Titolo

La cultura occidentale e l'antropologia

3 commenti (espandi tutti)

Mamma mia che tignosi questi antropologi...e io che pensavo gli economisti fossero i peggiori.

Allora vorrei dare un piccolo contributo alla cosa.

  1. Tutte le culture sono mortali. Si mischiano e "infettano" reciprocamente molto più di quanto certi antropologi non vogliano ammettere. La ragione è semplice: gli uomini entrano in contatto fra loro, talvolta anzi sempre, con guerre, altre volte con commerci. Per fortuna da scambi tanto drammatici derivano contaminazioni linguistiche, culturali e tecnologiche che sono il sale e il motore della civiltà. Forse la tribu di cui parliamo è così esigua proprio perchè isolata, mentre al contrario prospera chi si muove e impara da chi è oggettivamente più sviluppato... Gli antropologi invece si innamorano a tal punto delle culture, coincidenti con il loro ambito di ricerca, che arrivano a scambiare un settore di ricerca, lo studio della cultura x nel posto y nell'età z (una tassonomia che chiunque riconosce essere transeunte e accidentale) come un dato inevitabile della società umana. Ora, che uno si affezioni all'oggetto della sua ricerca è umano, è diabolico invece che si pretenda un atteggiamento alla "Balla coi Lupi" ogni volta che si entra in contatto con la cultura "altra da sè" giusto per scimmiottare un poco le fesserie che si sentono alle volte. Un vostro esimio collega (per non fare nomi dirò che insegna ad Harvard, è indiano e ha vinto il premio nobel), ormai stanco e prossimo alla pensione, ha smesso di fare Social Choice, e si sta dilettando con questo genere di discussioni. Non che i suoi libri siano fulminazioni, ma almeno sostiene una cosa interessante: l'idea delle affiliazioni multiple, ovvero il coesistere, nella stessa persona, o gruppo di persone di aspetti culturali della più varia estrazione. Io posso essere allo stesso tempo indiano, studioso di economia, eterosessuale, animalista, buddista e così via. Magari anche i nostri che si dimenano tanto alla vista dell'elicottero hanno la lancia che, 2000 anni fa fu prodotta dai vicini ora sterminati, magari la loro capanna è intagliata con una tecnica appresa dai loro tris-tris-nonni durante una razzia nei villaggi adiacenti e così via...anzi sono certo che sia andata così. Dunque tutte le culture sono mortali perchè si contaminano tra loro, al di la della loro proclamata purezza.
  2. Non tutte le culture sono positive. Ci sono aspetti di alcune culture che sono oggettivamente ripugnanti, sia dal punto di vista morale, sia dal punto di vista estetico, sia dal punto di vista scientifico. Ovviamente prendo la cosa da un punto di vista "locale" e non globale: ossia riconosco, e trovo più semplice, giudicare pratiche singole, piuttosto che intere culture o civiltà. Per me non ha molto senso dire: l'Islam è arretrato. La cosa nn dice molto di interessante. Trovo più utile dire: considerata l'autonomia individuale come un valore preferibile ad altri (quali la potestà maschile su mogli e figli e dunque l'annesso maschilismo) ritengo che il diritto familiare dei paesi che hanno una maggioranza di popolazione islamica sia oggettivamente meno preferibile, per non dire ripugnante, rispetto al diritto di famiglia danese. (Stabilire poi se tale condizione giuridica sia ascrivibile in via esclusiva all'esser musulmano della maggioranza delle persone che ivi abitano, non me ne frega nulla, almeno a questo punto della discussione). Squartare un bisonte e mangiarne il fegato crudo, caldo e pulsante di sangue, è ripugnante, preferisco di gran lunga una chianina in un ristorante di Siena. Infine credo che sia giusto dire che sostenere una concezione cosmologica per cui la terra è tenuta in piedi da una tartaruga, che sotto ha un bufalo, che sotto ha un elefante e così via, sia semplicemente sbagliato da un punto di vista scientifico e la qual cosa è, secondo me, in connessione, direi causale, con la vita breve, misera e bruta che i selvaggi conducono nelle foreste. Insomma, una cultura che promuova pratiche che non reggono una verifica razionale, scientifica e argomentata delle proprie credenze è sempre sbagliata. Sarò anche un tardo illuminista, ma l'immagine di qualcuno che si batte il petto davanti al nuovo venuto e gli intima di andarsene mi fa venire in mente solo una condizione culturale sottosviluppata. Invece gli antropologi pretendono che noi assistiamo alle culture come fossimo a una sfilata di moda! E invece no! Dinnanzi al collega antropologo che sciorinava tutti i 30 possibili modi di infibulare una donna, che io rozzo, liquidavo sbirgativamente senza riconoscere la "complessità" del fenomeno, io rispondo con altrettanti: che schifo! Poi parliamo di come ovviare al problema, alle sue radici socio-psico-etno-demografiche, senza però dimenticare che tutta la vicenda ci fa vomitare.
