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Le riforme della Gelmini: il solito dirigismo statalista

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In realtà, stanno per arrivare nuovi ordinamenti del 3 e del 2, che di fatto annullano tutta la riforma del "3+2", inclusi i moduli e i crediti. Tanto per fare un esempio, si faranno solo moduli da 12 crediti, ossia i vecchi esami di una volta.

Sono provvedimenti presi ancora da Mussi (nonostante che la Gelimini cerchi di spacciarli per propri). Se Mussi non li ha pubblicizzati a dovere, la ragione è molto chiara: si tratta, effettivamente, della completa controriforma rispetto alle sciagurate innovazioni introdotte, con la scusa del presunto "accordo al livello europeo", dai precedenti governi di sinistra. Non era conveniente dire: abbiamo sbagliato tutto, si torna a come era prima. Ma di questo si tratta.

non ho capito perchè annullano il 3 più 2.

Nominalmente non si annulla niente.

Di fatto sì. Infatti, il modello "3+2" prevedeva due corsi di studio formalmente slegati l'uno dall'altro: si poteva fare il 3 di chimica, e poi passare a fare il 2 di letteratura cinese. Per tale motivo si rendeva necessario il sistema dei debiti/crediti: il passaggio a un corso di laurea molto diverso comportava un monte debiti abbastanza elevato, ma quantificabile esattamente e comunque ricuperabile.

Invece, adesso si va verso un sistema in cui la cesura tra il 3 e il 2 è solo nominale: i corsi sono pensati in ragione di 5 anni (cioè, come una volta), e gli esami sono calibrati di conseguenza. I passaggi rocamboleschi di cui sopra non saranno, di fatto, più possibili. Non ho ancora capito bene i dettagli tecnici (nessuno li ha capiti), ma la direzione che si preannuncia è esattamente questa.

Insomma, gattopardianamente, si cambia tutto, e si ritorna al punto di partenza. Però, nell'apparenza, rimane il "3 + 2", con la sua presunta modernità.

Io sono favorevole, solo che mi fa un po' ridere l'ipocrisia di chi fa finta che si tratta di piccoli miglioramenti, e non di una completa controriforma. 

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Continuo a pensare che quella del 3+2 sia stata, nonostante l'implementazione assai scadente, una riforma positiva. Una decisa volonta' politica nel considerare il triennio come una laurea a se' stante avrebbe potuto completare l'opera. In ogni caso, sarebbe stato un passo nella giusta direzione.

A 25-26 anni, nel resto dell'Occidente un ragazzo ha gia' 2-3 anni di esperienza e magari comincia a pensare ad un MBA. Da noi, fino ad un paio di anni fa, l'eta' media di laurea era di 28 anni (recentemente ho letto che si e' abbassata a 27, ma non ho capito se si parlava solamente di triennio...). E' UNA COSA DA PAZZI. E non venitemi a raccontare che "questo non e' un problema perche' l'universita' italiana forma meglio quindi poi il tempo lo recuperi". Salvo lodevoli eccezioni, questo non succede.

Come assai giustamente scrisse Mankiw a proposito della sua vita pre-1985

All this looks random and disjointed, and to some extent it was. But I look back at this period of my life as a time of experimentation, when I was trying to figure out my own tastes and talents. A large part of early life is trying to find your niche in the world. Open-mindedness and experimentation were crucial for me, and I believe they are for many others as well. That will mean some false starts (like spending a year and a half in law school), but those false starts are part of a process of learning about yourself.

Un 3+2 imperfetto (rectius: una Laurea di 3 anni) e' molto meglio di un sistema che nega agli studenti la possibilita' di provare cose diverse ed imparare dai propri errori, ed immette sul mercato persone gia' vecchie ed incapaci di rischiare.

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Prima gli anni erano 4, ma di fatto quasi sempre 5, e in alcune facoltà erano 5 proprio. Il 3+2 ha istituzionalizzato una situazione di fatto.

A mio modesto avviso, gli studenti rimangono all'università fino a tarda età perché mancano strumenti di pressione: in paesi normali se uno non fa nessun esame per più di un tot anni, viene cacciato via dall'università, pure con disonore. Da noi, viceversa, lo accolgono a braccia aperte: studenti del genere sono una fonte inesauribile di finanziamento (tutte quelle rette pagate per non fare nulla...).

Bisogna solo bocciare di più e smentire la mitologia secondo cui l'Università è per tutti.

