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Pubblicata la bozza di Calderoli sul federalismo fiscale

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Interessanti le considerazioni sul costo standard: in realtà i costi standard non sarebbero neppure i costi del più virtuoso, ma sono i costi determinati razionalmente sulla base di condizioni operative standard. Ad esempio per quanto riguarda il trasporto il costo standard chilometrico standard si calcola in base a condizioni operative normali di materiale rotabile, costo del personale, costo del carburante etc.

Ma, almeno per i trasporti, il problema è sempre lo stesso: se ho delle AZIENDE perché dovrei coprire i COSTI? Sarebbe molto più razionale remunerare i passeggeri x km: questo lo si sa da anni e non lo si vuole fare. In Veneto abbiamo appena assistito ad una penosa frignata sulla copertura dei costi degli investimenti di queste finte aziende.

E questo ci riporta alle interessanti considerazioni sulle regioni piccole: perché abbandonare un criterio SEMPLICE come quello del numero dei residenti/utenti?

Non ho capito cos'hai contro i cattocomunisti e cosa intendi per cattocomunista: non mi pare che i "liberal"socialisti, ancora al governo stiano dando grandi prove di coerenza.

Credo Alberto intendesse che nonostante lo sbandierato liberismo e federalismo, Calderoli ha redatto un DDLD che e' dirigista e centralista, pensiero che condividono sia cattolici che comunisti. Niente di male in se', ma non puoi dire che sei bianco quando scrivi le cose pensando in nero.

Il numero di residenti/utenti potrebbe non bastare come criterio,IMHO: parlo in generale, non pensando al decreto. Che succede se viaggio spesso o ho prorpieta'/interessi/capitali in una regione senza esservi residente? Non dubito si possa correggere la cosa, altrimenti prevedo gia' che in Molise, in Basilicata e in Val d'Aosta ci sarebbe una forte crescita economica... :)

 

Non ho dubbi sulle buone intenzioni: penso comunque che per uscire dai problemi dobbiamo tener conto della nostra storia... negli anni della DC imperante, magari non disinteressatamente, ma i comunisti  italiani furono tra i pochi a fare qualcosa per le autonomie. Mi pare che "cattocomunista" se lo siano inventato i ciellini per stampellare il CAF pentapartitico (non ne sono sicuro).

Per quanto riguarda i criteri di ripartizione ho trovato l'articolo interessante per l'accento sugli standard e sui criteri e volevo evidenziare il valore della semplicità. Se tu viaggi spesso credo troveresti ragionevole che le regioni che percorri siano remunerate in funzione dell'utilizzo delle infrastrutture di trasporto con criteri razionali; se ti ammali, in una situazione normale (non quella del sud) probabilmente andresti in una infrastruttura sanitaria vicina alla tua residenza, mentre le tue proprietà ed i tuoi capitali esprimerebbero una capacità contributiva che verrebbe tassata dove questi si trovano.

Non nego a priori i correttivi ma perché per una volta non FARE LE COSE NORMALMENTE?

Negli anni della DC imperante, magari non disinteressatamente, ma i
comunisti italiani furono tra i pochi a fare qualcosa per le autonomie.

Ideologicamente sia cattolici che comunisti seguono ideologie universaliste e quindi sono contro le autonomie regionali. Fortunatamente le ambizioni storiche di controllo temporale dei cattolici sono state ormai da molti secoli definitivamente sconfitte dal potere statale e in particolare a partire dal 1800 dagli Stati nazionali, per cui i cattolici hanno dovuto ridursi a difendere le autonomie locali, la sussidiarieta' e anche gli individui in funzione anti-statale, quindi contro un potere statale tendenzialmente totalizzante, anche se queste difese non appartengono alla piu' profonda identita' culturale cattolica a mio parere.

In ogni caso, al momento della discussione della Costituzione repubblicana, i cattolici si sono dimostrati sinceri difensori e ben disposti nei confronti delle autonomie regionali mentre i comunisti di Togliatti sono stati strenui difensori del centralismo statale, tanto che Togliatti in persona fece un pesante intervento contro ogni eventualita' di assegnare anche minime competenze legislative alle Regioni.

