliano decidesse che la cultura degli uomini rossi merita di essere preservata cosi' come e', allora dovrebbe necessariamente impedire con le armi a dei privati cittadini, siano essi missionari di qualche religione o venditori di utensili, di entrare in contatto con questa tribu'. E' giusto o no? E fino a che punto bisogna spingersi? Dobbiamo impedire il contatto solo con i venditori di utensili o anche con altre tribu' amazzoniche? Queste sono le domanda alle quali non so rispondere. Ancora di piu', faccio fatica a trovare un quadro concettuale nel quale iniziare a ragionare in modo serio riguardo alla questione.

Alberto dice che l'analogia tra culture e specie biologiche e' errata. Non son sicuro di aver capito bene l'argomento, quindi Alberto mi correggera' se sbaglio, ma se ho inteso bene il punto e' che non e' vero che le culture spariscono per sempre mentre le specie biologiche si. Se questa e' l'argomentazione, non la trovo convincente. Prendiamo per esempio un tratto culturale importante, la lingua parlata. E' vero che del latino ci sono rimasti i libri, e il fatto che nessuno parli ora latino come lingua madre non toglie che tutta la cultura prodotta in quella lingua nel corso di vari secoli sia comunque rimasta. Pero' e' anche vero che il non avere alcuna popolazione che parla latino impedisce che nuova cultura venga prodotta in quella lingua. Questo e' per sempre, e i possibili sviluppi di quella lingua sono stati persi per sempre.  Anche se oggi si creasse un movimento socio-culturale che cerca di ricostruire comunita' in cui il latino torna a essere lingua viva, con una nuova produzione letteraria e scientifica, si tratterebbe comunque di una cosa diversa rispetto a quello che avremmo avuto nel caso in cui il latino fosse rimasto la lingua dominante negli ultimi dieci secoli.

D'altra parte, non so molto di biologia, ma mi pare il processo normale di mutazione e selezione fa si che anche le specie biologiche si evolvano e cambino nel tempo. Quanto diciamo che e' giusto impedire che le balene si estinguano quello che in realta' diciamo e' che non vogliamo cancellare il processo di evoluzione di quella particolare specie; molto probabilmente le balene saranno comunque un po' diverse tra qualche centinaio d'anni da come sono ora, per processi di mutazione e selezione. In cosa e' diversa una cultura da questo processo?

Come dice Sabino, la verita' e' non ci possiamo fare molto. Impedire la scomparsa del latino era comunque impossibile. Ma la domanda e': possibile o  meno, e' cosa buona o sbagliata? La scomparsa del latino come lingua viva e' stata seguita dal fiorire di nuove culture. Non sappiamo cosa avremmo avuto se il latino non fosse scomparso, pero' sappiamo che la sua scomparsa ci ha dato Dante e tante altre cose. Quindi, se vogliamo, la domanda puo' essere riformulata in questo modo: se un essere onnipotente avesse potuto scegliere tra il preservare il latino e il permettere la nascita e lo sviluppo delle lingue volgari, cosa avrebbe dovuto fare? Quali criteri, quale concetto di giustizia avrebbe dovuto usare per guidare le proprie scelte? Queste, di nuovo, sono le domande a cui non so rispondere.

Si potrebbe rispondere sbrigativamente che queste domande sono troppo astratte e irrilevanti per meritare che si perda tempo a cercare risposta. La ragione per cui non credo sia cosi' e' che decisioni simili, riguardanti il preservare o meno una cultura, vengono prese spesso, quindi un qualche criterio in pratica viene usato. Facciamo un esempio piu' vicino a noi e piu' terra terra. E' giusto o no che il comune di Venezia spenda soldi e risorse per allestire a Mestre un campo nomadi, destinato a cittadini di etnia e cultura Sindi? Gli amministratori del comune di Venezia hanno deciso di si, altri hanno contestato in modo veemente la decisione.

Suppongo che gli amministratori veneziani abbiano usato, non so quanto esplicitamente o consciamente, un qualche criterio che stabilisce che il preservare la cultura e lo stile di vita Sindi sia un obiettivo a cui e' giusto dedicare risorse, che vengono prese da cittadini che Sindi non sono. Questo non lo facciamo per tutte le culture e per tutte le etnie. Tutta la fase dell'industrializzazione italiana (e di tanti altri paesi) e' stata contrassegnata da spostamenti massicci di popolazioni. L'immigrazione massiccia dei veneti in Argentina o dei siciliani a Long Island ha creato culture nuove e ne ha distrutte di esistenti. A nessuno e' venuto in mente di creare zone speciali in cui i contadini del Polesine o i contadini siciliani potessero perpetuare la loro cultura. Quindi ripropongo la domanda: in base a quali criteri decidiamo di usare risorse per preservare certe culture e non altre? Perche' qualche criterio viene usato in pratica per pigliare queste decisioni.

E' questione di preferenze, e quindi distruggere una cultura, comporta
disutilita'.... e li' allora prefereze rivelate e' meglio di
costi-benefici.

per quanto riguarda il fornire ragioni alla supposta ostilità di antropologi e sociologi nei
confronti della razza degli economisti e della loro cultura il tuo post mi sembra essere esaustivo. 

Guarda che qui sei tu a fare la cacca fuori dal vasetto. Non hai capito! Ma e' anche colpa mia per l'uso dei paroloni gergali.

sulla questione leninista del che fare: non esiste la risposta giusta. semplicemente le pratiche ed i discorsi mostrano i propri valori di riferimento. anche il tuo commento.
tutto questo non è ovviamente "cultura". in effetti il concetto di cultura è stato usato scientificamente con efficacia per contrapporlo a quello di natura. quindi in questo caso, quando ci sono interessi divergenti, non ha molto senso parlare di cultura brasiliana o peruviana ecc.
si potrebbe parlare invece di classi e gruppi sociali, forse di sub culture, o se vogliamo di habitus legato alla classe ed alla propria traiettoria sociale. ma non di cultura occidentale nè di cultura brasiliana.

 

 

 

non ha molto senso parlare di cultura brasiliana o peruviana ecc.
si potrebbe parlare invece di classi e gruppi sociali, forse di sub culture ...

Alcuni finissimi teorici sembrano in grado di parlare di sub-X anche se di X non si puo' proprio parlare (whatever that means) ... Culture differenti: in alcune [A & -A] valgono contemporaneamente ...

Se uno cosi' non ci fosse, bisognerebbe inventarselo ... 

boldrin ci sono tante cose che non capisci. ma non prendertela. penso al tuo e non fare la cacca fuori dal vasetto.

Finezze teoriche dell'antropologo in erba ...

Ma tu esisti per farci sorridere e confermare tutti i nostri "pre-giudizi"? 

Davvero, se non esistessi bisognerebbe inventarti!

Keep up the good work, sei utile alla fin fine.

inutile dirti niente. tu ti seppellisci sempre da solo portando la discussione verso vette teoriche non immaginabili altrimenti. come si dice... dimostri autonomia ma dovresti impegnarti di più. eppure a differenza mia ne hai di esperienza eh :) e pensare che con te avevo pensato di poter discutere civilmente... perché non scavi di più? cordialità