Invece, la strada intrapresa fino ad adesso è stata un'altra: abbassiamo la difficoltà, e via con il diplomificio per tutti. Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Questo e' il cuore del problema, esattamente. Si tratta di fisiologia, pero'; non c'e' patologia, nessun inganno. Il passaggio fra mondo del lavoro ed universita' difficilmente e' liscio e senza sbalzi. In questo senso, QUALSIASI percorso di studi e' "incompleto e non definitivo": i "pezzi mancanti" si acquisiscono sul campo. L'idea che aggiungere anni di universita' contribuisca a colmare il fossato e' illusoria nell'80 per cento dei casi. Meglio, molto meglio immettere sul mercato persone di 21-22 anni, pronte ad alzarsi le maniche e provare cose diverse.

In Italia questo mio ragionamento credo valga piu' che altrove. La distanza fra universita' e mondo del lavoro e' molto grande (a volte cio' puo' essere un bene, ma non e' di questo che mi preme discutere...). Le sacche di stagnazione ed immobilismo abbondano, ed immettere sul mercato del lavoro molte persone gia' vecchie contribuisce a mantenerle intatte.

Una maggiore severita' puo' essere parte della risposta. Che si cominci dall'asilo, pero': inutile aspettare l'universita' per chiedere serieta' e qualita' dell'insegnamento.  Quello che i ministri DELL'UNIVERSITA' degli ultimi 10 anni avrebbero  dovuto e potuto fare e' sforzarsi per far passare il concetto che ritardare l'ingresso nel mondo del lavoro e' un grave freno allo sviluppo.

Tabellini e coautori questi concetti li hanno espressi varie volte, nei loro editoriali sul Sole 24 Ore:

Soprattutto, iniziare tardi a lavorare è un ovvio spreco di risorse. Non solo perché riduce il reddito guadagnato nell'arco della vita, ma perché diminuisce l'accumulazione di conoscenze acquisite sul lavoro e le possibilità di investire su se stessi. Chi ritarda l'acquisizione dell'autonomia economica o residenziale spesso rimanda anche il perseguimento di altri obiettivi. Ma vi sono cose che possono essere fatte solo in certi momenti della vita. La creatività, la totale dedizione al raggiungimento di obiettivi personali, la voglia di cambiare il mondo o le nostre condizioni personali, sono una prerogativa della giovane età. Chi vi rinuncia lo fa per sempre.

(con Francesco Billari,  Ottobre 2007)

 

Da anni, una delle ricette più popolari per rilanciare la crescita e contrastare la concorrenza dei Paesi emergenti è investire di più in ricerca e migliorare l'università. Sebbene gli investimenti in ricerca rimangano bassi, i tentativi di riformare l'università non sono mancati: da più di 15 anni, ogni legislatura ha fatto una riforma. Ma tutti i tentativi sono falliti, e l'università italiana rimane inefficiente come è sempre stata. Anche la prossima legislatura farà una nuova riforma. Ma anche questa fallirà, se non imparerà dagli errori passati.

(con Roberto Perotti, Marzo 2008)

Scusate ma questa cosa la vivo per esperienza personale: sono ancora coinvolto, a vario titolo, nel mondo dell'universita' anche dalla parte degli studenti, anche se posso spaziare su una porzione piuttosto ristretta dell'ordinamento universitario.

Le universita' sono di fatto obbligate a supportare l'attuale "nuovo ordinamento" ancora per un (bel) po', causa le migliaia di studenti che hanno un piano di studi gia' approvato e intenzionati a seguirlo, quindi il "nuovissimo ordinamento" deve mantenere una certa compatibilita' con il passato, altrimenti sarebbe difficile per motli atenei evitare la paralisi. 

Di fatto il 3+2 NON si annulla.

Si annulla il fatto che puoi fare il 3 di chimica e il 2 di cinese (cosa IMHO buona e giusta).

Si annulla il fatto che gli esami siano stati spezzati in piu' unita' didattiche (cosa che puo' essere buona o no).

Pero' resta il fatto che la laurea e' di 3 anni, e poi c'e' la laurea magistrale di 2 anni aggiuntivi. E questo, sempre IMHO, e' molto positivo: in parte perche' sono d'accordo con Artemio, ma in parte perche' se ben sfruttata permetterebbe di migliorare a costi relativamente bassi la struttura stessa delle universita': ad esempio l'universita' X attiva 10 corsi triennali ma solo 5 corsi magistrali, per motivi di costo e impegno dei docenti. Si potrebbeno separare i bilanci, e gestire dversamente i rapporti con i docenti per le due diverse "lauree". Certo questo dipende dal grado di autonomia e di capacita' amministrativa del singolo ateneo, sul quale non sono informato, ma se fossi ottimista mi piacerebbe che qualche universita' in giro per l'Italia ci pensasse...

