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La produttività scientifica dell'Italia

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Vorrei suggerire ad Alberto e a chi ha partecipato a questo dibattito la lettura del seguente documento che tratta, dal punto di vista degli statistici, delle statistiche sulle citazioni. 

http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf

Adesso vado a cercare un mio breve commento a questo documento. Intanto invio questo. Ecco il commento destinato al notiziario dell'unione matematica italiana che ha pubblicato il documento.

Accolgo volentieri l'invito a commentare la pubblicazione sul NUMI (ottobre
2008) del documento "Citation Statistics". Vorrei commentare la "ingenuità
statistica" con la quale utilizziamo un valor medio come il
cosiddetto "impact factor", addirittura per "normalizzare" rilevazioni in
ambiti diversi. Mi spiego con un esempio. Supponiamo che si decida di
rilevare l'età degli alunni che frequentano una prima elementare. In un'era
tecnologica la rilevazione non è affidata ad un umano ma ad un robot. Il
risultato è una distribuzione in cui mediana e moda (il
valore più frequente) coincidono e sono uguali a sei, mentre la media è
quasi undici. A nessuno verrebbe in mente di considerare la media
significativa e utilizzabile in "normalizzazioni". Certamente moda e mediana
rappresentano meglio la distribuzione. Inoltre un simile risultato
desterebbe sospetti che probabilmente consentirebbero alla fine di scoprire
che nella rilevazione sono stati inclusi 20 bambini e due maestre
sessantenni in "copresenza". A questo punto ci si preoccuperebbe di
verificare che in altre classi, magari più numerose, sia stata rilevata
l'età anche di una sola maestra ventenne, distorcendo solo di poco la media.
La popolazione delle maestre verrebbe quindi studiata a parte.
L'atteggiamento nei riguardi dello "impact factor" è ben diverso e non è
così "scientifico". Per quasi tutte le riviste di matematica, lo "impact
factor" è appunto il valor medio di una distribuzione in cui valore mediano
e moda coincidono e valgono zero. Ma è solo la media(sostanzialmente priva
di significato) ad essere utilizzata. Eppure, se per un lavoro di matematica
è normale non essere citato nei due anni successivi alla pubblicazione,
varrebbe la pena di studiare proprio le eccezioni per cercare di risalire
alle ragioni dell'eccezione. Certamente
non possiamo aspettarci questo atteggiamento "scientifico" da parte di chi
vende e publicizza un prodotto come lo "Impact Factor", ma è quello che
dovremmo aspettarci da utenti ben informati, come dovrebbero essere i
matematici ed i loro colleghi delle facoltà di scienze ed ingegneria.
                       Alessandro Figa' Talamanca.

Ho letto sia l'articolo segnalato che il commento. Tutte le affermazioni sui limiti e le imprecisioni dell'impact factor e misure similari sono in buona misura condivisibili. In particolare e' fuori luogo considerare queste misure numeriche e statistiche oggettive quanto lo puo' essere una misura fisica, perche' e' evidente che non possono cogliere tutta la complessita' delle attivita' umane. Tuttavia mi sembra che da parte dei critici manchi una proposta alternativa all'attuale sistema universitario italiano che corrisponde a nessuna valutazione, nessuna responsabilita', nessun incentivo e nessun disincentivo alla produttivita'.  Certamente Harvard non assume in base all'impact factor, ma piuttosto in base a raccomandazioni di studiosi affermati e alla discussione interna al dipartimento e, almeno come ratifica, al CDA dell'Universita'.  Detto questo, quando si confronta Harvard con altre universita' usando impact factor, premi Nobel tra gli alunni o la docenza, o praticamente ogni altra misura imprecisa e limitata ma pur sempre ragionevole, fatalmente risulta nelle prime posizioni. In fin dei conti dipende tutto dall'onesta', serieta' e competenza di chi elabora e usa questi indicatori, se usati bene possono dare una misura imprecisa e limitata ma ragionevole della realta'.

 

A me basta che chi usa questi parametri sia cosciente dei loro limiti. Ivi comprese le conseguenze negative dell'inseguimento dei parametri da parte di individui e di riviste. Non sono impressionato, poi, dalle correlazioni. Non dubito che il livello di istruzione dei genitori sia fortemente correlato al successo nella prova di ammissione alla facoltà di medicina, ma non vorremmo utilizzare il parametro "livello di istruzione dei genitori" per decidere in merito all'ammissione. Quanto all'esito dei concorsi universitari italiani, esso è principalmente determinato dal livello dei concorrenti. E' per questo che negli ultimi quarant'anni, anziché occuparmi di concorsi mi sono occupato (assieme ad altri) di formazione. Se ricordo il livello medio, mediano e modale della ricerca matematica in Italia quaranta anni fa, penso che abbiamo avuto un discreto successo.

