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Ma c'è davvero un "effetto Brunetta"?

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Giulio, cerco di proporre qualche
considerazione, supportata anche da dati ufficiali, al fine di fare
un po' di chiarezza.

I numeri citati sono fuorvianti e
presentati truffaldinamente da uno pseudo-giornalista militante,
secondo la consueta formula di pervicace disinformazione, nella
certezza che qualche compagno (di merende?) li diffonda
pedissequamente allo scopo di farli considerare rappresentativi della
realtà dal maggior numero possibile di persone, non aduse alla
verifica delle informazioni.

L'origine è sindacale (credo
un'elaborazione CGIL- funzione pubblica, ma non ne sono certo), il
che significa che la notizia viene da chi è ampiamente corresponsabile
della tragicomica situazione attuale, quindi non può in alcun
modo essere credibile in confronto alle rilevazioni ufficiali,
sebbene – come sempre – i nipotini di Marx si ritengano
depositari della verità (e se tale convinzione confligge con
la realtà, indubbiamente è sbagliata la seconda ....)

La scorrettezza sta nel fatto che,
scorporando ed aggregando i dati a proprio uso e consumo, si perde di
vista la sostanza del problema, cioè ci si focalizza sulle
assenze per malattia (con tutte le difficoltà di confronto
dovute a classificazioni differenti) anziché sul totale delle
assenze.

Se si discute di assenteismo,
infatti, non ha importanza la classificazione dei motivi, quanto il
fatto che i giorni/persona tolti al lavoro contrattualmente stabilito – ferie escluse -
sono (dati ISTAT 2005) il 20,1% nel settore
pubblico contro il 13,1% delle grandi aziende.

Teniamo anche presente che,
normalmente, nelle piccole aziende – maggioritarie in Italia – i
rapporti sono più personali e meno conflittuali, con positivi
riflessi sui tassi di presenza al lavoro (non ho trovato dati
aggregati, un esempio può essere il rapporto sull'assenteismo
dell'Unione Industriali di Torino, relativo al 2004, che riporta una
differenza intorno all'1%).

Inoltre lo stesso rapporto certifica
un tasso di assenteismo doppio degli operai rispetto agli impiegati
(spiegabile con un maggior dispendio di energie fisiche?) e nella PA
il lavoro mi pare sia di carattere sostanzialmente impiegatizio,
quindi il confronto andrebbe proposto con questa fascia dell'impiego
privato, quindi con tassi di assenza inferiori a quelli medi considerati.

L'ultima considerazione riguarda gli
innumerevoli episodi di assenza temporanea “non rilevata”, ciòè
quelle fughe dall'ufficio compiute per occuparsi di faccende
personali, di cui in molti siamo stati testimoni e che, in non rari
casi, hanno avuto l'onore della cronaca: non è possibile,
ovviamente, disporre di dati (se manca la rilevazione ...), ma la
sensazione è che il peso non sia così trascurabile.

A margine del discorso
sull'assenteismo, infine, non è irrilevante il fatto che
l'orario di lavoro contrattualmente stabilito per il comparto
pubblico sia ben inferiore a quello del comparto privato (settore
pubblico 32,9 ore settimanali – settore metalmeccanico 39,2 ore
settimanali – fonte: OCSE): significa che già in partenza
c'è una notevole differenza a favore del dipendente pubblico
(ed a sfavore del cittadino utente ...) che, quindi, dedica al lavoro
un tempo significativamente inferiore al lavoratore privato.

Ecco il vero senso - onnicomprensivo
- del termine “fannulloni”.

La scorrettezza sta nel fatto che,
scorporando ed aggregando i dati a proprio uso e consumo, si perde di
vista la sostanza del problema, cioè ci si focalizza sulle
assenze per malattia (con tutte le difficoltà di confronto
dovute a classificazioni differenti) anziché sul totale delle
assenze.

Se si discute di assenteismo,
infatti, non ha importanza la classificazione dei motivi, quanto il
fatto che i giorni/persona tolti al lavoro contrattualmente stabilito – ferie escluse -
sono (dati ISTAT 2005) il 20,1% nel settore
pubblico contro il 13,1% delle grandi aziende.

 

Non so quanto un commento del genere sia semplicemente ingenuo o quanto
volutamente scorretto. Se ti rifacessi i calcoli sulla base dei numeri
RGS non rielaborati
(http://www.contoannuale.tesoro.it/sicoSito/presentazione_conti.jsp)
scopriresti che l'incidenza delle assenze per malattia nel pubblico
impiego per cui RGS ha dati non parziali è di 11,5 giornate media annue
(35.648.795 giornate di assenza per malattia diviso il numero di
dipendenti nei comparti considerati che, stando ai dati RGS ammontano a
3.089.848).

Qual'è, dunque, il vero fine della campagna del ministero: colpire i fannulloni o generare risparmi da chiunque si assenti per malattia.

Sull'assenteismo fai una confusione mostruosa, trainato dalle campagne mediatiche in atto: considerare le assenze per congedi parentali, malattia figlio, legge 104/94 e altri marginali (come peso ma ugualmente importanti) permessi retribuiti come approssimazione di una misura di assenteismo farebbe ridere qualsiasi commentatore attento. Assenteismo è assenza non giustificata o con falsa giustifica: chi sta colpendo questo fenomeno del pubblico impiego? Nessuno!!!

Non viene in mente che parte del differenziale fra pubblico e privato è anche dovuto al fatto che il privato spesso e volentieri "scoraggia" il ricorso ad assenze per congedi parentali (soprattutto per gli uomini) o per la 104/94, pur avendone i lavoratori del settore privato pienamente diritto?

Che ne dici: eleviamo il livello o restiamo a strisciare ad alzo zero tanto per solleticare qualche frustrato con un bel "mal comune mezzo gaudio". Se, quantomeno, magari, riusciamo a fare passare l'idea che certe discussioni meglio farle con numeri giusti e paragonabili (alla voce aggregata "malattie e altre assenze retribuite" corrispondono voci diverse nel 2006 rispetto a quanto riportato sotto lo stesso nome nel 2004 e nel 2005, e non per via di qualche bavoso sindacalista, ma grazie a qualche zelante addetto ministeriale) già stiamo un passo avanti.

Ma qualcosa mi dice che "l'operazione trasparenza" in realtà deve fare proprio il lavoro che sta facendo: confusione di numeri e risparmi veri sulla platea generalizzata del pubblico impiego, cui dare del fannullone generalizzato può essere per qualcuno una "utile scorciatoia".

E' importante la trasparenza dei risultati e del grado di conseguimento degi obiettivi al fine di realizzare una competitività ed un confronto comparativo nella P. A.. I dati pubblicati da Brunetta servono solo alla campagna contro i fannulloni. E i dirigenti?