Riguardo il fatto di avere un esame da 10/12 crediti invece di due esami da 5/6, puo' essere positivo o meno a seconda di vari fattori: ad esempio alcuni studenti lamentano che il corso di 2 mesi, una volta fatto l'esame, ti lascia praticamente 0 nella memoria. Pero' e' anche vero che ci sono esami da 5 crediti (ogni credito dovrebbe corrispondere a 25 ore di lavoro) richiedono molto di piu' del "costo" teorico per essere sostenuti, quindi un esame da 12 crediti diventerebbe, di nuovo, uno di quei "mostri" che allungano gli anni effettivi da passare sui banchi (almeno con l'ordinamento e la mentalita' dei professori qui in Italia). Se faccio due esami da 6 crediti "rischio" di dimenticare prima, se ne faccio uno solo da 12 "rischio" di doverlo studiare da solo (tralasciando gli altri esami, quindi restando indietro di altri 12 o 24 o 36 crediti, mentre con esami piu' "piccoli" avrei rischiato di meno).

Sono assolutamente convinto che l'ordinamento attuale non sia affatto da buttare. Sono anche convinto che non sia l'ordinamento il problema principale dell'universita' in Italia, quanto un problema di mentalita' dei docenti e di (in)capacita' o impossibilita' organizzativa degli atenei, quindi non credo che questa nuova riforma potrebbe fare miracoli.

Come sempre, comunque, sono solo opinioni :) 

 

A me sembra che siamo sostanzialmente d'accordo, ma divergiamo nella valutazione "filosofica" della cosa... quindi, di nessuna rilevanza. A me sembra una controriforma, a te no, ma intanto le cose sono quelle che sono.

Infatti, come ho detto, sono d'accordo con te su alcune cose, della filosofia importa poco. Importerebbe se questo significasse qualcosa nel lungo periodo, ma se si continua con l'inbreeding, con le cattedre monolitiche e la mancanza di una seria amministrazione "privatistica" degli ateneia qualsiasi cosa si faccia sara', essenzialmente, inutile IMHO.

 

Oddio, io sul "privatistico" andrei con i piedi di piombo: ma te li vedi i nostri baroni che licenziano docenti nullafacenti o incapaci per alzare la qualità e attrarre studenti? Mica possono fare un torno così grosso alle/ai propri amanti, nipoti e congiunti vari! 

La privatizzazione finirà per peggiorare ancora di più il sistema baronale, IMHO 

Quando ho scritto "privatistica" intendevo "mirata al bilancio": se sei in perdita, piu' che sperare negli studenti di lungo corso o nelle donazioni statali devi tagliare e migliorare.

Ad esempio:

- eliminare i contratti a tempo indeterminato per i docenti (1)

- eliminare le cattedre con meno di X studenti (2)

- coinvolgere direttamente gli studenti migliori in progetti PRATICI e UTILI interni all'universita' (3)

- varie ed eventuali

(di seguito le note a questi punti)

E' una utopia, lo so gia' che nessuno vorrebbe rinunciare alla poltrona (nemmeno io lo farei, credo), ma se l'obiettivo e' che l'universita' formi gente che sia adatta a lavorare, sia nella ricerca che nel mercato, non si puo' lasciarla un meccanismo autoreferenziale che alimenta solo se' stesso come ora.

Sempre IMHO :)

(1) libero mercato: prendo il docente con miglior rapporto prezzo/prestazioni, e le prestazioni le vedo da quanto pubblica su riviste NON di amici suoi, quanti studenti che passano il suo corso poi si laureano e con che voto, quanti progetti con enti privati o pubblici segue

(2) questo probabilmente farebbe sparire la cattedra di filologia germanica da parecchie universita', tranne quelle in cui ci siano abbastanza studenti per tenersela, giustificando automaticamente la sua presenza e i costi annessi.

(3) non parlo di "commentare la divina commedia" ma di "creare il sistema di prenotazione informatica degli esami" senza pagare cifroni ad aziende che producono schifezze, o banalmente "fare opera di sorveglianza nelle biblioteche". E non dico di tutti gli studenti, ma dei migliori: potenzialmente hai una sequela di geni sottomano, e li usi solo per fargli leggere i tuoi tomi e mettergli un numero sul libretto? Ma fargli fare qualcosa che possano mettere nel curriculum no? Magari ANCHE coinvolgendo aziende esterne, che cosi' comincerebbero a conoscere questi futuri lavoratori...