Solo dopo che la DC prese saldamente il potere politico in Italia il PCI divenne difensore delle autonomie regionali, ma al contrario dei cattolici fino al 1948 sempre con assoluto cinismo e doppiezza: i comunisti al contrario dei cattolici non appaiono aver acquisito alcuna sensibilita' per autonomia, sussidiarieta' e liberta' individuali se non al livello di tattica giorno per giorno. Quanto ai cattolici, preso il potere politico e rinsaldato il vincolo concordatario con lo Stato italiano sono diventati progressivamente e in maggioranza statal-centralisti, salvo forse quanche limitato santuario lombardo. Questo riguarda l'Italia e specificamente la CEI, che difende a spada tratta lo Stato italiano in quanto Stato concordatario che paga dobloni sonanti. Per il resto del mondo, dove gli Stati non pagano dobloni sonanti, la Chiesa difende la sussidiarieta', beninteso:

Encyclical Letter Centesimus Annus: loc. cit., 48. (1991)

Here again the principle of subsidiarity must be respected: a community of a higher order should not interfere in the internal life of a community of a lower order, depriving the latter of its functions, but rather should support it in case of need and help to coordinate its activity with the activities of the rest of society, always with a view to the common good.

Concludendo, in Italia cattolici e comunisti (e fascisti) sono statal-centralisti, e lo sono in maniera seria e difficilmente recuperabile. Comunisti e fascisti sono statal-centralisti perche' questa e' esattamente la loro ideologia e come tali sono irrecuperabili, i cattolici sono statal-centralisti probabilmente per un'antica impostazione universalista e oggi come oggi perche' cosi' a loro conviene in Italia. I cattolici sarebbero recuperabili abolendo il Concordato e il finanziamento di Stato, probabilmente. In ogni caso tutto cio' e' abbastanza manifesto nella revisione costituzionale del'Ulivo e nel DDLD approntato durante Prodi/2006 che Calderoli ha rimasticato nella recente bozza.

Non sono sicuro di capire le tue considerazioni iniziali. Per l'istruzione lo Stato non ha aziende ma il grosso della spesa va negli stipendi degli insegnanti. Il costo standard potrebbe essere un costo standard medio italiano per studente, moltiplicato il numero degli studenti, oppure moltoplicato una frazione fissa del numero degli abitanti della Regione. Per la Sanita' forse si puo' parlare di Aziende, ma io almeno fisserei il costo standard a 2-3000 Euro per abitante per anno che sara' la media italiana, o i 1700 Euro per abitante per anno che e' il costo della Regione piu' virtuosa (la Lombardia).

In ogni caso, e' evidente che il costo standard sara' la sintesi dialettica di due posizioni: da una parte ci saranno i rappresentanti del partito della spesa pubblica e delle Regioni che piu' spendono, che tenteranno di avere il rimborso di quanto spendono oggi e degli inevitabili aumenti. Dall'altra parte ci saranno i rappresentanti del partito che vuole porre un freno alla spesa pubblica per diminuire le tasse e delle Regioni piu' efficienti, che tenteranno di fissare il costo standard al costo della Regione piu' virtuosa per costringere gli altri o a risparmiare o ad addossare ai contribuenti locali gli extra-costi. Conoscendo l'Italia prevarranno i primi e con una serie di artifizi il costo standard sara' ben poco standard e assomigliera' parecchio alla spesa storica che ingloba decenni di sprechi e inefficienze.

E questo ci riporta alle interessanti considerazioni sulle regioni
piccole: perché abbandonare un criterio SEMPLICE come quello del numero
dei residenti/utenti?

Troppo semplice. Il "fattore demografico" altro non e' che uno dei tanti artfizi che sono usati e verranno usati per aumentare la spesa pubblica in maniera diseguale. Manca poco che lo mettano nella Costituzione. E' un principio oltremodo stupido perche' incita al frazionamento degli Enti locali per moltiplicare le poltrone diminuendo l'efficienza. Purtroppo l'idea che lo Stato Centrale debba dare la mancia ed extra-fondi agli Enti piu' piccoli e' profondamente radicata nella mentalita' italiana. Il burocrate italiano medio puo' anche essere micragnoso e risparmiatore sulle grandi spese, ma su quelle piccole si comporta come il notabile d'altri tempi che non bada alle piccole spese ed e' incline ad essere prodigo e generoso. Il Molise chiede 100 miliardi extra? Significa, diviso gli abitanti, un finanziamento pro-capite che e' il triplo di quello del Lazio o della Campania? Cosa vuoi che sia, sono 100 miliardi, una bazzecola: accontentiamoli! Questo e' il modo di procedere in Italia. Specularmente i grandi giornalisti italiani quando abbaiano alla luna sulla spesa pubblica se la prendono con la spesa sanitaria di Lazio, Campania e Sicilia, perche' in termini assoluti e' grande e gli sforamenti sono grandi, trascurando che in termini pro-capite Abruzzo e Molise e magari la Val d'Aosta fanno peggio. Ma quelli sprechi sono pochi soldi, e il giornalista li concede come mancia senza fiatare.

Non ho capito cos'hai contro i cattocomunisti e cosa intendi per
cattocomunista: non mi pare che i "liberal"socialisti, ancora al
governo stiano dando grandi prove di coerenza.

