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Le riforme della Gelmini: il solito dirigismo statalista

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(2) questo probabilmente farebbe sparire la cattedra di filologia germanica da parecchie universita', tranne quelle in cui ci siano abbastanza studenti per tenersela, giustificando automaticamente la sua presenza e i costi annessi.

A costo di apparire un po' caricaturale, vorrei dire una cosa. Sì, sono laureato in filologia germanica (non scherzo) e sì, non produco beni materiali, né faccio aumentare il PIL. Tuttavia, all'università, non solo a Lettere, sono caratterizzati dalla medesima improduttività una buona maggioranza dei corsi e degli insegnamenti. E allora che facciamo? Lasciamo solo ingegneria, giurisprudenza e medicina?

In realtà, la ricerca pura, sia essa filologia germanica o teoria dei gruppi, per qualche motivo è motore del progresso. Detto questo, certamente si tratta di uno spreco. Però allora come mai più le nazioni sono ricche e più cercano di fregiarsi di corsi universitari così inutili? Come mai alcuni miliardari lasciano in eredità i loro soldi non per un corso di medicina o una borsa di studio in fisica nucleare, ma per un corso di inutile filologia?

Ma comunque si tratta di un argomento già discusso più di una volta qui dentro, e su cui non si finirà mai di dibattere...

Ti assicuro non volevo essere ne' offensivo ne' volevo sottintendere una qualche "mancanza di produttivita'" da parte di una cattedra, quale che essa sia. L'unico motivo per cui ho citato la filologia germanica e' perche' la mia compagna, laureata in lingue, l'aveva citata la sera prima - non in maniera positiva, lo ammetto. Insomma era un esempio, avrei dovuto citare la cattedra di tetrapiloctomia forse :)

In questo frangente comunque non interessa il PIL, che come
detto anche qui su nfA e' solo un indicatore - e nemmeno completo.
Quello che interessa e' trovare i parametri che, variando, costringano l'universita' italiana a fare il suo lavoro. Per me l'universita' fa il suo lavoro se:

- produce persone preparate

- produce materiale informativo (scritti, articoli, libri), magari anche innovativo.

E' fuori dubbio che, a parte varie eccezioni, l'universita' italiana non riesca a perseguire questi obiettivi in maniera omogenea. E' anche fuori dubbio che qui il ritorno economico non e' il primo obiettivo, ma non puo' essere nemmeno l'ultimo. Come con la Sanita' pubblica: non lavoro per guadagnare ok, ma se vado in perdita sempre e comunque poi chi ci perde sono tutti i cittadini, me compreso.

A questo punto continuiamo con l'esempio della cattedra di filologia germanica - ripeto, senza voler offendere nessuno, mi serve un nome :)

Questa cattedra puo' essere giustificata in una universita' che attivi 50 corsi (tra lauree triennali e magistrali): anche se ha 5 studenti all'anno, questa cattedra magari fa parte di un corso di studi con 1000 studenti. Il costo di professore, aula, materiale e' in questo caso insignificante rispetto al bilancio dell'universita' in toto e mi serve sia nella didattica, sia nella ricerca (perche' il carico della didattica e' talmente basso che posso affidarti anche attivita' di ricerca - magari facendoti coadiuvare dagli studenti in maniera ufficiale). Se hai 1000 studenti puoi anche non fare ricerca, ti concentri sulla didattica, oppure si prende un altro docente: una decisione che in qualunque azienda spetterebbe al CdA, non al fatto che il docente voglia tenersi la cattedra e non dividerla con nessuno.

La cattedra potrebbe essere giustificata anche in una universita' a cui arrivi un contributo dal Goethe Institut, o dall'industriale di origine teutonica: in questo caso piu' che sulla didattica, sarebbe centrata sulla ricerca. Se non fai corsi puoi fare ricerca, anche su commissione.

Questa cattedra, invece, non e' giustificabile nel bilancio dell'universita' di Vattelappesca di Sotto che ha 10 corsi, tra cui uno di lettere moderne. Se non riesce a far fare ricerca a uno dei suoi docenti, grazie alla cui ricerca ottiene sovvenzioni dal Goethe Institut o dall'insigne industriale sudtirolese, l'universita' non attiva la cattedra per quell'anno e stop.

Ovviamente a questo punto il cane si morde la coda: se non faccio ricerca non prendo la sovvenzione, se non prendo la sovvenzione non posso fare ricerca. La catena si interromperebbe se il CdA decidesse, con vincolo di bilancio e tenendo presente le esigenze della didattica, di destinare alla cattedra un tot di fondi per quell'anno accademico, "comprando" un docente e dandogli tempo e materiale per lavorare. E' un rischio, ma anche una opportunita', che va decisa autonomamente in base al docente che si ha, al materiale che si ha, alla possibilita' di ottenere fondi: con 100 universita' che cercano di concorrere al fondo del Goethe Institut per rivalutare la cultura germanica forse non vale la pena, se sono solo in 10 a concorrere, abbiamo la biblioteca piena di testi in proposito e in cattedra abbiamo il genio della filologia germanica ci si puo' provare.

Invece adesso quello che abbiamo e' che se il docente ha la cattedra, i suoi corsi sono seguiti da 4 persone e fa parte di un corso di studi che non segue nessuno, resta li' anche se ricerca non ne fa. I convegni non sono ricerca, anche se sei un relatore: se il tuo scritto non fornisce elementi nuovi o diversi, se servono solo ad autoincensarti o a "parlare" a distanza con pochi altri interessati, che ricerca e'?

Il discorso sulla qualita' della preparazione e' molto piu' complicato, lo riconosco. Pero' sarebbe piu' semplice se gli studenti venissero coinvolti ufficialmente nelle attivita' dei docenti: se faccio fare una ricerca a tizio e caio, ci metto anche il loro nome nella relazione finale. E' onesto e doveroso, ma molti docenti non lo fanno. Sarebbe anche piu' semplice se dopo la loro uscita dall'universita' si tenessero i contatti con loro: si potrebbero usare come relatori per argomenti specifici, a costo bassissimo, e si potrebbe valutare la loro preparazione verificando come si sono inseriti nel mondo del lavoro. Certo, sarebbe necessario anche avere un vero mercato del lavoro, che qui in Italia e' un'utopia...