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La registrazione dei blog (e delle testate giornalistiche) presso il Tribunale

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Ma aiutatemi a capire

Disclaimer: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene
aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un
prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 (Legge
Urbani)

 Questa dicitura si trova su moltissimi blog e l'ho adottata anch'io nel mio scolastico ... ha qualche significato? 

 

Anche questa domanda andrebbe girata ai giuristi. La frase si riferisce alla legge attuale, che richiede la registrazione per le testate che pubblicano a cadenza periodica, e cioe' quotidianamente, settimanalmente, mensilmente, etc...; tuttavia, nella sentenza, vengono citate le seguenti date di alcuni post segnalati dalla polizia: 27.11.2004, 25.11.2004, 15.11.2004, 17.11.2004, 10.11.2004, 6.11.2004, 3.11.2004, 1.11.2004, 30.10.2004, 28.10.2004, 14.10.2004, 13.10.2004. Lascio a te giudicare. 

 

 

La questione è: "quando un blog smette di essere una sega mentale per pochi intimi e inizia a
diventare un periodico di informazione ?   Secondo l'orientamento in dottrina e giurisprudenza il tutto risieda nel concetto di
periodicità, vale a dire nella regolarità dell'informazione fornita e nella sua
organizzazione periodica. La stessa sentenza a cui fa riferimento Andrea espressamente afferma:
"Pertanto diverso può essere
l'uso che si fa del blog nel senso che lo si può utilizzare semplicemente come
strumento di comunicazione ove tutti indistintamente possono esprimere le
proprie opinioni sui i più svariati argomenti ed in tal caso non ricorre
certamente l'obbligo di registrazione, ovvero come strumento tramite il quale
fare informazione."
  più oltre, la stessa sentenza ha precisato  
"In particolare, le testate telematiche da registrare e perciò sottoposte ai
vincoli rappresentati dagli articoli n. 2, 3 e 5 della L. n. 47/1948 sulla
stampa sono quelle pubblicate con periodicità (quotidiana, settimanale,
bisettimanale, trisettimanale, mensile, bimestrale)"

 

Per la verità, poi, il giudice  ha contraddittoriamente condannato il blogger sulla base di un periodicità degli articoli che era oggettivamente casuale, come segnalato da andrea, ma  questo  riguarda al massimo il giudizio di appello. Il principio affermato è invece coerente e condivisibile ed evita - a legislazione vigente - di dover rincorrere ogni singolo blogger.   Mi sembra di ricordare, poi, che la stessa proposta di legge qui giustamente contestata, fa  riferimento ad una organizzazione professionale/imprenditoriale del giornale on-line, il che dovrebbe tagliar fuori tutti i blog ed i siti di informazione amatoriali.

Mi sembra di ricordare, poi, che la stessa proposta di legge qui
giustamente contestata, fa  riferimento ad una organizzazione
professionale/imprenditoriale del giornale on-line, il che dovrebbe
tagliar fuori tutti i blog ed i siti di informazione amatoriali.

Ricordi bene, all'art. 8 co. 3 la proposta di legge recita: "Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli
operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet
o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti
personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di
un'organizzazione imprenditoriale del lavoro
".

Qui il problema, secondo me, è nella definizione usata, che è diversa da quella del codice civile di "imprenditore" (art. 2082, non richiamato dal pdl in questione). Cioè, si parla di un'organizzazione del lavoro "imprenditoriale" senza ulteriori chiarimenti. Che significa? Un blog collettivo composto da 3-4 persone che scrivono con periodicità irregolare, con p.iva per fatturare le pubblicità e le spese di gestione (quelle poche decine di euro spese per mantenere un dominio, un servizio di web hosting decente, e magari un logo fatto realizzare da un grafico professionista), va registrato oppure no? Qual è la discriminante "imprenditoriale"? Il tipo di organizzazione (gerarchica piramidale, o "democratica"), la rilevanza del fattore capitale su quello lavoro (ma anche un'impresa vera e propria che opera sul web, solitamente è scarsamente capitalizzata, essendo tali attività legate soprattutto al valore delle risorse umane e del marchio/URL/portafoglio utenti), l'adozione di forme societarie tipiche di un'attività d'impresa (srl, spa), l'esistenza di contratti di lavoro? Vista la verbosità delle leggi italiane, un po' di chiarezza in più non guasterebbe davvero!

