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Laureati ed iscritti all'università, un riassunto

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La mia esperienza diretta da studente e' che nella mia universita' (Politecnico di Milano) una percentuale del tempo extra richiesto per laurearsi e' dovuto all'elevato numero di esami che compongono il percorso di laurea (soprattutto nel corso di Laurea Specialistica).

Quando in una sessione d'esame si arriva a dover sostenere 6 appelli d'esame concentrati in due settimane al massimo (oltre ad uno o piu' progetti pratici durante il semestre) una buona quota di studenti non riesce a tenere il ritmo.

Probabilmente mi illudo ancora sul fatto che l'universita' dovrebbe valutare la preparazione di uno studente e non essere una corsa al tempo ed agli ostacoli per riuscire a preparare tutto entro l'unica data concessa per l'appello.

Personalmente credo che dovrebbero essere implementate alcune regole viste in altri paesi europei:

- se lo studente fallisce (o non si presenta) per piu' di x volte un appello d'esame la tassa d'iscrizione all'anno accademico aumenta considerevolmente.

- gli appelli d'esame non sono uno ogni tre mesi ma uno ogni due settimane (eventualmente a richiesta) in modo da non consentire scusanti del tipo "eh ma stavo male" "eh ma gli esami sono troppo vicini".

In questo modo credo che una buona quota degli studenti fuoricorso si possa tagliare...

La mia esperienza diretta da studente e' che nella mia universita' (Politecnico di Milano) una percentuale del tempo extra richiesto per laurearsi e' dovuto all'elevato numero di esami che compongono il percorso di laurea

Sono sicuro che troppi esami separati siano un problema, e insinuo che la moltiplicazione dei corsi avvenuta con la riforma del 3+2 abbia poco a che fare con la didattica e molto con la creazione di nuovi posti di professore universitario. Tuttavia, anche se i dati sono non banali da esaminare, io valuto che per esempio a Fisica la difficolta' quando c'erano 18 esami era maggiore o uguale di ora che gli esami sono molti di piu'. E non mi risulta in generale alcun maggiore tasso di insuccesso o durata della frequenza come conseguenza della moltiplicazione degli esami.

- se lo studente fallisce (o non si presenta) per piu' di x volte un appello d'esame la tassa d'iscrizione all'anno accademico aumenta considerevolmente.

Concordo sull'idea generale ma introdurrei un sistema piu' graduato di incentivi e disincentivi per premiare chi ottiene buoni voti e in tempi regolari e progressivamente aumentare i corsi per chi rimane fuori corso.  Peraltro, le tasse per i fuori-corso sono effettivamente aumentate nel corso degli ultimi lustri, ma questo provvedimento non e' stato decisivo, anche perche' l'aumento in molti Atenei e' stato probabilmente insufficiente. Va ricordato che almeno per i fuori sede il costo delle tasse e' una componente minore del costo totale sostenuto dalla famiglia per l'universita'.

- gli appelli d'esame non sono uno ogni tre mesi ma uno ogni due settimane (eventualmente a richiesta) in modo da non consentire scusanti del tipo "eh ma stavo male" "eh ma gli esami sono troppo vicini".

Qui non sono d'accordo.  Il sistema italiano e' abnorme proprio perche' consente di ripetere troppe volte e troppo frequentemente gli esami.  La situazione prevalente all'estero e' che la grande maggioranza degli allievi fanno (e/o sono obbligati a fare) uno o al piu' due esami per corso.  Secondo me gli interventi da attuare dovrebbero includere:

  • maggiore attenzione degli Atenei per gli studenti: deve essere piu' chiaro quanto e' necessario conoscere per ogni esame, i docenti devono fare uno sforzo di fare lezioni ed esami alla portata di un ragionevole studente medio (eliminando ovviamente dalla media chi ottiene diplomi liceali regalati a fronte di una preparazione molto scadente). Ci dovrebbero essere degli esercizi di autovalutazione
  • deve essere sottolineato che l'universita' non e' un gioco per divertirsi ma un costo significativo per la societa' giustificato solo per gli studenti che intendono impegnarsi seriamente. se non e' possibile convincere la massa a parole, bisognera' addossare sempre piu' a tutti i costi totali, dispensando solo chi prende buoni voti nei tempi previsti

