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Laureati ed iscritti all'università, un riassunto

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Qui però ricominciamo a non andare d'accordo. Penso che sia troppo tardi per arrivare ora, ad espansione del sistema universitario compiuta, ad un sistema articolato in diversi livelli (come è quello della California, che è sempre il mio esempio preferito). Ma prima di (ri)cominciare a litigare, dovrei articolare meglio e più documentatamente questa mia opinione. Cercherò di farlo nei prossimi giorni.

Effettivamente, non capisco. Anche perché le alternative sono o impossibili o brutte. L'università di elite per tutti (tutti a Princeton) è impossibile, fisicamente impossibile. L'alternativa è l'università di elite per pochi, ed anche questa non mi sembra cosa saggia ... quindi?

Ok, pensaci. Alla California ci si puo' arrivare in 15 anni, volendo.

Secondo me una strada possibile sarebbe quella di diversificare l'offerta utilizzando gli strumenti della riforma. Per esempio nel caso delle facoltà umanistiche, si potrebbe decidere che la laurea triennale rimane "diffusa" mentre sia per la cosiddetta laurea magistrale e sia per il dottorato si prevede invece che si possano attivare solo in alcune sedi moooooolto limitate; in conseguenza di ciò si concentrerebbero le risorse per la formazione dei futuri ricercatori solo in alcune sedi. Una prima possibile obiezione potrebbe essere che il pendolarismo dei docenti inficerebbe la qualità del programma didattico del dottorato. A questo potrei rispondere che a) i dottorati in Italia non prevedono generalmente lezioni, dunque poco o nessun pendolarismo dei docenti; e b) che le risorse risparmiate si possono concentrare per reclutare docenti che facciano solo ricerca.

 

Un'altra cosa che mi viene in mente per scremare i possibili iscritti in sovrannumero, potrebbe essere l'introduzione dei test standardizzati all'ingresso delle facoltà...non mi riferisco ovviamenti a quei sudoku dell'idizia corrotta italiaota che imperversano in autunno, ma mi riferisco proprio a TOEFL, GMAT, GRE e IELTS. A costo zero per l'amministrazione pubblica, (che non dovrebbe sborsare soldi per fare i test perchè li farebbero ETS o British Council) si potrebbe avere un indicatore efficiente delle capacità analitiche e linguistiche (oltre che di lingua straniera) dei futuri studenti...al più si potrebbe prevedere una misura finanziaria parzialmente compensatoria per quanti hanno conseguito il test e poi sono stati ammessi all'università prescelta.

Un'ultima cosa. Chi frequenti anche solo sporadicamente le università italiane sa che i problemi sono ad un tale livello che non ha senso proporre cose impossibili, tipo la "Harvard" italiana e così via. Bisogna fare piccoli passi. Sempre rimanendo nel campo delle facoltà umanistiche. A seguito dei sudoku di cui sopra, in genere gli umanisti fanno seguire il solito coro indignato dei lamenti più o meno scandalizzati su quanto la preparazione degli studenti sia manchevole. Bene. Ma se è così, perchè non si organizzano dei pre-corsi a fine estate per colmare le lacune? Per non intaccare le vacanze dei maturati? Per non intaccare quelle del corpo docente? Eppure so che anche nelle più prestigiose università del mondo, MIT Stanford e così via, gli studenti che sono ammessi all'università sono sottoposti a precorsi di preparazione, in matematica ma non solo...perchè in Italia non si fa?

In attesa di un mio contributo più articolato vorrei precisare che non ho dubbi che ad una domanda di istruzione superiore ovviamente molto diversificata debba corrispondere una risposta altrettanto diversificata. Dubito però che si possa fare identificando diverse sedi universitarie per una diversa risposta. Temo che quest'ultima ipotesi di soluzione finisca per  giustificare il non far nulla, continuare cioè a considerare "lo studente" come un prodotto uniforme uscito dalla stessa scuola secondaria cui si può impartire un'istruzione uniforme. Mi sono, invece, convinto che la stessa sede universitaria debba al proprio interno diversificare l'istruzione, dando luogo naturalmente a diplomi di natura diversa, anche se conferiti dalla stessa università, con la stessa denominazione. Non dubito che anche la strada da me proposta sia lunga e difficile, mi sembra però più percorribile. Cercherò di documentare questa mia opinione concentrandomi sugli studi di ingegneria.

Mi sono, invece, convinto che la stessa sede universitaria debba al proprio interno diversificare l'istruzione, dando luogo naturalmente a diplomi di natura diversa, anche se conferiti dalla stessa università, con la stessa denominazione.

