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Ma c'è davvero un "effetto Brunetta"?

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No, perché il confronto con i dati europei dice molto chiaramente
che il totale delle ore lavorate nel settore pubblico italiano è
inferiore alla media continentale (e notevolmente rispetto a singoli
Paesi come, ad esempio, la Germania: -16%), mentre ciò non avviene nel
settore privato.

Insomma, è proprio questo il primo (sebbene non l'unico) problema
reale e si traduce in servizi, ai cittadini ed alle imprese, più lenti
e meno efficaci: se vogliamo discutere delle modalità d'intervento,
sostenendo la maggiore o minore utilità di quelle adottate, è un conto,
altra faccenda è trovare millanta giustificazioni - che sanno di difesa
d'ufficio dei privilegi acquisiti - senza proporre differenti
soluzioni, dedicandosi, invece, alla consueta italica dietrologia.

 

 

 un gioco di specchi: se ne infrange uno ma ce n'è sempre un altro che porta a dire meglio questo che niente.

il problema da cui si è partiti è l'assenteismo. si ribatte che non si stanno colpendo affatto assenteisti e fannulloni (altra misura del decreto: taglio netto del 20% del salario accessorio per alcuni comparti nel 2009 e inferiore dal 2010 in poi) e si tira fuori come un coniglio dal cilindro il problema delle ore lavorate (e prima o poi ci tocca affrontare seriamente quello della produttività del lavoro, pubblico e privato, e le relative retribuzioni).

citeresti la fonte dei tuoi numeri. sul privato concordo con te (cfr. "quanto lavorano gli italiani" http://www.lavoce.info/articoli/pagina1932.html). sul pubblico non mi ritrovo pienamente.

da eurostat vedo "Hours worked per week of full-time employment"
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page?_pageid=1996,39140985&_dad=...

e non mi pare che ci siano significative differenze fra IT e altri grandi paesi europei. Se la componente pubblica ha il differenziale che dici tu, quella privata per recuperare la media nazionale che si attesta ai valori della DE e FR, deve schiattare (e difatti schiattano in molti; si potrebbe quindi dire che il decreto brunetta incide positivamente sulle morti del lavoro ;-))

dall'istat ritrovo sulle ore lavorate: 

 http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20080811_00/testointegrale20080811.pdf

dai grafici 1 e 2 e dalla tabella 2, in effetti la pubblica amministrazione, che in stragrande maggioranza va nei servizi, esibisce un numero medio di giornate per posizione lavorativa inferiore all'industria.

 trovo anche l'ultimo comunicato sulle forze di lavoro (http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/forzelav/2008061...). la lettura delle tavole 8 e 10 mostra che in effetti nei servizi la quota di chi lavoro 31 e più ore settimanali è inferiore all'industria, ma perché c'è una incidenza più che doppia dei lavori a tempo parziale (e difatti il decreto cambia drasticamente la natura del part-time: non più diritto soggettivo del lavoratore ma facoltà del datore di lavoro. si veda il paragrafo il dilemma orari - occupazione dell'articolo sulla voce e decidete voi se non è una misura tafazziana).

infine, altra confusione mostruosa (vedo che su quella della definizione di assenteismo ti sei saggiamente astenuto dal controbattere): le ore lavorate sono una cosa, la produttività del lavoro un'altra. se è l'efficienza che cerchi devi battere in primis sulla seconda. da anni in italia aumentano gli occupati ma non le ula e non il pil: in di più produciamo come a fine anni '90 (parlo grezzamente, ma se vuoi attacco un pippone dettagliato di numeri anche su questo); la produttività del lavoro è drasticamente peggiorata e, come segnalato da bankitalia, di recente anche quella del capitale.

fa tristezza che dinanzi a tutto questo ci sia gente che sprechi la propria intelligenza per dimostrare che è giusto che se domani voglio stare a casa perché ho un'influenza o una diarrea non mi vengano pagate le voci di salario accessorio e sia costretto a rimanere dalle 8 alle 20. sono un presunto colpevole in quanto dipendente pubblico, né più né meno che l'insegnante a casa per il 72% delle lezioni (personalmente ho fatto 20 gg di malattia in 6 anni all'istat, ma questo non è una prova a discarico). è un mondo di rosiconi il nostro: un atteggiamento del genere è uguale e simmetrico a quel "anche i ricchi piangano" dei defunti rifondaroli.  

lugg ha spiegato fin troppo bene i meccanismi che fanno inceppare, anzi
sembrano fatti apposta per incepparsi, una seria organizzazione del
lavoro pubblico. perché su quello nessuno fa e dice niente! colpa dei sindacalisti? maddai!  

come vedi nessun approccio ideologico ma solo una critica feroce perché le misure di cui parliamo non sono per nulla studiate per arginare i problemi di cui si parla, assenteismo e fannullonismo, ma per tutt'altro. ognuno è libero di credere alle favole che vuole, a me piacerebbe semplicemente un ceto politico che avesse dichiarato l'obiettivo vero e non quello da dare in pasto ai disattenti italici (tanti, anzi molti di più, degli esperti in dietrologia italica come me). 