 

 

 

Qui non sono d'accordo.  Il sistema italiano e' abnorme proprio perche' consente di ripetere troppe volte e troppo frequentemente gli esami.  La situazione prevalente all'estero e' che la grande maggioranza degli allievi fanno (e/o sono obbligati a fare) uno o al piu' due esami per corso.

Forse mi sono espresso male. Quello che io non condivido e' l'idea della sessione d'appello con uno o due tentativi ogni tre mesi. Questo impedisce di pianificare la sessione d'esami in modo sereno, dando anche magari il tempo di approfondire alcuni argomenti.

Con il sistema attuale quello che viene incentivato e' lo studio del minimo indispensabile per saper affrontare l'esame quindi e' quasi un operazione di reverse engineering del tema d'esame standard.

Il risultato: dopo tre mesi le conoscenze e le competenze rimaste sono decisamente basse.

Offrendo un maggior numero di date disponibili per gli appelli (pur limitando il numero di tentativi consecutivi) si da' una maggiore liberta' agli studenti e forse si ottengono laureati piu' competenti.

Poche sessioni di esami, con il grado di difficiltà di adesso (in media passano il 20/30% ma va anche perggio per gli esami di Analisi e Fisica) non passerebbe nessuno.

O meglio si sarebbe certi di sfornare pochi eccellenti. Se si vuole questo, ok. Ma forse, nel mercato del lavoro e per la crescita sociale, ci vogliono anche ingegneri, fisici o tecnici che non aspirina al Nobel, ma che svolgono onestamente il loro lavoro in attività di routine.

I miglioramenti che auspico io non sono certo solo la riduzione degli appelli, ma invece avere 1) appelli di esame "ragionevoli" come difficolta', con indicazioni adeguate su cosa viene richiesto 2) studenti che sono preparati ragionevolmente dai licei, e ragionevolmente si impegnano a completare gli esami in 1/2 appelli seguenti il corso.

Ritengo sia una caratteristica negativa dell'universita' italiana essere troppo esigente e non dare indicazioni e sostegno adeguato agli studenti.  Non va sottolineato comunque che esiste anche un problema di preparazione scadente da parte di molti (non tutti) i licei.

 

 

Mi intrometto sul tema “aumentare/diminuire il numero delle sessioni d’esame per ridurre il numero di fuori corso”. Forse per gli studenti di universita’ italiane puo’ essere utile capire come funziona dall’altra parte dell’Atlantico, per chi ha gia' a che fare con universita' americane questo post e' probabilmente di poca rilevanza.

Spendo due parole su un caso particolare, cioe’quello che ho modo di vedere per gli undergraduate (laurea 4 anni, il BS) di ingegneria al Virginia Tech. E’ caso particolare, quindi concreto e reale, ma non necessariamente da generalizzare.

Mediamente gli studenti undergraduate seguono dai 3 ai 5 corsi ogni semestre. I corsi basano il voto finale su diverse componenti, come ad esempio homework, test vari, projects. Direi anche che non passano mai due settimane nelle quali lo sudente non riceva almeno un voto. Questo puo’ venire dal fatto di aver svolto degli homework, niente piu' di compiti per casa, di solito corretti e valutati dai teaching assistants, o da quiz, che sono tests che coprono una parte molto ridotta del programma, ad esempio 3-4 lezioni. A meta’ semestre c’e’ un mid-term e a fine semestre l’esame finale. Tutto cio’ e’ scritto, non esiste parte orale.