Quanto all'esito dei concorsi universitari italiani, esso è principalmente determinato dal livello dei concorrenti.

Cosa intendi dire con questa affermazione sibillina? Da un punto di vista aneddotico, a me sembra che il sistema dei concorsi italiano sia funzionale ad espellere potenziali premi Nobel che poi conseguono il premio perche' scelti e valorizzati da istituzioni estere. Sarebbe interessante uno studio delle esperienze dei premi Nobel con cognome italiano degli ultimi 20 anni nel sistema dei concorsi italiano.

Prima di tutto, l'unica "Fields Medal" italiana ha vinto un concorso universitario in Italia (università di Cagliari, ma trasferito l'anno successivo alla SNS), ben prima di ricevere la medaglia. Molti anni dopo ha lascato la SNS per una posizione all'Institute of Advanced Studies. Ma sono pochi i matematici che resistono ad una offerta dello IAS. Ci sono molte ragioni per il mal funzionamento del reclutamento universitario nell'ambito che io conosco. Prima di tutto c'è stata la vergognosa e ingiustificata resistenza della burocrazia al reclutamento degli stranieri quando questo era possibile e cioè negli anni immediatamente successivi al crollo dell'impero societivo. Le proteste delle commissioni di concorso e della comunità scientifica che si vedevano sfilare validi vincitori per una opportunamente inventata  "mancanza di reciprocità" non sono valse a nulla. In secondo luogo l'attuale scala stipendiale non consente il reclutamento a livello di professore di prima fascia di personale estraneo alle amministrazioni pubbliche italiane: chi viene da fuori ha uno stipendio di circa un terzo più basso dello stipendio di chi proviene da una pubblica amministrazione o ancor meglio da una università italiana, e comunque lo stipendio iniziale è troppo basso per il reclutamento a questo livello. Il risultato è che gli attuali concorsi di prima fascia e in gran parte anche quelli di seconda sono complicatissime procedure di promozione ma non costituiscono uno strumento adeguato per il reclutamento. Basterebbe un piccolo cambiamento a costo zero della scala degli stipendi per aprire almeno la possibilità teorica di reclutare a livello professore di prima fascia da fuori del sistema. Sul reclutamento dei ricercatori universitari ho già espresso il mio parere, credo anche in questa sede, citando un mio articolo apparso tempo fa su Il Riformista. Il fenomeno che vi descrivo delle "file di attesa" locali non è però ancora così prevalente a matematica come a fisica (teorica è quella che conosco meglio). Una ragione è probabilmente il maggior numero di posti banditi presso le facoltà di ingegneria, dove è meno probabile che si formino file di attesa. Infine la mia affermazione non mi sembra così criptica. Il livello dei vincitori non può essere più alto del livello dei concorrenti. Per migliorare il livello dei concorrenti si può promuovere la partecipazione ai concorsi di concorrenti stranieri di alto livello e/o promuovere la formazione (all'estero) dei ricercatori, facilitandone il ritorno. Nella mia vita "organizzativa" mi sono occupato attivamente di tutte e due queste azioni.

Bisognerebbe che io premettessi ad ogni intervento che Matematica in Italia fa storia completamente a parte. In effetti a Matematica io non proporrei nessun cambiamento, probabilmente funzionerebbe qualunque sia il sistema di reclutamento e promozione. A Matematica non ci sono quasi "file", i concorsi sono (almeno quelli che aneddoticamente conosco) ragionevolmente meritocratici.  I motivi secondo me sono vari, ci sono molte, molte piu' posizioni in rapporto ai laureati e ai candidati rispetto ad altre discipline, gli ordinari sono in media piu' seri, e probabilmente la natura astratta e razionale della disciplina si presta ad una minore influenza sia del familismo sia della corruzione dovuta al vile denaro.

A Fisica c'e' notevole differenza tra Fisica teorica, piu' meritocratica, e Sperimentale, meno meritocratica. Fisica teorica e' per certi aspetti assimilabile a Matematica, ma il numero delle posizioni disponibili rispetto agli aspiranti e' molto inferiore. A Fisica sperimentale domina la coda per anzianita', con masse di precari in decennale attesa, come nella maggior parte delle altre discipline dell'Universita' italiana.  Le riforme sono e devono essere orientate a risolvere i tragici problemi presenti nella maggior parte delle discipline, e sara' percio' improbabile che siano sensate per Matematica, che e' veramente un'eccezione.