Parlare di questo porterebbe troppo lontano, si potrebbe farlo in un intervento separato. In ogni caso la mentalita' che mi e' indigesta forse si potrebbe chiamare ancora piu' propriamente catto-fascio-comunismo ed e' un miscuglio di idealismo, illiberalismo, poca considerazione per l'individuo e le autonomie, statalismo e centralismo e avversione alla scienza e all'empirismo che costituisce la zavorra ideologica e culturale del Belpaese. Non pervade solo il centro-sinistra ma anche praticamente tutto il centro-destra, come mostra il DDLD che stiamo discutendo.

 

In ogni caso, e' evidente che il costo standard sara' la sintesi dialettica di due posizioni: da una parte ci saranno i rappresentanti del partito della spesa pubblica e delle Regioni che piu' spendono, che tenteranno di avere il rimborso di quanto spendono oggi e degli inevitabili aumenti. Dall'altra parte ci saranno i rappresentanti del partito che vuole porre un freno alla spesa pubblica per diminuire le tasse e delle Regioni piu' efficienti, che tenteranno di fissare il costo standard al costo della Regione piu' virtuosa per costringere gli altri o a risparmiare o ad addossare ai contribuenti locali gli extra-costi. Conoscendo l'Italia prevarranno i primi e con una serie di artifizi il costo standard sara' ben poco standard e assomigliera' parecchio alla spesa storica che ingloba decenni di sprechi e inefficienze.

Perchè le regioni virtuose dovrebbero avere incentivi a tirare giu' il costo standard? Se il costo standard è interamente rimborsato, avranno anche loro incentivi a fare un po' di free-ride sugli altri: piu' alto è il costo standard, piu' alto è il rimborso, che nel caso delle regioni virtuose si trasforma in un guadagno netto, senza bisogno di modificare gli standard di efficienza già presenti. Questo "extra-gettito" puo' poi essere utilizzato in molti modi, ovviamente piu' o meno produttivi (ma si spera che a questo punto il federalismo fiscale faccia sentire i suoi effetti benefici, e i cittadini possano avere piu' potere per influenzare l'uso dell'extra gettito)

Perchè le regioni virtuose dovrebbero avere incentivi a tirare giu' il
costo standard? Se il costo standard è interamente rimborsato, avranno
anche loro incentivi a fare un po' di free-ride sugli altri: piu' alto
è il costo standard, piu' alto è il rimborso, che nel caso delle
regioni virtuose si trasforma in un guadagno netto, senza bisogno di
modificare gli standard di efficienza già presenti.

Corretto. Quanto scrivi evidenzia il fatto che questo scadente federalismo di cui stiamo discutendo non collega in maniera sufficientemente chiara e trasparente la spesa pubblica alla pressione fiscale necessaria ad alimentarla. In realta' avrei dovuto scrivere non le Regioni piu' efficienti, ma sostanzialmente quei pochi rappresentanti delle Regioni che pagano il conto per tutte le altre e che si rendono conto di farlo. Il sistema di governo italano e' congegnato in maniera cosi' stupida (e l'incompetenza dei politici e' cosi' elevata) che la maggior parte dei politici per es. lombardi credono che sia bene che "lo Stato" dia piu' soldi per es. per la Sanita', non rendendosi conto che se lo Stato da' a tutte le regioni 100 Euro in piu' pro-capite questo si traduce in 300 Euro di tasse in piu' per ogni contribuente lombardo, che paghera' 100 Euro di aumenti suoi (partita di giro) e 200 Euro di maggiore spesa al resto dell'Italia, e quindi complessivamente ci perde. In altre parole, per chi vive nelle regioni che finanziano la spesa centrale, non conviene tirare ad aumentare i costi standard, ammesso che voglia fare gli interessi dei suoi elettori.

Credo che la contraddizione su cui vi siete soffermati non dipenda solo dal livello del costo standard ma, più a monte, dal concetto, molto radicato nella tradizione amministrativa italiana della "copertura" del costo. Gli abusi dipendono prima dalla mentalità della copertura, che di per sè stimola l'inefficienza, e poi dalla tendenza alla sovrastima.

Quindi se io remunerassi ad es. il servizio sanitario prestato, lo studente istruito od il passeggero trasportato il costo standard correttamente applicato fungerebbe anche da verifica di coerenza. A quel punto, se il costo standard sovrastimato fungesse semplicemente da criterio di ripartizione, l'effetto distorsivo verrebbe almeno in parte contenuto.

L'utilizzo, più che il livello, dei costi standard sarà il problema da risolvere.