 EDIT: mi sono accorto dalla risposta di Alberto che manca una premessa fondamentale: una universita' non dovrebbe avere nel suo CdA una maggioranza di docenti, e nemmeno la presidenza.   

 

 

(2) questo probabilmente farebbe sparire la cattedra di filologia germanica da parecchie universita', tranne quelle in cui ci siano abbastanza studenti per tenersela, giustificando automaticamente la sua presenza e i costi annessi.

A costo di apparire un po' caricaturale, vorrei dire una cosa. Sì, sono laureato in filologia germanica (non scherzo) e sì, non produco beni materiali, né faccio aumentare il PIL. Tuttavia, all'università, non solo a Lettere, sono caratterizzati dalla medesima improduttività una buona maggioranza dei corsi e degli insegnamenti. E allora che facciamo? Lasciamo solo ingegneria, giurisprudenza e medicina?

In realtà, la ricerca pura, sia essa filologia germanica o teoria dei gruppi, per qualche motivo è motore del progresso. Detto questo, certamente si tratta di uno spreco. Però allora come mai più le nazioni sono ricche e più cercano di fregiarsi di corsi universitari così inutili? Come mai alcuni miliardari lasciano in eredità i loro soldi non per un corso di medicina o una borsa di studio in fisica nucleare, ma per un corso di inutile filologia?

Ma comunque si tratta di un argomento già discusso più di una volta qui dentro, e su cui non si finirà mai di dibattere...

Ti assicuro non volevo essere ne' offensivo ne' volevo sottintendere una qualche "mancanza di produttivita'" da parte di una cattedra, quale che essa sia. L'unico motivo per cui ho citato la filologia germanica e' perche' la mia compagna, laureata in lingue, l'aveva citata la sera prima - non in maniera positiva, lo ammetto. Insomma era un esempio, avrei dovuto citare la cattedra di tetrapiloctomia forse :)

In questo frangente comunque non interessa il PIL, che come
detto anche qui su nfA e' solo un indicatore - e nemmeno completo.
Quello che interessa e' trovare i parametri che, variando, costringano l'universita' italiana a fare il suo lavoro. Per me l'universita' fa il suo lavoro se:

- produce persone preparate

- produce materiale informativo (scritti, articoli, libri), magari anche innovativo.

E' fuori dubbio che, a parte varie eccezioni, l'universita' italiana non riesca a perseguire questi obiettivi in maniera omogenea. E' anche fuori dubbio che qui il ritorno economico non e' il primo obiettivo, ma non puo' essere nemmeno l'ultimo. Come con la Sanita' pubblica: non lavoro per guadagnare ok, ma se vado in perdita sempre e comunque poi chi ci perde sono tutti i cittadini, me compreso.

A questo punto continuiamo con l'esempio della cattedra di filologia germanica - ripeto, senza voler offendere nessuno, mi serve un nome :)

Questa cattedra puo' essere giustificata in una universita' che attivi 50 corsi (tra lauree triennali e magistrali): anche se ha 5 studenti all'anno, questa cattedra magari fa parte di un corso di studi con 1000 studenti. Il costo di professore, aula, materiale e' in questo caso insignificante rispetto al bilancio dell'universita' in toto e mi serve sia nella didattica, sia nella ricerca (perche' il carico della didattica e' talmente basso che posso affidarti anche attivita' di ricerca - magari facendoti coadiuvare dagli studenti in maniera ufficiale). Se hai 1000 studenti puoi anche non fare ricerca, ti concentri sulla didattica, oppure si prende un altro docente: una decisione che in qualunque azienda spetterebbe al CdA, non al fatto che il docente voglia tenersi la cattedra e non dividerla con nessuno.

La cattedra potrebbe essere giustificata anche in una universita' a cui arrivi un contributo dal Goethe Institut, o dall'industriale di origine teutonica: in questo caso piu' che sulla didattica, sarebbe centrata sulla ricerca. Se non fai corsi puoi fare ricerca, anche su commissione.

Questa cattedra, invece, non e' giustificabile nel bilancio dell'universita' di Vattelappesca di Sotto che ha 10 corsi, tra cui uno di lettere moderne. Se non riesce a far fare ricerca a uno dei suoi docenti, grazie alla cui ricerca ottiene sovvenzioni dal Goethe Institut o dall'insigne industriale sudtirolese, l'universita' non attiva la cattedra per quell'anno e stop.