Proprio quello che stava cercando di fare - con fatica e contraddizioni - l'Università itagliana, prima di venire sommersa da questa fiumana di critiche sulla cosiddetta "proliferazione delle sedi e dei corsi".

Pensate che l'asineria dei giornali - e del Ministero - è arrivata ad accanirsi contro quei corsi professionalizzanti che, non potendo essere offerti da un inesistente canale di istruzione superiore tecnico-professionale, potrebbe costituire una diversificazione dell'offerta formativa rispetto a, che so, Scienze della Comunicazione o Psicologia, accusate allo stesso tempo - e per colmo di insulto alla logica - di avere troppi iscritti per il mercato del lavoro !!!

Incredibile a dirsi e a leggersi !!! Al Ministero si stanno preparando una serie di nuove normative central-burocratiche che nemmeno l'Unione Sovietica aveva !!! Sì perchè là almeno c'era una buona istruzione superiore tecnico-professionale (rimasta, per loro fortuna), mentre qui da noi le aziende fanno fatica a trovare i periti !!!

In attesa di un mio contributo più articolato vorrei precisare che non ho dubbi che ad una domanda di istruzione superiore ovviamente molto diversificata debba corrispondere una risposta altrettanto diversificata. Dubito però che si possa fare identificando diverse sedi universitarie per una diversa risposta.

In realtà sarebbe preferibile avere un canale di istruzione superiore tecnico-professionale separato per forma istituzionale, benchè ricompreso in una politica di formazione terziaria unitaria. Come c'è nel resto dell'Europa e nel mondo, tranne in Itaglia. Nessuno pensa, tranne i professori italiani, che si debba dare un unico tipo di istruzione terziaria di massa ai diplomati della scuola secondaria. Ma noi possiamo andare avanti (anzi indietro) con altri errori e basare la nostra politica dell'istruzione sulle politiche giornalistiche !!!

RR

Per molti anni ho sostenuto che la strada giusta per la diversificazione era quella di partire dagli istituti tecnici, valorizzandoli, aggiungendo cioè due anni di ulteriore preparazione "parauniversitaria" (con qualche possibilità di riconoscimento parziale degli studi ai fini anche della laurea universiaria, come avviene per gli studi compiuti nei community colleges in California). C'era anche la disponibilità finanziaria per farlo, utilizzando le migliaia di miliardi sperperati, ogni anno, da regioni, sindacati, aziende e confindustria nella "formazione professionale". Ma questo progetto, che, a suo tempo, fu anche articolatamente proposto da uno studio finanziato dall'IRI, si scontrò con l'opposizione di confindustria e sindacati che non volevano "mollare l'osso" e con l'opposizione dei sindacati della scuola che non avrebbero tollerato una differenziazione salariale dei professori "promossi" ad insegnare in una istituzione parauniversitaria. Penso che ormai sia troppo tardi per valorizzare gli istituti tecnici che sono stati abbandonati dagli studenti e che hanno difficoltà, con l'attuale sistema di reclutamento, basato sulle "graduatorie di precari", a trovare insegnanti validi di materie scientifiche e tecniche.

Penso che ormai sia troppo tardi per valorizzare gli istituti tecnici che sono stati abbandonati dagli studenti e che hanno difficoltà, con l'attuale sistema di reclutamento, basato sulle "graduatorie di precari", a trovare insegnanti validi di materie scientifiche e tecniche.

Per quanto mi riguarda, l'Italia può anche andare giù nel burrone - se è questo che vuole. MA in una ottica di discussione di politiche della formazione, mi oppongo a questa follia educativa, economica, sociale, politica.

L'istruzione tecnico-professionale, nelle sue articolazioni che vanno dal livello post-obbligo fino a quello terziario ("parallelo" o "in simbiosi" con il profilo accademico), è oggi più che mai centrale per il sistema produttivo italiano, ed europeo. Poichè a noi interessa qui considerare il frammento superiore di questa porzione, che si interseca con il resto della formazione terziaria, sarà d'uopo mettersi a studiare e riflettere bene sulle scelte da fare...

Proprio la settimana scorsa sono stato in una delle University of Applied Sciences, come le chiamiamo noi nella nomenclatura internazionale, in Olanda, la Inholland di Amsterdam/Diemen, dove si è tenuto un Seminario del Processo di Bologna. Le Hogeschool offrono ad es. dei Bachelor in Management o ICT che vanno incontro al mercato del lavoro in maniera strutturale, nel formato del processo formativo e delle competenze, tale da essere appetibile rispetto ad un "simile" Bachelor offerto da una Research University proprio per questo suo orientamento.

Insomma c'è parecchio da sistemare in Italia ma noi preferiamo andare dalla parte sbagliata.

RR