Alcuni corsi prettamente ingegneristici hanno dei projects da sviluppare durante il semestre, individualmente o a gruppi. I voti delle singole componenti (quiz, homework...) sono combinati con una media pesata e questa costituisce il voto finale. La regola per la media pesata e’contenuta nel syllabus che il docente distribuisce alla prima lezione del semestre. Il syllabus e’ documento che comprende anche altre informazioni, tipo orari di ricevimento, programma che sara’ svolto, date e orari degli esami.

Nell’ultimo anno c’e’ un senior-year project che e’ progetto sindipendente da corsi ed e’ di solito attivita’ fatta in team.

Tornando agli esami, la cosa importante da considerare e’ che i finals si tengono tutti nel giro di una decina di giorni subito dopo la fine delle lezioni. Non esiste cioe’ la possibilita’ di seguire corso e fare esame dopo mesi. Altro aspetto da considerare e’ che gli studenti hanno continuo feedback sulla propria preparazione durante il semestre, ricevento voti dai vari homework e test. Questo permette loro di presentarsi al final avendo gia’parte del voto finale stabilita. Ad esempio il voto finale puo’ essere stabilito con 15% del voto basato su homework, 10% su ognuno dei 3 quiz svolti, 25% sul midterm e 30% sul final. Se uno studente ha svolto tutto senza alcun errore fino al giorno del final ha gia’ un 70% del voto acquisito e al final potrebbe anche non presentarsi, accontentando si voto finale di 70/100.

Aspetto importante e' che lo studente non si trova mai a giocarsi tutto l’esame in una volta sola, mentre in Italia, ai miei tempi almeno, lo si faceva due volte per ogni esame, prima allo scritto e poi all’orale. D’altro canto, chi qui fallisce il corso non continuera’ a presentarsi “ad libitum” agli appelli successivi, sperando nell'appello buono o nel miracolo di S.Antonio, ma dovra’ rifrequentare il corso, per accumulare i crediti derivanti da nuovi homework, nuovi quiz....

Grazie del resoconto dei metodi adottati in una universita' USA.  Come spesso accade, i metodi USA appaiono abbastanza empiricamente ben ottimizzati perche' i docenti impieghino il loro tempo a seguire efficacemente gli studenti, anche con test e prove intermedie, piuttosto che per offrire loro numerose possibilita' di ripetere l'esame finale, e per consentire agli studenti sia di avere un frequente riscontro dell'avanzamento della propria preparazione, anche grazie al confronto con i compagni di corso, sia di evitare di giocarsi tutto l'esame in un giorno solo.

 

Anche qui al Politecnico fino ad un anno fa si tenevano esami parziali che permettevano allo studente di avere una valutazione piu' distribuita durante l'anno.

Peccato che ora sia praticamente "proibito" e solo qualche esame mantiene le cosiddette "prove in itinere", anche se non ci sono mai stati comunicati i motivi di tale decisione.

Sulla mancanza di prove orali poi ho qualche perplessita': io ho affrontato 3 anni di laurea specialistica sostenendo solo una o due prove orali, per di piu' a mia richiesta per migliorare un voto, per poi trovarmi a dover presentare ad una commissione il mio elaborato di laurea in 10minuti.

E' una situazione comune ad altre facolta'? In questo modo non formiamo laureati che sono in grado di copiare dai bigini come alle superiori ma non sono in grado di argomentare e rielaborare le nozioni apprese?

Non chiedo certo che si faccia ai primi anni con i corsi affollatissimi ma almeno verso la fine del secondo anno uno studente dovrebbe iniziare anche ad affrontare dei colloqui orali.

Come "quasi" tutti la mia esoperienza è limitata (mi sono laureato una volta sola in una sola università) ma la mia "esperienza diretta da studente" (Fisica a Firenze) mi dice che ci sono esami ed argomenti che richiedono tempo.

