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La cultura occidentale e l'antropologia

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Scusate se torno in ritardo su questa discussione, vorrei provare a riorientarla in termini un pochino piu' pratici.

A me sembra che l'osservazione di Sabino sia cruciale. Nessuna cultura si e' mai preservata intatta nel tempo, quindi la discussione puo' al massimo riguardare il tasso di cambiamento che si decide di permettere. Il punto e' che cercare di regolare il tasso di cambiamento richiede necessariamente interferenza violenta (non saprei come altro definirla) da parte dello stato o di altre culture. Per esempio, se lo stato brasiliano decidesse che la cultura degli uomini rossi merita di essere preservata cosi' come e', allora dovrebbe necessariamente impedire con le armi a dei privati cittadini, siano essi missionari di qualche religione o venditori di utensili, di entrare in contatto con questa tribu'. E' giusto o no? E fino a che punto bisogna spingersi? Dobbiamo impedire il contatto solo con i venditori di utensili o anche con altre tribu' amazzoniche? Queste sono le domanda alle quali non so rispondere. Ancora di piu', faccio fatica a trovare un quadro concettuale nel quale iniziare a ragionare in modo serio riguardo alla questione.

Alberto dice che l'analogia tra culture e specie biologiche e' errata. Non son sicuro di aver capito bene l'argomento, quindi Alberto mi correggera' se sbaglio, ma se ho inteso bene il punto e' che non e' vero che le culture spariscono per sempre mentre le specie biologiche si. Se questa e' l'argomentazione, non la trovo convincente. Prendiamo per esempio un tratto culturale importante, la lingua parlata. E' vero che del latino ci sono rimasti i libri, e il fatto che nessuno parli ora latino come lingua madre non toglie che tutta la cultura prodotta in quella lingua nel corso di vari secoli sia comunque rimasta. Pero' e' anche vero che il non avere alcuna popolazione che parla latino impedisce che nuova cultura venga prodotta in quella lingua. Questo e' per sempre, e i possibili sviluppi di quella lingua sono stati persi per sempre.  Anche se oggi si creasse un movimento socio-culturale che cerca di ricostruire comunita' in cui il latino torna a essere lingua viva, con una nuova produzione letteraria e scientifica, si tratterebbe comunque di una cosa diversa rispetto a quello che avremmo avuto nel caso in cui il latino fosse rimasto la lingua dominante negli ultimi dieci secoli.

D'altra parte, non so molto di biologia, ma mi pare il processo normale di mutazione e selezione fa si che anche le specie biologiche si evolvano e cambino nel tempo. Quanto diciamo che e' giusto impedire che le balene si estinguano quello che in realta' diciamo e' che non vogliamo cancellare il processo di evoluzione di quella particolare specie; molto probabilmente le balene saranno comunque un po' diverse tra qualche centinaio d'anni da come sono ora, per processi di mutazione e selezione. In cosa e' diversa una cultura da questo processo?

Come dice Sabino, la verita' e' non ci possiamo fare molto. Impedire la scomparsa del latino era comunque impossibile. Ma la domanda e': possibile o  meno, e' cosa buona o sbagliata? La scomparsa del latino come lingua viva e' stata seguita dal fiorire di nuove culture. Non sappiamo cosa avremmo avuto se il latino non fosse scomparso, pero' sappiamo che la sua scomparsa ci ha dato Dante e tante altre cose. Quindi, se vogliamo, la domanda puo' essere riformulata in questo modo: se un essere onnipotente avesse potuto scegliere tra il preservare il latino e il permettere la nascita e lo sviluppo delle lingue volgari, cosa avrebbe dovuto fare? Quali criteri, quale concetto di giustizia avrebbe dovuto usare per guidare le proprie scelte? Queste, di nuovo, sono le domande a cui non so rispondere.

Si potrebbe rispondere sbrigativamente che queste domande sono troppo astratte e irrilevanti per meritare che si perda tempo a cercare risposta. La ragione per cui non credo sia cosi' e' che decisioni simili, riguardanti il preservare o meno una cultura, vengono prese spesso, quindi un qualche criterio in pratica viene usato. Facciamo un esempio piu' vicino a noi e piu' terra terra. E' giusto o no che il comune di Venezia spenda soldi e risorse per allestire a Mestre un campo nomadi, destinato a cittadini di etnia e cultura Sindi? Gli amministratori del comune di Venezia hanno deciso di si, altri hanno contestato in modo veemente la decisione.

Suppongo che gli amministratori veneziani abbiano usato, non so quanto esplicitamente o consciamente, un qualche criterio che stabilisce che il preservare la cultura e lo stile di vita Sindi sia un obiettivo a cui e' giusto dedicare risorse, che vengono prese da cittadini che Sindi non sono. Questo non lo facciamo per tutte le culture e per tutte le etnie. Tutta la fase dell'industrializzazione italiana (e di tanti altri paesi) e' stata contrassegnata da spostamenti massicci di popolazioni. L'immigrazione massiccia dei veneti in Argentina o dei siciliani a Long Island ha creato culture nuove e ne ha distrutte di esistenti. A nessuno e' venuto in mente di creare zone speciali in cui i contadini del Polesine o i contadini siciliani potessero perpetuare la loro cultura. Quindi ripropongo la domanda: in base a quali criteri decidiamo di usare risorse per preservare certe culture e non altre? Perche' qualche criterio viene usato in pratica per pigliare queste decisioni.