 

Innanzitutto, mi scuso del fatto
che (malefico taglia & incolla ....) è saltata una parola
nel mio commento, rendendo così incomprensibile la risposta
alla tua domanda retorica. Va letto così:

Non viene in mente che parte del
differenziale fra pubblico e privato è anche dovuto al fatto
che il privato spesso e volentieri "scoraggia" il ricorso
ad assenze per congedi parentali (soprattutto per gli uomini) o per
la 104/94, pur avendone i lavoratori del settore privato pienamente
diritto?

No, perché il confronto
con i dati europei dice molto chiaramente che il totale delle ore
contrattualmente
lavorate
nel settore pubblico italiano è
inferiore alla media continentale (e notevolmente rispetto a singoli
Paesi come, ad esempio, la Germania: -16%), mentre ciò non
avviene nel settore privato.

e significa - chiarendo meglio ciò
che forse l'estrema sintesi non rendeva evidente - che già in
partenza il tempo dedicato al lavoro dagli addetti al settore
pubblico italiano sconta una differenza non trascurabile rispetto ai
Paesi comparabili, mentre ciò non avviene per gli addetti del
settore privato. In altre parole, dal paragone europeo è
ragionevole evincere che non siano gli imprenditori italiani a
rendere anomalo l'ambiente di lavoro comprimendo i diritti dei
lavoratori, ma la pubblica amministrazione italiana ad essere un
datore di lavoro troppo accondiscendente.

Aggiungo ora – anche - la
riflessione che una conseguenza di tale atteggiamento lassista
potrebbe, secondo logica, consistere nella diversa tolleranza
rispetto a comportamenti scorretti (in materia di presenza sul posto
di lavoro od altro), il che fornirebbe una prima spiegazione alle
differenze riscontrabili nei dati di assenza, comunque elaborati e
confrontati.

Ciò che a me preme
sottolineare, dunque, è che il primo problema da risolvere (ed
anche il più semplice, quindi non ci sono scuse per non agire
in tal senso) rimane la “quantità di lavoro”, che deve
essere aumentata (ad esempio, è ovvio che l'apertura di uno
sportello per un tempo più lungo costituisca – di per sé
– un miglioramento del servizio, oppure che l'aumento del tempo
dedicato allo smaltimento delle pratiche ne velocizzi l'iter)
rendendo la PA meno tollerante.

Contestualmente, nessuno può
negare che sia necessario prestare attenzione alla “qualità
del lavoro”, ottenibile migliorando l'organizzazione degli uffici,
responsabilizzando i dirigenti e, soprattutto, dandosi regole
efficaci e facendole rispettare, con un sistema di valutazione che
non sia solo premiale (magari a pioggia .....) ma preveda anche reali
sanzioni. In tale contesto considero irrinunciabile la sollevazione
dall'incarico del dirigente che non raggiunga gli obiettivi (che
debbono costituire un miglioramento della performance in essere,
paragonandosi – ad esempio - agli standards delle amministrazioni
più “virtuose”), concedendogli ovviamente la possibilità
reale di comminare sanzioni ai dipendenti che non svolgano i loro
compiti nel modo richiesto (senza che il sindacato si opponga sempre,
difendendo anche l'indifendibile). Questa, però, sia pur
indispensabile, è una vera rivoluzione e, quindi, richiede
tempi lunghi e grande impegno, perciò non c'è ragione
di trascurare, nel frattempo, la prima azione, con la solita trita
motivazione che la questione sia “ben altra”..... :-)

Se poi si vuole spostare la
discussione sul fatto che la produttività italiana abbia avuto
un andamento insoddisfacente (in assoluto ed in relazione ai
risultati di altri Paesi) e che ciò costituisca un problema
estremamente rilevante ed anzi determinante, si sfonda una porta
aperta e (evitando per brevità di far rilevare, ora, come il
dato andrebbe disaggregato, considerando le differenze tra mercati
competitivi e mercati protetti od inesistenti) ci si lancia in un
esercizio ancora più evidente di “benaltrismo”, senza
togliere, peraltro, consistenza al problema precedentemente discusso.

Concludo, per evitare noiosissimi
romanzi d'appendice, con una breve nota: è normale non
controbattere tutte le affermazioni che si leggono e non si
condividono, concentrandosi, invece, su quello che si ritiene il
fulcro della questione: se così non si facesse, ogni commento
risulterebbe spropositatamente lungo e, quindi, illeggibile ......
:-)

P.S. Non ho sottomano i dati citati
(scritti in forma differente, ma con il medesimo valore: orario
contrattuale medio del settore pubblico in Italia 32,9 ore – in
EU.27 38,2 ore – in Germania 39,0, me li ero appuntati) e, con il
collegamento internet poco efficiente che posso utilizzare in ferie,
non ho ritrovato la fonte: sono certo che provengano dalla Comunità
Europea e, naturalmente, chiunque potesse fornire supporto in merito
farebbe cosa gradita.