Non posso certo lamentarmi del mio prof. di istituzioni di fisica nucleare ma il programma d'esame era immenso e la preparazione necessaria per passare piuttosto alta. Uno studente molto bravo aveva bisogno di almeno 3-4 mesi di studio unicamente dedicati a quell'esame per passarlo con un voto dignitoso (io ce ne ho messi quasi 5). Certo, la preparazione che uno aveva uscito da quell'esame era di buon livello e, soprattutto, durava nel tempo. Però in quei mesi non era possibile dare nessun altro esame e questo, inevitabilmente, portava all'accumularsi di ritardi sul piano di studio prestabilito.

se lo studente fallisce (o non si presenta) per piu' di x volte un appello d'esame la tassa d'iscrizione all'anno accademico aumenta considerevolmente.

I miei colleghi canadesi mi dicono che lì (dove "lì" vuol dire Toronto) più che pagare una retta di iscrizione all'università si paga un tot ogni volta che provi un esame. In questo modo se passi un esame alla prima paghi una cifra ragionevole, se lo provi 10 volte spendi l'ira di Dio.

La mia esperienza diretta da studente e' che nella mia universita' (Politecnico di Milano) una percentuale del tempo extra richiesto per laurearsi e' dovuto all'elevato numero di esami che compongono il percorso di laurea (soprattutto nel corso di Laurea Specialistica).

Quando in una sessione d'esame si arriva a dover sostenere 6 appelli d'esame concentrati in due settimane al massimo (oltre ad uno o piu' progetti pratici durante il semestre) una buona quota di studenti non riesce a tenere il ritmo.

Io penso che vi sia una relazione maledetta tra l'abnorme numero di docenti universitari italiani e l'abnorme numero di crediti che viene ripartito, peraltro, con metodi a metà fra Kafka e Alberto Sordi. In soldoni, visto che di crediti parliamo, penso che la torta dei crediti complessivi conseguibili in un anno, e la relativa suddivisione fra docenti, non sia altro che un espressione del feudalesimo accademico, in cui a tutti sono ripartiti porzioni del posto al sole in ragione dei crediti di bel altra natura maturati nel sistema di potere universitario...perchè altrimenti tutti si lamentano della farraginosità del sistema dei crediti e poi, al dunque, il loro numero impazzisce?

 

Non capisco, il numero di crediti complessivo è stabilito per legge: 180 per la triennale, 120 per la magistrale. La divisione di crediti in esami è invece lasciata alle facoltà, e nelle facoltà poco serie interviene quello che si dice la "polverizzazione". O meglio, avveniva, perché con l'introduzione delle lauree magistrali (invece delle specialistiche precedenti), è previsto un tetto al numero degli esami a libretto.

Non mi sembra che "l'enorme numero di esami" sia un problema reale. Semmai, bisognerebbe davvero intervenire sul numero degli appelli: a ignegneria a Pisa sono costretto a fare 9 appelli di esame ogni anno per la mia materia da 5 crediti, a cui si somma sempre un appello straordinario a Novembre per fuori corso. Questo significa che una volta al mese circa devo preparare un esame. Gli alunni del corso sono circa 25-30 ogni anno, e a ogni appello si presentano alla spicciolata 3-4 persone, a volte 1 sola. Se poi a questo aggiungete che è uso comune "rifiutare" un voto basso e ritentare ad libitum, beh, fatevi un conto. Io penso che organizzare gli appelli in questo modo sia estremamente irragionevole: non è "fair" perchè è difficile essere completamente fair da un appello all'altro; è una perdita di tempo e uno spreco di risorse (io perdo tempo a preparare un esame ogni volta); è una perdita di tempo per lo studente che pensa sempre di avere un'altra possibilità e rimanda alle calende greche. Una volta ho "costretto" uno studente a venire all'esame, non si sentiva mai preparato, veniva a ricevimento e rinviava.

A mio parere, diminuire un po' il numero degli appelli non potrebbe che fare bene: 3-4 appelli l'anno massimo dovrebbero essere sufficienti per tutti, magari abbastanza distanziati materia per materia da permettere di prepararsi bene. E poi, il professore può fare prove intermedie (i cosidetti compitini) per parti di programma: ma io sinceramente non ho nessuna voglia di farlo quando penso ai 10 appelli regolari che mi devo comunque fare.

