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La produttività scientifica dell'Italia

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Non entro nel merito della ricerca accademica, e del dibattito sul numero di articoli e citazioni, ma intervengo solo per portare una testimonianza, piccola, di come i privati siano in seria difficoltà con la ricerca.  A permettersi i costi della ricerca possono farlo solo le grandi aziende, per le piccole imprese non c'è spazio per il costo della ricerca poichè il fisco, attraverso il meccanismo degli studi di settore, uccide ogni velleità non consentendo investimenti che non si ritorcano come aumento della base di valutazione del reddito d'impresa minimo.  La ricerca non è solo quella di base, dove si studia ed è difficile valutare i possibili risultati a priori, ma anche quella che piccole imprese potrebbero realizzare attraverso studi su applicazioni specifiche del dominio in cui operano, propedeutici allo sviluppo di nuovi prodotti. Come, per esempio nel settore informatico, nei dispositivi per la comunicazione ad accesso su media condivisi, potrebbero esserlo studi statistici sui picchi di traffico in relazione alle applicazioni d'utenza per l'ottimizzazione di algoritmi predittivi tali da ridurre le collisioni ed aumentare l'efficienza (e la banda disponibile); e non sto parlando di chat via internet, ma di sistemi per il controllo di automatismi. Talvolta si incorre in problemi addirittura per fare rientrare i costi nei bilanci: è più facile intestarsi una barca alla azienda e farla passare come costo (mi è stato riferito di una signora, proprietaria di una grande azienda, che ha sfruttato i contributi europei per la ricerca per finanziarsi uno splendido Ferretti da 40 piedi).

La questione fiscale non è limitata solo a questi aspetti, diciamo diretti, ma anche a fattori indiretti: costi amministrativi e "infrastrutturali burocratici" (consentite il termine, poichè non ne trovo uno di adeguato per definire i costi riguardanti l'adeguamento di strutture e personale per questioni di sicurezza, di tutela dei dati personali, ecc. che sono realizzati in realtà al solo fine di dar "lavoro" a "consulenti").

Ma non è solo una faccenda di soldi. Io ho depositato due brevetti "hi-tech" nel 2004 ...non sono ancora stati presi in considerazione poichè si stanno ancora lavorando quelli del 2002!
Ok, forse dovevo rivolgermi direttamente all'EPO in Germania ...ma in questo articolo si parlava dell'Italia...

 

 

Puoi spiegare meglio: com'e' che una barca puo' essere imputata come costo, e non la spesa per (putacaso) un consulente che ti dica come ottimizzare la bandwidth?

Sono convinto che manchi nello Stato italiano e tra i politici la competenza e la volonta' di incentivare ricerca e innovazione, sia dal punto di vista fiscale, sia dei brevetti, sia per quanto riguarda la tutela giudiziaria della proprieta' intellettuale. Si dovrebbe fare molto molto meglio. Credo peraltro che anche le medie e forse anche le piccole imprese facciano ricerca tecnologica non disprezzabile in Italia, forse dissimulata perche' chi la fa viene pagato e inquadrato come metalmeccanico o quadro di basso livello.  Altrimenti non mi spiego il successo di tante PMI nel settore della moda, della meccanica e macchine utensili, delle montature degli occhiali, ci sono perfino quelle che riescono a vendere piastrelle in Cina. Certo e' ricerca relativamente minore ma senza i corrispondenti avanzi nella bilancia commerciale potremmo scordarci il sia pur limitato benessere di cui godiamo.

Aggiungo alla discussione il mio piccolo contributo: io lavoro per la filiale italiana di una multinazionale americana e, tra l'altro, mi occupo di proprietà intellettuale. Il sito italiano produce ogni anno parecchi brevetti, ma nessuno e sottilineo NESSUNO di questi in Italia o in Europa!!!! I brevetti vengono richiesti in USA o in Cina, cioè nei due paesi interessanti - rispettivamente - per ragioni di utilizzo o produzione dei prodotti. Detto in altre parole, il contributo degli ingegneri italiani allo sviluppo figura come un contributo americano o cinese. Curioso, no?

P.S. in questi giorni sono un po' incazzato per la storia della Motorola di Torino: un bell'esempio di come il nazionalismo influenzi la sorte delle aziende alla faccia della globalizzazione. Quando le cose vanno di merda, si salva chi è vicino (geograficamente e culturalmente) al centro direttivo...

Non ho capito molto bene come funziona questa storia dei brevetti in USA e Cina, a me sembrava di ricordare che la nazionalità dell'inventore/i non dipendesse dai paesi per i quali si chiede protezione brevettuale (se è questo ciò che intendevi), mi sfugge qualcosa?

Una invenzione può essere brevettata in qualsiasi nazione, indipendentemente dalla nazionalità dell'inventore e da quella dell'azienda eventualmente proprietaria. Nel caso specifico di cui mi occupo, la filiale italiana di una multinazionale americana è comunque una azienda italiana. Se un ingegnere ha una bella idea, e si decide di chiedere un brevetto, di solito si procede nel seguente modo: ci si chiede dove valga la pena di proteggere la proprietà intellettuale, e di solito la risposta è che vale la pena di farlo nei 3-4 paesi più importanti (tipo USA, Cina, India e Germania nell'ordine). Proteggere l'idea in Italia o in Camerun non è così importante, perchè difficilmente sarebbe conveniente, per un concorrente, copiare l'idea con la limitazione di non poter produrre o commercializzare un prodotto con l'esclusione dei Paesi Importanti sopracitati. Se ti interessa, aggiungerò che la legge italiana ci obbliga a chiedere una sorta di "dispensa" per brevettare una invenzione all'estero senza brevettarla in Italia... dispensa che viene sempre ottenuta senza difficoltà. Ho risposto?

Ho capito che l'invenzione può essere brevettata dove si vuole, quello che mi sfuggiva e ancora non capisco è come un'invenzione con inventori italiani ed assegnata ad un'azienda italiana (anche se filiale di una multinazionale), finisce per essere considerata americana o cinese solo perchè il brevetto viene richiesto negli USA o in Cina.

E' forse un problema di come vengono aggregati i dati (non in base alla nazionalità degli inventori, ma in base ai paesi per i quali si chiede il brevetto)? 

PS siamo finiti OT, se ti va rispondi, se no possiamo anche chiuderla qui, la mia era una semplice curiosità.

La questione è sostanziale, perché (almeno nel mio caso) la proprietà del brevetto è della corporate, non della filiale. Quindi il brevetto alla fine non è né di una azienda italiana, né depositato in Italia. Non so se esista un modo ovvio, per chi si occupa di statistiche, di rintracciarne l'italianità originaria...  ma ne dubito.