Fra l'altro ho appreso che mentre a Fisica Harvard promuove a tenure il 70-80% degli assistant professor, a Matematica c'e' una specie di legge per cui non viene data la tenure agli assistant, nemmeno a circa 1/6 di loro come avveniva 20 anni fa nelle migliori universita' USA.  Matematica e' veramente speciale e non solo in Italia.

Prima di tutto c'è stata la vergognosa e ingiustificata resistenza della burocrazia al reclutamento degli stranieri quando questo era possibile e cioè negli anni immediatamente successivi al crollo dell'impero sovietico.

Questione importantissima. Da studente, mi sono sempre chiesto perche' nessuno perseguisse apertamente questa strada. La quale secondo me resta aperta: non solo, sarebbe il modo politicamente piu' fattibile per inserire "un cuneo" nel sistema, per introdurre elementi migliorativi. Non riguarda ne' leggi ne' "principi" dopo tutto...  (accento sulla seconda i)

L'Italia ha un bacino di talenti estremamente vasto cui attingere, anche al di la' dei confini nazionali. Secondo me se qualcuno, coraggiosamente, mostrasse la via, qualche risultato visibile non tarderebbe ad emergere.

Riguardo alla capacita' del sistema di reclutamento e promozione dell'universita' italiana di espellere all'estero i migliori talenti, riporto alcuni pezzi dell'intervista a Paolo Macchiarini, autore del primo trapianto al mondo di una trachea rigenerata con cellule staminali:

Il chirurgo Paolo Macchiarini

«In Italia non ci sarei riuscito La ricerca è in mano ai baroni»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MADRID - Gli sarebbe piaciuto che il primo
trapianto di trachea «anti-rigetto» al mondo fosse stato italiano, e
non soltanto per la nazionalità delle mani che lo hanno eseguito. Paolo
Macchiarini, pisano cinquantenne, direttore del dipartimento di
Chirurgia toracica dell' Hospital Clinic di Barcellona, è da ieri sul
podio olimpico della scienza medica, ma ha corso e trionfato sotto una
bandiera straniera. In questo caso quella della Spagna, dove si è
stabilito dal 2005, dopo aver vissuto e lavorato prima negli Stati
Uniti, a Birmingham (Alabama), poi a Parigi, quindi ad Hannover. Sa di
sale anche per lui il lungo esilio, seppure gratificato da
riconoscimenti e dal successo internazionale. È un «cervello in fuga»,
non fatica ad ammettere il chirurgo toscano; e non ha un rimedio, a
questo male, almeno per adesso: «Tornare in Italia? Nella situazione
attuale? Con i problemi che ci sono a livello accademico e di
istruzione? No, è impossibile. Da quando me ne sono andato il degrado
socio-culturale è addirittura peggiorato». In Italia non si sarebbe
potuto realizzare l' intervento eseguito a Barcellona? «In Italia ci
sarebbe sì, la possibilità di fare scienza. Ma prima c' è da cambiare
mentalità
. I gruppi di ricerca interagiscono bene, come è stato
dimostrato in questo caso dalla collaborazione tra il Politecnico di
Milano, l' università di Padova e quella di Bristol e la Clinic di
Barcellona. Ma nel campo della chirurgia toracica siamo ancora molto
lontani dai livelli raggiunti qui in Spagna». Al solito: mancano le
risorse? «Niente affatto. Le risorse ci sono, ma sono schiacciate dal
potere dei politici e dei baroni
. Le strutture universitarie e
ospedaliere andrebbero potenziate, i giovani laureati andrebbero
aiutati a inserirsi, e non soltanto quelli che sono figli di papà. In
questi giorni ho letto con rabbia, sui giornali, la storia di quel
docente dell' ateneo di Messina capace di sostenere che suo figlio ha
un cervello migliore, perché ha vissuto in una famiglia di insegnanti».
Spiegava così perché il ragazzo avesse vinto il concorso per
ricercatore di economia nella stessa università. «Appunto. Non torno in
Italia perché non è un paese democratico. Prevale ancora una mentalità
nepotista. Non è una questione di risorse. Quelle ci sono e l' Italia
promuove la ricerca, ha formato dei premi Nobel. Ma non è riuscita a
far piazza pulita della partitocrazia e dei baronati
».
[...]