Scusa Marco ma la logica dei tuoi interventi mi sfugge.  Sembra che tu consideri il costo standard come un il costo effettivamente sostenuto di cui ottenere il rimborso a posteriori e a pie' di lista presentanto fatture e scontrini alla cassa centrale dello Stato. Sembra dai tuoi interventi che tutto il controllo della spesa locale debba essere burocratico sulla carta. Sbaglio? La logica del pur scadente statal-centralista federalismo fiscale di cui stiamo discutendo e' abbastanza diversa. Il costo standard e' un costo di riferimento in base al quale in un modo (con risorse provenienti dai propri contribuenti) o nell'altro (con risorse provenienti in parte da contribuenti di altre Regioni) ogni Regione vede alimentate le sue entrate. A questo punto le Regioni possono spendere di piu' o di meno o uguale (sempreche' seguano la Costituzione piu' le leggi cornice dello Stato) e lo Stato non mette piu' il naso nei loro affari a meno che non sforino gli obiettivi complessivi di bilancio. In teoria dovrebbero essere gli elettori locali a giudicare gli amministratori regionali sul fatto che abbiano speso bene o male i soldi loro assegnati.

Al contrario, mi sto attenendo ad una classica definizione del costo standard, per cui, oltre ad essere preventivo (come stai puntualizzando tu) dev'essere razionalmente determinato (come la teoria dice da cento anni).

Quindi niente scontrini o piè di lista ma (numero utenti)x(livello di servizio)x(costo std). (adesso non farmi le pulci perché semplifico, è solo per capirci).

Volevo però portare la discussione un po' più in là e dire: il costo std va COPERTO o è una BASE DI RIPARTIZIONE? Se vale la seconda, come sembra, forse i danni da calcolo non sarebbero così grandi.

Mi piacerebbe continuare a disquisire (diretto? struttura/e), perché gli std sono la mia passione, ma ho un po' di acciacchi al computer e non so quando ci risentiamo.

 Ciao e grazie per l'articolo, che è interessante.

Non voglio continuare a citarmi, davvero non me ne frega un piffero. Ma il criterio della "regione più efficiente" e quello della "massima imposizione fiscale esistente" elaborati dal buon Rustichini Aldo e dal sottoscritto or sono quasi 15 anni, risolvono tutti i problemi che qui si discutono, e di cui la bozza Calderoli è imbarazzantemente piena. Sono spiegati anche qui, i dettagli sono ovviamente nell'articolo originale (pp. 75-77).

Nel Novembre 1994, vi fu un pomeriggio in cui sembrava che persino Bossi Umberto fosse riuscito ad afferrare i due concetti, ma si trattò evidentemente di uno stato quantico irripetibile: gli sparuti neuroni che, solitari come i numeri primi, rimbalzano nella scatola cranica del capo supremo (ora con tanto di erede naturale) del popolo padano si dedicarano rapidamente a qualcos'altro di più tangibile. Tipo le chiappe della bionda jeosolana che lo attendeva al bar sorbendo martini.

L'effetto, o la ragione, di cotanta povertà umana si vedono 15 anni dopo: il federalismo che Calderoli propone e che il capo supremo benedice (senza capire neanche questo, ma fa nulla) è uno schifo statalista ed assistenzialista che avrà l'unico effetto di aumentare le risorse controllate dalla casta illudendo i tontoloni padani che i loro soldi ora son ben spesi e rimangono a casa. Fregnacce. Il federalismo fiscale in Italia è morto e sepolto ed è oramai diventato una parola d'ordine "reazionaria" ed antiliberale. Volete capire ilfederalismo di Bossi, Berlusconi ed Alemanno? Studiatevi il federalismo Argentino, sono uguali. Non scherzo, e non è una boutade. Il tema è troppo serio per scherzarci sopra. 

Ma il criterio della "regione più efficiente" e quello della "massima
imposizione fiscale esistente" elaborati dal buon Rustichini Aldo e dal
sottoscritto or sono quasi 15 anni, risolvono tutti i problemi che qui
si discutono, e di cui la bozza Calderoli è imbarazzantemente piena.
Sono spiegati anche qui, i dettagli sono ovviamente nell'articolo originale (pp. 75-77).

Calderoli invece di scopiazzare il DDL elaborato dai cattocomunsti, avrebbe dovuto infatti studiare in quale misura i due criteri elaborati nel vostro studio potevano essere attuati nel quadro della Costituzione vigente (cercando di evitare di venire inquisiti per attentato alla stessa). Purtroppo la Costituzione vigente mi sembra parecchio costrittiva, i concentti di livello essenziale dei servizi e del fondo perequativo sono gia' li'. Ci sono perfino commi che opportunamente interpretati corrispondono a vietare qualunque forma di differenza nella spesa pubblica per Regione, rendendo incostituzionale qualunque forma di federalismo.