Ovviamente a questo punto il cane si morde la coda: se non faccio ricerca non prendo la sovvenzione, se non prendo la sovvenzione non posso fare ricerca. La catena si interromperebbe se il CdA decidesse, con vincolo di bilancio e tenendo presente le esigenze della didattica, di destinare alla cattedra un tot di fondi per quell'anno accademico, "comprando" un docente e dandogli tempo e materiale per lavorare. E' un rischio, ma anche una opportunita', che va decisa autonomamente in base al docente che si ha, al materiale che si ha, alla possibilita' di ottenere fondi: con 100 universita' che cercano di concorrere al fondo del Goethe Institut per rivalutare la cultura germanica forse non vale la pena, se sono solo in 10 a concorrere, abbiamo la biblioteca piena di testi in proposito e in cattedra abbiamo il genio della filologia germanica ci si puo' provare.

Invece adesso quello che abbiamo e' che se il docente ha la cattedra, i suoi corsi sono seguiti da 4 persone e fa parte di un corso di studi che non segue nessuno, resta li' anche se ricerca non ne fa. I convegni non sono ricerca, anche se sei un relatore: se il tuo scritto non fornisce elementi nuovi o diversi, se servono solo ad autoincensarti o a "parlare" a distanza con pochi altri interessati, che ricerca e'?

Il discorso sulla qualita' della preparazione e' molto piu' complicato, lo riconosco. Pero' sarebbe piu' semplice se gli studenti venissero coinvolti ufficialmente nelle attivita' dei docenti: se faccio fare una ricerca a tizio e caio, ci metto anche il loro nome nella relazione finale. E' onesto e doveroso, ma molti docenti non lo fanno. Sarebbe anche piu' semplice se dopo la loro uscita dall'universita' si tenessero i contatti con loro: si potrebbero usare come relatori per argomenti specifici, a costo bassissimo, e si potrebbe valutare la loro preparazione verificando come si sono inseriti nel mondo del lavoro. Certo, sarebbe necessario anche avere un vero mercato del lavoro, che qui in Italia e' un'utopia...

 

Oddio,
io sul "privatistico" andrei con i piedi di piombo: ma te li vedi i
nostri baroni che licenziano docenti nullafacenti o incapaci per alzare
la qualità e attrarre studenti? Mica possono fare un torno così grosso
alle/ai propri amanti, nipoti e congiunti vari!

La privatizzazione finirà per peggiorare ancora di più il sistema baronale, IMHO

L'autonomia e la privatizzazione non possono funzionare se i soldi vengono dati direttamente ai baroni (agli Atenei o agli Enti di ricerca) perche' se li spartiscano. Autonomia e privatizzazione possono solo funzionare se le risorse vengono allocate da persone diverse da coloro che ne fruiscono. Negli USA non ci sono baroni che sistemano congiunti e amici perche' i cordoni della borsa sono tenuti dai consigli di amministrazione delle Universita', distinti dai docenti, e dagli enti finanziatori (per i fisici DOE e NSF) ed eventualmente dai privati.

Ovviamente una riforma del genere appare quasi fantascientifica in Italia perche' sarebbe osteggiata compattamente da tutta la categoria degli universitari e ricercatori degli Enti, e inoltre non si vede nel panorama italico quali persone e quali strutture possano avere competenza e onesta' sufficiente per allocare i finanziamenti alla ricerca progetto per progetto. Almeno per quanto riguarda Fisica, le risorse negli USA sono allocate non al livello di Ateneo, non al livello di Dipartimento, ma sostanzialmente a "principal investigator", cioe' singoli docenti con i loro piccoli gruppi, e alle collaborazioni di ricerca in cui questi ultimi sono associati. I Dipartimenti vivono poi con le percentuali di "overhead" per supporto amministrativo di questi finanziamenti (10-20%). In un sistema del genere, un Dipartimento ha interesse ad avere buoni docenti e non parenti e amici del barone locale, altrimenti i soldi semplicemente non arrivano.

Ecco un riassunto:

http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/uni...

 

Per chi vuole morire di noia:

http://www.miur.it/UserFiles/2359.pdf

 

Il ministero dichiara che vuole favorire la mobilità degli studenti, costringendo i corsi di laurea a riconoscere crediti acquisiti altrove. In realtà, la situazione è inversa: se i moduli sono da 9 o 12 crediti, e non più da 4 (in media, nel sistema a oggi vigente), diventa molto più difficile fare i giochetti con il riconoscimento di "microporzioni di sapere", magari da 1 o 2 crediti. Insomma, per una questione di divisibilità matematica, diventa molto meno sostenibile quel circo in cui si sono trasformati certi corsi di laurea.