Titolo

Una chiappa ciascuno

1 commento (espandi tutti)

Salve e buon anno!

Ho visto che stavate parlando della guerra a Gaza e così dico la mia. Quando ero più giovane, di adesso, ero schieratissimo con i palestinesi e mi sembrava che la ragione stesse tutta da una parte...ora invece nutro qualche dubbio in più.

1) Sulla questione della proporzionalità fra missili lanciati da Hamas e contro-risposta israeliana con F16, direi che la proporzionalità non andrebbe commisurata sul potenziale bellico sviluppato dai mezzi utilizzati dai due contendenti, ma piuttosto sulla violazione del principio di sovranità. Voglio dire: che senso ha fare discorsi tipo "hamas lancia solo dei petardi (sugli effetti dei petardi, vedi qui e qui; sul blocco di Gaza.), mentre Israele risponde con gli F16"? Di fatto, Hamas mostra la volontà di attaccare Israele con i mezzi di cui dispone ora e manifesta chiaramente l'intenzione di procurarsi, tramite tunnel e navi, mezzi ancora più sofisticati...dobbiamo aspettare che si procuri mezzi ancora più ferali, per poterla bloccare? La vicenda Gaza è abbastanza chiara perché, rispetto a quanto sta accadendo in Cisgiordania, Israele se ne è andato dal 2005, quindi, se avessero voluto, i palestinesi avrebbero potuto piantarla con il lancio di petardi (che però fanno morti, e terrorizzano la popolazione israeliana che vive vicino al confine con Gaza).

2) Questione "vaso di pandora". I gruppi terroristici, come Hamas, impostano tutta la loro azione su una tattica di tipo militare. I petardi, i razzi, le parate, i finti kamikaze...tutto sta a mostrare che il piano violento è quello su cui intendono portare lo scontro, sebbene siano proprio sul piano della forza militare infinitamente più deboli di Israele. Ebbene, la mia domanda è: "in condizioni di così manifesta debolezza, è ragionevole e sensato portare il confronto in un ambito dove sai che perderai sicuro”? La questione “vaso di pandora” è proprio questa: non puoi sfidare impunemente chi è più forte di te, sperando che la tua sola “forza morale e spirituale” possa salvarti, e poi quando il confronto si manifesta insostenibile dichiarare che gli israeliani stanno facendo una carneficina...in fondo Hamas, ogni volta che presenta adolescenti e ragazzi incappucciati pronti al martirio, sta aprendo quel vaso dei venti che regolarmente la spazzerà via. E non ha molto senso chiedere “la tregua” se tu per primo (mi riferisco ad Hamas a Gaza) hai aperto le ostilità con il lancio dei razzi. Ripeto: Israele si è ritirata da Gaza e dunque c'era la possibilità di un nuovo inizio. Tra l'altro, questa è una costante del mondo e della storia: quando ci si fa una guerra, se si perde si sopportano le conseguenze in termini territoriali e non solo. Voler dunque impostare lo scontro in termini militari significa, ipso facto, sottoscrivere la clausola implicita che comporta che se da quello scontro esci perdente, perderai diritti, terra e così via. Il processo di insediamento o occupazione israeliana può essere descritto in molti modi e per ragioni esterne al conflitto ha assunto connotati simbolici che ne hanno trasfigurato i tratti tipici, che sono poi quelli tradizionali di una guerra dove chi perde lascia posto a chi vince. L'occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza quello è stato: una vittoria militare da parte del più forte, niente di più e niente di meno. Quindi se ci teniamo a che, giustamente, la legge del più forte non prevalga, nei limiti del possibile, faremmo bene a chiederci se i palestinesi non abbiano perso perché hanno impostato lo scontro, nell'unico modo che garantiva loro la sconfitta. Ripeto: avrebbero potuto fare una battaglia di idee; una lotta non violenta; usare i fondi europei per ricostruire le loro città, non alla calabrese per arricchire i politici locali e rimpinguare i loro milionari conti in banca (vedi Arafat).