Non generalizzerei troppo: ad analisi uno a Brescia con una frequenza simile eravamo oltre 200 per appello, dimezzare gli appelli sarebbe stata una tragedia organizzativa per tutti.

E poi, senza offesa, ma un'appello per tre persone non mi sembra 'sto gran lavoro.

E poi, senza offesa, ma un'appello per tre persone non mi sembra 'sto gran lavoro.

Non e' un grande lavoro in se' ma e' uno spreco di lavoro utile se e' necessario preparare ogni sessione esercizi scritti originali e diversi da quelli gia' presentati, come avviene per la maggioranza degli esami scientifici dei primi anni.

Beh, ma se ci son solo tre o cinque persone da esaminare è più pratico farli orali, e se un docente viene pagato per tenere un corso con 25 iscritti mi sembra il minimo che dedichi a ciascuno molto più tempo di chi ne ha 200.La didattica è il primo scopo della professione, non definirei sprecato il tempo dedicato alla gestione degli esami.

Sull'appello unico ho scritto insieme a dei colleghi un pezzo per lavoce.info qualche tempo fa. Se volete leggerlo tutto, trovate l'articolo e la replica qui.

Gli argomenti che abbiamo usato, in sintesi, sono quelli dell'incentivo degli studenti a venire poco preparati all'appello (magari aspettando, come in una lotteria, che capiti quello buono), dell'iniquità di preparare appelli necessariamente diversi tra loro (qualcuno sarà più facile e altri meno) e della conseguente iniquità di lauree dal valore diverso (passare esami quando sono facili è più difficile che passarli quando sono difficili). Aggiungeteci che, oltre a scegliere tra tanti appelli, gli studenti hanno anche la possibilità di rifiutare voti positivi (in genere: la Bocconi, ad esempio, non lo permette).

Il tempo dedicato alla gestione degli esami non è sprecato, concordo: ma andare in classe per un appello scritto e vedere sempre (vabbè, diciamo spesso) le stesse facce fa pesare davvero molto quelle due-tre ore.

Aggiungiamoci però che delle volte è anche colpa di come i docenti hanno tenuto il corso. E qui torniamo al problema di valutare la didattica. In Cattolica (Milano) tutti gli studenti frequentanti compilano dei moduli sulla soddisfazione del corso (sono a Economia, ma penso sia lo stesso per le altre Facoltà). Le informazioni sono poi rese disponibili al docente e, almeno in linea teorica, sono visibili a tutti (anche se io non saprei dove si trovano le informazioni che mi riguardano, sul sito della Cattolica).

Va detto che a volte sono gli esami ad essere organizzati come lotterie, specie nei primi anni negli esami di massa.Ricordo ancora il mio primo tentativo ad analisi uno, mancato per un' errore di trascrizione in un quiz di 5 domande in cui si valutava solo il risultato e gli errori contavano -1.

Non mi scandalizza che si proceda in questo modo quando ad ogni appello si presentano in 200 o più, ma restano lotterie.

Con le lauree triennali ho notato che sono tornate le prove preliminari: se non le passi non puoi partecipare alla seconda parte per risparmiare il numero di compiti da correggere. Ho esaminato recentemente la storia di un esame, e il numero di partecipanti ad ogni sessione negli ultimi 5 anni e' stato in costante aumento, passando da circa 150 a circa 400.

Ad onor del vero molti docenti si sforzano, almeno nei casi che conosco, per renderle prove consistenti ed equilibrate, in modo non solo da eliminare i "turisti da esame" ma anche da avere un pezzo di esame gia' fatto.

 Purtroppo il livello dei discenti, o delle materie, si e' talmente abbassato che anche queste prove preliminari finiscono per lo piu' in "stragi" (> 60% di bocciati).  Le prove successive, di solito, vengono passate dal 50% in su dei partecipanti.