Sono d'accordo, l'avevo segnalato sull'articolo senza soffermarmici molto: la definizione scelta e' piuttosto oscura, e temo sia molto difficile trovarne una chiara, a meno che non si usino discriminanti ingiuste o facilmente eludibili. 

Effettivamente, la qualità lessicale delle leggi emanate negli ultimi anni è sconfortante.

Prendendo ad esempio questo progetto di legge: che vuol dire "organizzazione imprenditoriale" ?

In base all'art. 2082 c.c.

È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi

Un imprenditore senza organizzazione quindi non può esistere, perchè l'attività economica imprenditoriale deve essere organizzata. Nonostante l'imprecisione della locuzione "organizzazione imprenditoriale" io mi atterrei all'art. 2082 c.c. e quindi, se la legge passasse come scritto sul progetto, andrebbero esclusi dall'obbligo di registrazione tutti i blog e i siti, che seppure dotati di organizzazione, non esercitano una attività economica, vale a dire non esercitano un'attività volta alla produzione di nuova ricchezza.

Non è quindi attività economica, seppure organizzata, l'attività puramente intellettuale o culturale. Insomma nFA, con tanto di redattori, collaboratori abituali, link, logo e dominio, non è una organizzazione imprenditoriale. Lo diventerebbe se cominciasse a vendere il proprio marchio, o gli articoli pubblicati, o spazi pubblicitari, perchè in quel caso l'organizzazione sarebbe al servizio di una attività imprenditoriale. 

nFA è già salva: i redattori se ne stanno al calduccio sparsi negli USA (credo tutti), i server guardano gli shuttle partire da Houston, quindi della legge Levi gliene frega poco (a parte convincerli a rimanere dall'altra parte dell'Oceano, mi sa :-) ).

Il problema è per chi si trova in Italia (tralasciando dove si trova il server, visto che la questione è ancora abbastanza fumosa). Questa legge allora rischia di creare nuovi muri burocratici per chi cerca di creare ricchezza e contenuti di qualità in Italia. La registrazione delle testate, nelle intenzioni del Legislatore del 1948, credo, mirava a separare chi voleva contributi pubblici e chi non li voleva, un po' come per le associazioni riconosciute e non riconosciute. In sintesi, «vuoi questi diritti? Allora hai questi doveri. Non vuoi questi doveri? Allora non hai questi diritti», e la cosa mi sembra sacrosanta in uno Stato di diritto. Invece quelle intenzioni si sono trasformate in un obbligo anche per chi non vuole tali finanziamenti: questo nuovo obbligo che Levi vorrebbe imporre quale diritto darebbe a chi si registra?

Spero si possa convenire sul fatto che la definizione di "stampa clandestina" e il comma dell'articolo 21 della Costituzione "la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure" siano incompatibili. Chi stampa qualcosa, anche se su internet, deve essere libero di farlo, senza pagare nulla e senza registrarsi da nessuna parte: se commette un reato, lo stesso articolo 21 dà grande potere alla polizia giudiziaria per reprimerlo immediatamente.

(Infine, sarebbe interessante conoscere quali siano, almeno per grandi linee, gli obblighi burocratici cui devono sottostare i giornali di quel Paese dove i giornali possono far cadere l'uomo più potente del mondo (e, di recente, fra le altre cose, far chiudere un provider responsabile del 75% dello spam planetario)).

In che senso nfa non produce ricchezza? Che si produca qualcosa mi pare ovvio, che questo qualcosa abbia un certo valore, altrettanto. La discriminante del codice e' che lo distribuiamo gratis? Mi sembra strano. Dove mi sbaglio? 

Di regola allo stato interessa solo la ricchezza tassabile, ossia monetaria.

Finchè paghi di tasca tua ok, appena metti un bannerino per pagarti le spese cambi categoria.E credo valga anche per chi pubblica su piattaforme collettive coi banner messi dal padrone di casa si trovan promossi.

Contestazioni del genere le ho viste per siti P2P palesemente amatoriali, e sono convinto che un giudice con un minimo di buon sensosappia distinguere i casi. Resta un rischio un po' assurdo per un blog personale.

certo che produce ricchezza, ma è una ricchezza intellettual/culturale che non è indirizzata al mercato e (se un po' vi conosco) non ha di mira nè la produzione nè lo scambio al fine di profitto.

Sotto questo aspetto è certo più vicina ad una ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) che ad un'impresa.