 

3) Questione della resistenza armata. Hamas vince le elezioni contro la fazione di Fatah perché più intransigente e meno corrotta. Pazienza, non è il migliore dei mondi, quello dove viviamo. Ma vinte le elezioni, e accertato il meccanismo “vaso di pandora” di cui al punto precedente, perché questi accidenti di miliziani ottusi, non comprano pagine di giornale occidentali per spiegare le loro ragioni? Perché non girano il mondo a fare conferenze dove spiegano cosa succede in Palestina? Perché lasciano che le loro pubbliche relazioni siano sempre gestite da questi miserabili burattini della morte dei kamikaze che si presentano bavosi di morte in adunate fascio-islamiche in cui si sentono solo grida e puzza di morte? Quante risorse potrebbero ricevere dai fratelli arabi, di Dubai poniamo, arricchiti con il petrolio per fare campagne di informazione? Quante agenzie pubblicitarie potrebbero ingaggiare, se solo investissero i soldi non per pagare l'indennizzo alle famiglie degli attentatori suicidi ma per informare il mondo che conta e che prende le decisioni di come loro vedono le cose? Avere impostato la battaglia in termini puramente militari li ha non solo esposti al confronto con un nemico infinitamente più forte di loro, ma ha anche alienato quelle residue simpatie che potevano esserci nei loro confronti. I palestinesi sono debolissimi, e lo dico con grande dispiacere, votati ad un destino che sembra chiarissimo. Ma come possono voler attirare simpatie con i metodi che usano?

 

4) Questione “dei civili”. Si può fare tutta l'ironia macabra che si vuole sulla presunta precisione chirurgica di Israele. Le bombe, semplicemente, non dovrebbero essere usate. Sono d'accordo. Però un conto è usare tutta la migliore tecnologia del mondo per colpire solo i nemici e provocare danni collaterali non perseguiti intenzionalmente, altra cosa è puntare da subito e con scopo a fare vittime civili. In genere, la prima condotta è quella israeliana la seconda è quella tipica di Hamas. Hamas manda in onda pubblicità come questa (per vederla bisogna registrarsi su youtube, anche se non ci sono scene di sangue, ma solo un'incitazione al terrorismo contro i civili..il video è di un'organizzazione Israeliana di monitoraggio delle TV palestinesi), Israele invece chiede scusa se i civili sono stati colpiti. Io posso pure simpatizzare per i palestinesi per quello che hanno subito, ma come posso accettare che mandino in onda o guardino quella robaccia?

 

5) Questione psicologica. Israele, l'unica democrazia del mondo medio-orientale, con i rabbini che gridano contro il Gay pride a Tel Aviv, che comunque si tiene lo stesso; un paese piccolo pieno di lettori, brevetti scientifici ed eccellenti matematici e fisici. Sarà anche un ritratto di maniera ma questa loro auto-narrazione è meglio dell'estetica verde-oliva delle tute militari in parata di Hamas; dei giorni della collera; delle sit com palestinesi dove si sgozzano presunti cristiani; dei bambini con la cintura esplosiva finta ma simbolicamente vera; dell'esaltazione del martirio. Ecco, anche questo pesa nel formulare il mio giudizio su chi abbia ragione nello scontro militare in atto, anche se non in maniera conclusiva.

 

6) Questione di chi ha ragione. Nella vita e nella storia si può chiaramente essere dalla parte giusta, e avere dalla propria tutte le migliori ragioni sul piano morale o politico, ma se si capisce che le proprie ragioni non avranno nessuno possibilità di essere ascoltate o di trovare spazio è meglio far vincere il desiderio di andare avanti, di vivere e di dimenticare il passato. Sembrano i consigli patetici di nonna papera, lo ammetto, ma io lo credo veramente. Io credo che quel groviglio medio-orientale di cui parliamo, possa essere risolto quando non solo si smetterà di guardare ad ogni pietra o monumento come a uno snodo cruciale della propria identità personale e collettiva, ma anche quando si ammetterà che non sempre è giusto rimanere incollati ai propri principi e alla propria memoria storica. In sostanza i palestinesi dovrebbero accettare di avere perso molti dei loro diritti, ma non perché fosse giusto o razionale così, ma perché hanno perso delle guerre o le hanno gestite male. Prenderne atto sarebbe assai meglio che conservare in casa la chiave della casa requisita nel 1948 dai sionisti o sperare comunque un in impossibile diritto al ritorno. Il mondo arabo costituisce una comunità abbastanza omogenea per lingua e cultura e i paesi fratelli (abbastanza coltelli a dire il vero nei confronti dei palestinesi) potrebbero attivarsi per consentire ai palestinesi di rifarsi una vita visto che purtroppo hanno perso la possibilità di averne una decente in Palestina. E invece Giordania e Siria, per fare un esempio, non solo non accolgono i palestinesi ma fanno loro tutto quello che solitamente viene addebitato agli israeliani nelle loro relazioni con gli arabi.