Titolo

Le riforme della Gelmini: il solito dirigismo statalista

3 commenti (espandi tutti)

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Continuo a pensare che quella del 3+2 sia stata, nonostante l'implementazione assai scadente, una riforma positiva. Una decisa volonta' politica nel considerare il triennio come una laurea a se' stante avrebbe potuto completare l'opera. In ogni caso, sarebbe stato un passo nella giusta direzione.

A 25-26 anni, nel resto dell'Occidente un ragazzo ha gia' 2-3 anni di esperienza e magari comincia a pensare ad un MBA. Da noi, fino ad un paio di anni fa, l'eta' media di laurea era di 28 anni (recentemente ho letto che si e' abbassata a 27, ma non ho capito se si parlava solamente di triennio...). E' UNA COSA DA PAZZI. E non venitemi a raccontare che "questo non e' un problema perche' l'universita' italiana forma meglio quindi poi il tempo lo recuperi". Salvo lodevoli eccezioni, questo non succede.

Come assai giustamente scrisse Mankiw a proposito della sua vita pre-1985

All this looks random and disjointed, and to some extent it was. But I look back at this period of my life as a time of experimentation, when I was trying to figure out my own tastes and talents. A large part of early life is trying to find your niche in the world. Open-mindedness and experimentation were crucial for me, and I believe they are for many others as well. That will mean some false starts (like spending a year and a half in law school), but those false starts are part of a process of learning about yourself.

Un 3+2 imperfetto (rectius: una Laurea di 3 anni) e' molto meglio di un sistema che nega agli studenti la possibilita' di provare cose diverse ed imparare dai propri errori, ed immette sul mercato persone gia' vecchie ed incapaci di rischiare.

Eh no, Artemio, prima gli anni erano 4... Non e' una differenza da poco, specialmente in un Paese nel quale ad ogni anno nominale corrisponde almeno un anno e mezzo effettivo...

Prima gli anni erano 4, ma di fatto quasi sempre 5, e in alcune facoltà erano 5 proprio. Il 3+2 ha istituzionalizzato una situazione di fatto.

A mio modesto avviso, gli studenti rimangono all'università fino a tarda età perché mancano strumenti di pressione: in paesi normali se uno non fa nessun esame per più di un tot anni, viene cacciato via dall'università, pure con disonore. Da noi, viceversa, lo accolgono a braccia aperte: studenti del genere sono una fonte inesauribile di finanziamento (tutte quelle rette pagate per non fare nulla...).

Bisogna solo bocciare di più e smentire la mitologia secondo cui l'Università è per tutti.

Invece, la strada intrapresa fino ad adesso è stata un'altra: abbassiamo la difficoltà, e via con il diplomificio per tutti. Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Ma nessuno è stato ingannato dalla denominazione "laurea" che si è data alla triennale, percepita come incompleta, non definitiva e di seconda categoria, che non serve a niente, e va per forza completata con la specialistica. Quindi, siamo al punto di partenza.

Questo e' il cuore del problema, esattamente. Si tratta di fisiologia, pero'; non c'e' patologia, nessun inganno. Il passaggio fra mondo del lavoro ed universita' difficilmente e' liscio e senza sbalzi. In questo senso, QUALSIASI percorso di studi e' "incompleto e non definitivo": i "pezzi mancanti" si acquisiscono sul campo. L'idea che aggiungere anni di universita' contribuisca a colmare il fossato e' illusoria nell'80 per cento dei casi. Meglio, molto meglio immettere sul mercato persone di 21-22 anni, pronte ad alzarsi le maniche e provare cose diverse.

In Italia questo mio ragionamento credo valga piu' che altrove. La distanza fra universita' e mondo del lavoro e' molto grande (a volte cio' puo' essere un bene, ma non e' di questo che mi preme discutere...). Le sacche di stagnazione ed immobilismo abbondano, ed immettere sul mercato del lavoro molte persone gia' vecchie contribuisce a mantenerle intatte.

Una maggiore severita' puo' essere parte della risposta. Che si cominci dall'asilo, pero': inutile aspettare l'universita' per chiedere serieta' e qualita' dell'insegnamento.  Quello che i ministri DELL'UNIVERSITA' degli ultimi 10 anni avrebbero  dovuto e potuto fare e' sforzarsi per far passare il concetto che ritardare l'ingresso nel mondo del lavoro e' un grave freno allo sviluppo.

Tabellini e coautori questi concetti li hanno espressi varie volte, nei loro editoriali sul Sole 24 Ore:

Soprattutto, iniziare tardi a lavorare è un ovvio spreco di risorse. Non solo perché riduce il reddito guadagnato nell'arco della vita, ma perché diminuisce l'accumulazione di conoscenze acquisite sul lavoro e le possibilità di investire su se stessi. Chi ritarda l'acquisizione dell'autonomia economica o residenziale spesso rimanda anche il perseguimento di altri obiettivi. Ma vi sono cose che possono essere fatte solo in certi momenti della vita. La creatività, la totale dedizione al raggiungimento di obiettivi personali, la voglia di cambiare il mondo o le nostre condizioni personali, sono una prerogativa della giovane età. Chi vi rinuncia lo fa per sempre.

(con Francesco Billari,  Ottobre 2007)

 

Da anni, una delle ricette più popolari per rilanciare la crescita e contrastare la concorrenza dei Paesi emergenti è investire di più in ricerca e migliorare l'università. Sebbene gli investimenti in ricerca rimangano bassi, i tentativi di riformare l'università non sono mancati: da più di 15 anni, ogni legislatura ha fatto una riforma. Ma tutti i tentativi sono falliti, e l'università italiana rimane inefficiente come è sempre stata. Anche la prossima legislatura farà una nuova riforma. Ma anche questa fallirà, se non imparerà dagli errori passati.

(con Roberto Perotti, Marzo 2008)