(purtroppo non ho al momento sottomano le statistiche.... un po' di pazienza :))

 

 

Non è mai tempo sprecato, sono d'accordo, ed è mio dovere. Ma sarai d'accordo anche tu che sarebbe più pratico per tutti se si presentassero tutti al primo appello. Va beh, non pretendo tanto, diciamo 4 possibilità mi sembra già più corretto. Avrei sicuramente più possibilità di valutare il mio lavoro come insegnante riflesso nella preparazione degli studenti, di essere "fair", ecc. Invece, con tutto che si sono 9 appelli (!) si presentano anche studenti di 2-3 anni prima, e nel frattempo io ho cambiato programma e devo ricordarmi cosa ho spiegato anni prima di diverso. Se sono solo 25, in una università che funziona, nel giro di pochi mesi hanno tutti dato l'esame e sono passati avanti. In una Università che non funziona, loro seguono, e dopo 2 anni si presentano per la prima volta all'esame. Ridicolo! Che si ricordano di quello che ho spiegato io 2 anni prima? (sempre SE hanno seguito).

Il feedback sui professori: noi lo facciamo, io vorrei fosse anche pubblico, ma sembra che non ci siano speranze a breve dato che altri più anziani di me non beccano voti lusinghieri. Ma non mi sembra c'entri granché con il numero di appelli e di studenti per appello.

Se ci sono 200-300 studenti per appello, sicuramente non vorrai ritrovartene metà l'appello successivo. Per 9 appelli l'anno. E poi 200-300 studenti per professore; mi sembra ci sia qualcosa che non va, non credete? Come si fa a fare un corso di livello come in università americane, seguendo ogni singolo studente? Come mai questi 200 diventano meno di 50 negli anni successivi? La moria dello studente ai primi 2 anni: perché avviene? C'è qualcosa che non va, secondo me!

i presentano anche studenti di 2-3 anni prima, e nel frattempo io ho cambiato programma e devo ricordarmi cosa ho spiegato anni prima di diverso.

Perchè dovresti?Se uno si presenta due anni dopo l' onere di stare al passo col corso è suo.Comunque di solito i cambiamenti non sono drammatici, e se l' esame è orale ci si puo' accordare facilmente.

Quanto agli appelli, ricordo alcuni professori che li facevano su appuntamento ed usavano gli appelli per registrare il voto.Nel tuo caso mi sembra una soluzione ragionevole, ed a quel punto 4 appelli son pure troppi.

Che si ricordano di quello che ho spiegato io 2 anni prima? (sempre SE hanno seguito).

E che c'è di male se uno invece di seguire si prepara a casa, finchè arriva preparato?

Siamo d' accordo che non è la situazione ideale, ma spesso è l' unica soluzione per i fuori sede: certi giorni avrei dovuto alzarmi alle 5 per essere presente alla prima ora, bighellonare in università dalle 10 alle 15 e poi prendere un treno alle 18: è finita che avro' seguito si e no 10 corsi in tutto.

Se ci sono 200-300 studenti per appello, sicuramente non vorrai ritrovartene metà l'appello successivo. Per 9 appelli l'anno. E poi 200-300 studenti per professore; mi sembra ci sia qualcosa che non va, non credete? Come si fa a fare un corso di livello come in università americane, seguendo ogni singolo studente?

Non credo sia possibile, ma dimentichi il dogma dell' università libera e gratuita per tutti.

Si trattava dei soliti esami di analisi 1 ad ingegneria, studiati appunto per scremare, e come dicevo sopra erano delle lotterie, ma devo precisare: sui 200 che si presentavano stimo che un 150 circa non erano abbastanza preparati, la lotteria era tra chi dei 50 (o dei 150, è un' arma a doppio taglio) entrasse nel novero dei 10-30 ammessi alla seconda fase.

 Come mai questi 200 diventano meno di 50 negli anni successivi? La moria dello studente ai primi 2 anni: perché avviene? C'è qualcosa che non va, secondo me!