  3. L'identità culturale non è un fatto positivo in sè. Le identità culturali e religiose ambiscono ad uno status sempre superiore come se discuterle criticamente fosse già di per sè una sorta di pretesa prometeica. Voglio dire: ma chi ha detto che per trovare una soluzione ai problemi di queste tribù si deve interpellare l'antropologo? Magari un'analisi costi benefici potrebbe essere più utile...non sto dicendo che quella sia la strada, dico che l'economista, che per alcuni è laido e cinico per assunto, sta proponendo ragioni che sono alla pari con le ragioni degli antropologi. E invece non è mai così. Perchè dinnanzi alla discussione circa i costi che lo stile di vita che si vuole preservare impone a chi lo pratica e subisce, ecco dinnanzi a questo si invoca uno statuto speciale del fatto in questione, cioè il fatto culturale, che deve essere analizzato con strumenti speciali e cmque degno di speciale tutela. Da qui deriva anche tutto quel processo di incanto (contrapposto al processo di disincanto del mondo) della cultura studiata, che non è discussa per ciò che essa produce materialmente e spiritualmente (nel migliore dei casi taboo mentali e tecnologici, nei peggiori fame e malattie) ma piuttosto analizzata sulla scorta del significato che noi attribuiamo ad essa in comparazione alla decadenza morale, presunta, del modo civilizzato, anzi cosiddetto civilizzato, come si ama dire. L'altra settimana a Torino il filosofo John Searle diceva: "siamo stati fin troppo ossessionati con il problema dello scetticismo e dell'esistenza del mondo esterno: chi può seriamente dubitare dell'esistenza del mondo esterno e del valore della conoscenza scientifica dopo che siamo andati sulla luna". E ancora: "ma davvero gli antropologi, quando guardano la luna in una notte di luna piena, pensano che quello che vedono sia un fatto culturale prodotto dalla cultura scientista dell'occidente?" (Per la cronaca, secondo il signor Michael Herzfeld, antropologo di Harvard, è proprio così "la credenza nel mondo esterno è frutto del parrochialismo occidentale" -sentito con le mie giovani e sane orecchie, qualche settimana prima di Searle) Tutto questo per dire che sul piano della conoscenza c'è chi è più avanti e chi più indietro, ovviamente sempre secondo l'accezione locale del punto di sopra. Inoltre si possono concepire situazioni in cui l'assenza di identità è un fatto positivo. Quante volte sentiamo gli imbecilli dire che gli US non hanno cultura e non hanno identità rispetto all'Europa. Ebbbene mai però che si riconosca che non avere the burden of the past potrebbe essere un pregio. Quando facevo il phd e c'erano studenti della ex-jugoslavia era un casino districarsi in quel dedalo di storie fratricide, di confini di terra e sangue, di una storia che appensantiva tutto ipotecando i rapporti fra persone. Invece era molto più semplice e lineare parlare con gli americani che non avevano tutte quelle complicazioni psico-geografiche di noi europei. Certo, uno può dire che però noi europei abbiamo più ricchezza culturale, (rieccoci!) ma a quale prezzo però? Nessuno che consideri cosa ha prodotto quella ricchezza, quali insensatezze e violenze....Nn sostengo che l'identità culturale produca necessariamente guerre, dico che lavora per esclusione e per questo è pericolosa...per cui ben vengano le contaminazioni e le ibridazioni. E ancora quanti commenti sul consumismo come degenerazione delle identità smarrite dell'occidente...eppure in Israele e nel mondo islamico pare che sia proprio la voglia di consumismo che fa da bastione contro l'integralismo delle fasce più estreme e fondamentaliste di entrambi quei mondi. Quindi contrariamente a quanto si pensa, la violenza alligna anche nella preservazione delle identità e della loro esclusione dal contatto con le culture diverse, mentre i processi di omogenizzazione culturale, anche in direzione consumista, e con l'esito apparente di diminuire il numero delle culture esistenti produrrebbero condizioni di armonia sociale che ogni identità, per sua natura esclusiva, non produrrebbe. Insomma altro che tradizione e identità! Come ha detto qualcuno per salvare l'uomo dall'estinzione, quella prodotta dall'eccesso di identità, più che di lavori sul campo di antropologi c'è bisogno di rossetto, profilattici, libertà sessuale e consumismo.
  4. Tutte le culture cambiano sempre. L'idea della preservazione presuppone che si abbia a disposizione un monte di identità ben definito e che ogni eliminazione di fenomeni culturali appartenenti a quel mondo sia una perdita secca e irrimediabile di identità...insomma il modello super-fisso colpisce ancora! Ma mai che si consideri che le culture nascono e muoiono producendosi nuovamente in forme prima neanche lontanamente immaginabili. Prendiamo il caso dei neri d'america. La tratta degli schiavi ha strappato milioni di persone dalla cultura africana originaria e li ha portati a Cuba negli Stati Uniti e così via. E' stata una tragedia, ma la cultura originaria degli schiavia africani non si è sublimata, in senso fisico, nè è venuta meno rispetto al modello superfisso delle culture definite una volta per sempre. Piuttosto ha prodotto il jazz, hip hop, una certa letteratura...e così via e questo avviene anche a livello micro, cioè nella vità quotidiana, quando l'identità assume forme meno appariscenti ma non per questo meno reali: mi riferisco alle contaminazioni che produce l'immigrazione di certi gruppi etnici in paesi come l'Italia (prendi la musica rumena manele, ballata anche da italiani). Perchè alla fine il punto è questo: gli antropologi dicono che tutto, ma proprio tutto, è riconducibile a fatti culturali, poi periodicamente denunciano la scomparsa di questa o quella cultura. Ma se il loro presupposto di ricerca è vero, ossia l'uomo si definisce innanzitutto nelle sue interazioni culturali al di là della sua biologia, allora se anche la tribù x scompare, cosa hanno da temere? Tanto finchè ci saranno uomini ci saranno sempre molte culture, appunto perchè come dicono loro, l'uomo produce sempre cultura e identità.

