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L’intervista di un genio

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P.S. Per ragioni mie questa estate sto leggendo La Stampa oltre al Corriere. Non c'e' confronto in termini di quanto siano distesi. Il Sole non lo leggo e non lo so, ma il Corriere e' cosa allucinante.

Pero' forse mi sbaglio. Marco Boleo mi ha gentilmente mandato questa recensione del libro di Tremonti di Luca Rirolfi, apparsa su La Stampa. Mah,...

Da pochi giorni in libreria, il nuovo libro di Tremonti - La paura e la
speranza (Mondadori) - fa già discutere di sé. Ed è logico che sia
così: non solo perché Tremonti ha spesso idee interessanti, ma perché è
l'estensore del programma del Popolo della libertà e sarà il prossimo
ministro dell'Economia se, come probabile, le prossime elezioni le
vincerà il centro-destra. Alcune idee del libro non sono nuove, perché
già esposte in lavori precedenti come Rischi fatali (2005), Il fantasma
della povertà (1995), La riforma fiscale (1995). Tremonti, come la
sinistra antagonista, ha una visione decisamente pessimistica dei
processi di globalizzazione, di cui sottolinea gli effetti negativi
sull'ambiente (a livello planetario), sulle condizioni di lavoro (nei
paesi emergenti), sull'occupazione e il reddito (in Occidente), sullo
stile di vita e la morale (consumismo). Una visione molto vicina a
quella di uno dei più accorati e originali libri antiglobal di questi
anni, il pamphlet dello scrittore Bruno Arpaia Per una sinistra
reazionaria (Luanda 2007). Con l'importante differenza che, per
Tremonti, il male non è il capitalismo in sé ma sono i tempi e i modi
della globalizzazione, ovvero la rinuncia della politica europea a
governare un processo che ha assunto un ritmo troppo rapido e
disordinato.L'aspetto interessante, però, è che molte cose che ora
appaiono evidenti - ad esempio il rischio di impoverimento di ampi
strati delle popolazioni europee - Tremonti le diceva già dieci anni
fa, quando l'euforia della crescita le faceva apparire eterodosse e
stravaganti. Altre idee sono invece relativamente nuove, e stranamente
poco discusse nella raffica di interventi e prese di posizione che si
sono susseguiti in questi giorni, per lo più dominati dalla disputa su
pregi e virtù della globalizzazione. Peccato, perché l'aspetto più
interessante del libro di Tremonti non è la sua analisi dei costi
sociali della globalizzazione, svolta nella prima parte del libro («La
paura»), ma il ragionamento politico che sorregge la pars construens
del suo discorso, svolta nella seconda parte («La speranza»). Ridotto
all'osso il ragionamento di Tremonti mi pare questo. La domanda di
Welfare è destinata a crescere. L'Europa non vuole e non può rinunciare
al suo Welfare, ma per salvare e rafforzare lo Stato sociale ci
vogliono riforme incisive. Le riforme, a loro volta, non possono che
poggiare su due pilastri. Il primo pilastro è «più politica», ossia più
democrazia e più forza dei governi (innanzitutto a livello europeo). Il
secondo pilastro è meno Stato e più sussidiarietà, ossia più terzo
settore, più volontariato, più istituzioni sociali, più comunità. Il
problema è che entrambi i pilastri richiedono un consenso ampio, che
non può che fondarsi su un capovolgimento della cultura del '68, e
quindi sul ripristino di alcuni valori fondamentali: l'autorità, il
senso di responsabilità individuale, la cultura dei doveri, la
solidarietà comunitaria. Senza di essi, o meglio senza il sostegno
convinto della gente a simili valori, anche i sogni del riformismo
liberal sono destinati a infrangersi contro gli egoismi individuali,
contro le resistenze delle corporazioni, contro la forza degli
interessi organizzati. Perché l'intensità dei problemi che l'Europa
continentale deve affrontare è enormemente cresciuta, e
corrispondentemente è cresciuto «il quantum di consenso politico che è
necessario per governare». Insomma Tremonti prova a dirci che la
fiducia nelle virtù del mercato non fa i conti con l'immensa inerzia
che le riforme devono vincere, e che senza un deciso ribaltamento della
cultura dei diritti non andremo da nessuna parte. Perché i grandi
cambiamenti non si fanno dall'alto, come credono i tecnocrati
illuminati, ma richiedono il sostegno e l'adesione dei popoli.
Un'analisi ardita, che susciterà critiche, perplessità e discussioni.
Ma che non si può liquidare con il semplice richiamo ai luoghi comuni
dell'ortodossia liberista.