A Brescia avevo una teoria semplicissima: di aule grandi ne avevano solo per i corsi dei primi due anni, in quelli del terzo bisognava far bastare le aule da 50.

In ogni caso credo che gli esami di nicchia del 5° anno non vadano gestiti come quelli di massa dei primi 2/3

Perchè dovresti?Se uno si presenta due anni dopo l' onere di stare al passo col corso è suo.Comunque di solito i cambiamenti non sono drammatici, e se l' esame è orale ci si puo' accordare facilmente.

Non so se sia una leggenda metropolitana, ma mi hanno detto, quando ho cominciato a fare esami, che gli studenti hanno diritto di sostenre l'esame secondo il programma che hanno seguito, addirittura anche se il docente e' cambiato. Non ho riscontri per dire se sia una prassi o un obbligo, pero' a me tocca fare cosi'.

Quando si presenta uno che a seguito 5 anni fa con un docente che e' andato in pensione, manco ho idea di cosa chiedere e mi tocca andare a cercare la guida dello studente di quell'anno.

 

 

 

Come mai questi 200 diventano meno di 50 negli anni successivi? La moria dello studente ai primi 2 anni: perché avviene? C'è qualcosa che non va, secondo me!

Ricordo che quando avevo il corso al primo anno spariva regolarmente il 40% degli iscritti. Cioe' il 40% degli iscritti non si presentava agli esami e dopo un po' spariva dagli elenchi deegli studenti in attesa di esame perche' passava ad altre facolta' o rinunciava alla laurea.

Il perche' e' semplice: gli esami del primo anno sono esami di base che servono per verificare chi e' disposto a studiare abbastanza per prendere una laurea e se non vengono dati un numero sufficiente di crediti, con alcuni esami obbligatori (analisi, fisica...), non ci si puo' iscrivere al secondo anno. A me pare giusto: che senso avrebbe mettere una barriera agli anni successvi, quando gia' si e' perso tempo a fare alcuni esami? Meglio avere la barriera subito, cosi' da eliminare chi non e' disposto ad impegnarsi abbastanza senza fargli perdere tempo.

E' vero, molti provano a iscriversi all'università perché in fondo è una scelta poco costosa individualmente, ma molto costosa per l'ateneo. Un'alternativa potrebbe essere porre delle barriere direttamente all'entrata all'università (come accade in tanti paesi del mondo), realizzate con test di verifica seri e difficili da superare. In questo modo si ottengono alcuni vantaggi:

  1. Riduzione dei costi organizzativi e logistici per gli atenei: i primi anni i corsi sono frequentatissimi da persone poco motivate che poi lasceranno gli studi e predisporre le strutture per accoglierli e gestirli è molto oneroso.
  2. Aumenta la competizione tra gli atenei e la differenziazione del prodotto istruzione: alcuni atenei potrebbero decidere di essere meno selettivi, affronterebbero costi superiori e emergerebbero come produttori di qualità inferiore, il che non è necessariamente un male.
  3. Si irrobustisce la concorrenza tra le scuole superiori (che oggi è praticamente nulla), perché i diplomati degli istituti che regalano i titoli non avranno alcuna speranza di entrare in una buona università. Quando varcheranno la soglia del Real Liceo Statale YouTube di Carugate di Sotto, sapranno che il loro diploma non varrà molto più di una laurea honoris causa a Vasco Rossi.

L'ultimo punto fa intravedere una soluzione competitiva al problema della qualità dell'istruzione secondaria. In pratica, oggi, tutta l'approssimazione pedagogica e culturale della scuola superiore si riverbera sull'università, ma il costo di questa miopia è in ultima analisi finanziato dal contribuente. Se l'istruzione secondaria è un input di quella universitaria, il valore della prima è determinato dalla produttività marginale (attesa e scontata) nel processo di produzione della seconda: quando questo valore è basso, è evidente che emergano comportamenti poco virtuosi e miopi sia da parte degli istituti superiori che degli stessi studenti.