interessante il tuo intervento. dirò velocissimamente due cose in croce.
dietro il tardo illuminista sono arrivati altri tardi illuministi, qualche missionario, molti cannoni. insomma è finita sempre in un gran macello, letteralmente.

penso che l infibulazione sia un retaggio della dominazione maschile e dunque del patriarcato ma *non solo*. le analisi monofattoriali sono sempre sbagliate.
possiamo combatterla solo sapendo *esattamente* di cosa si parla. compreso i 30 modi diversi di praticarla. sicuro che sotto la stessa etichetta ci sia sempre la stessa pratica? non vomitare prima del tempo, almeno non farlo sempre e automaticamente. e possibilmente se vogliamo combattere l'infibulazione facciamo a casa nostra senza andare in maghreb a, scusa il termine, rompere i coglioni. il perchè l ho scritto sopra. poi combattiamo anche la circoncisione però, così per principio.

il modello super fisso, come lo chiami tu, è stato abbandonato dall antropologia da 50 o più anni. in italia e francia non c è nessuno che avrebbe il coraggio di sostenerlo. come siano messi gli usa non lo so ma sinceramente non penso... io parlo di antropologia culturale ovviamente, social anthropology

Lévy-Strauss qualche decennio fa ha scritto che la diversità culturale deve essere preservata in se, non i suoi contenuti specifici che cambiano necessariamente. quindi non c è nessun attaccamento particolare alle tradizioni, perchè come insegnano altri, le tradizioni sono invenzioni (o finzioni)

personaggi come Descola insegnano che non solo siamo inculturati e quindi anche il buon senso e il tuo schifo per alcune pratiche è etnocentrico quindi non oggettivo ma che anche le vecchie dicotomie come natura e cultura sono da sorpassare. Qualsiasi islamista poi ti direbbe come le vecchie divisioni sacro profano di Durkheim sono prodotti della nostra visione occidentale e che in maghreb ad esempio le cose funzionano diversamente.

ultima cosa: non con-fondiamo relativismo culturale con relativismo morale, non dimentichiamoci degli aspetti politici che esistono dietro ogni azione ed interazione. anche la più nobile e tardo illuminista.

l antropologia ha come "compito" il produrre domande e dubbi, lo smontare le convinzioni piuttosto che il crearne di troppo forti. io non mi sbilancerei sinceramente come hai fatto tu. sopratutto nelle tue lodi sperticate per la mondializzazione-globalizzazione o come dir si voglia. poi ovviamente ognuno la pensa come vuole, ci mancherebbe. ma il tuo dare dei sottosviluppati ai barbari della giungla mi ricorda molto i colonizzatori del 1800. ci sono molte forme di conoscenza e molti modi di vedere il mondo e le cose. goody e altri - aggiungo anche i lavori dell'etnoscienza - hanno mostrato come esistano logiche diverse e forse non ben comparabili. ogni parametro di valutazione è soggettivo, come dici tu più volte. come fai dunque a dare giudizi così netti? 

 

 

Ci sono aspetti di alcune culture che sono oggettivamente ripugnanti

Scusa ma questa frase non si puo' leggere (come dicono a roma). E ai miei occhi tutto cio' che sostieni basandoti su questa logica cade rovinosamente, mi spiace.