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Provvedimenti urgenti per ridurre i corsi azionari

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Evidentemente mi sono espresso male.

Intendevo dire che in questa situazione di crisi generalizzata è molto facile per i fondi sovrani, carichi di liquidità, acquistare il controllo di gran parte delle nostre società (il cui prezzo delle azioni è sotto il fondamentale, fair value), magari nei medesimi settori; si avrebbe un effetto MONOPOLI che dopo sarebbe complesso sia da gestire che da vivere! Sappiamo tutti quali sarebbero gli effetti sui consumatori e sull'economia reale in generale!Per cui mi sembra sensato cercare di evitare a monte situazioni di questo genere e analizzare ogni singolo caso nel dettaglio, la mia non voleva essere un'accusa sulla nazionalità di chi governa le aziende, sarei stato razzista e ignorante, anzi spesso i cambi di proprietà, e quindi di management, portano a risultati migliori.

Per cui concordo con te per quanto concerne la nazionalità, però resto del parere che i problemi è meglio risolverli a monte e non a valle, meglio prevenire che curare, da questo punto di vista una più rigida regolamentazione sui fondi sovrani sarebbe sensata, ma siamo sicuri che si dovrebbero lasciare le vecchie normative sulla passivity rule?Non sarebbe meglio renderle più robuste, almeno temporaneamente?

 

Io comunque non la vedo una cosa immediatamente elementare, quella di regolamentare i fondi sovrani. Oggi è facile individuare il soggetto "fondo sovrano": non ha debiti, è partecipato interamente dal governo di uno stato (e sono sempre gli stessi: Cina, Arabia Saudita, ecc.), che vi inietta capitali da investire in giro per il mondo. Una limitazione ex lege di tali investimenti può facilmente portare ad una maggiore complessità di questo sistema che per adesso rimane sempliciotto. Faccio un esempio banale: l'ENI è una spa controllata dal governo italiano, non è evidentemente un "fondo sovrano" perché svolge un'attività industriale e si finanzia anche con debito, ma da quando è nata e cresciuta sotto Mattei esercita, notoriamente e di fatto, un ruolo che è quasi quello di un ministero dell'energia. Gli interessi non sono quelli dei suoi azionisti e basta (massimizzazione del profitto), ma c'è una componente nazionalistica che porta a ragionare in termini di strategie politiche (es. gli accordi con i paesi nord-africani per garantire un approvigionamento di gas anche in caso di problemi con la Russia). Ora, ragionando specularmente, se vieti ai cinesi (agli arabi, a chiunque) di investire in qualità di stato estero in una società quotata italiana, come minimo bisogna aspettarsi: 1) che i cinesi creino gli equivalenti della nostra ENI in ciascun comparto di loro interesse, e la usino per investire da noi. Poi cosa si fa, regolamentiamo anche le società partecipate dai governi, i fondi di cui governi detengono quote significative? Blocchiamo acquisizioni da parte, ad es., della McDonnel-Douglas perché è strategicamente collegata ai programmi militari USA? Qual è il limite oltre il quale si decide di dare l'addio al libero mercato globale? 2) oggi i capitali vengono a noi, domani chissà? Come pretendere di investire liberamente nei territori più interessanti (perché ricchi di materie prime, perché con un PIL che galoppa a due cifre percentuali) se i paesi a più vecchia industrializzazione, per primi, innalzano barriere che possono apparire anche pretestuose? Posso capire i limiti (come si discute in Germania in questi giorni) posti ad attività "strategiche", ma poi tutto il resto non dovrebbe sottostare alle norme generali antitrust, e basta?   Le domande sono tante, sarei genuinamente interessato a qualche opinione in merito che mi aiutasse a chiarire le idee.