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Ricevere dati dall'ISTAT (e da EUROSTAT): un'esperienza personale

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Qual è il risvolto di questo passaggio:

Ci si potrà più fidare delle rilevazioni Istat? Se già in passato Eurostat (l’ufficio statistico della Commissione europea) le prendeva con le pinze, da domani varranno meno d’un oroscopo tracciato sui segni zodiacali.

Che le statistiche italiane saranno considerate come quelle cinesi? Inaffidabili? Ancora un po' di tempo fa il nostro inviato a Hong Kong dubitava delle statistiche cinesi...

Difficile dire perche' tutte le indagini statistiche hanno un tasso di non-rispondenti. Sarebbe interessante avere un riscontro preciso dell'insinuazione da te citata, cosi' com'e' sembra un po come sparare a casaccio. 

Attenzione. Penso che la questione sia la seguente (posso essere impreciso). Troppe indagini richiedevano una risposta obbligatoria da parte di famiglie e/o imprese. Chi non risponde deve pagare una multa. L'Istat penso che avesse deciso che il costo della raccolta delle multe non coprisse le potenziali entrate. Inoltre i rispondenti forzati non sono ovviamente costretti a fornire informazioni corrette (non e' un processo...), quindi non e' chiaro che la qualita' dei dati peggiori.

I vertici dell'Istat sono stati perseguiti per non aver raccolto queste multe. Questo e' un problema amministrativo di cui non so molto. Sugli aspetti scientifici, e' ovvio che le risposte forzate sono un problema. La questione principale e' quella che ha sollevato Andrea: la disponibilita' dei micro dati. Quando questi sono disponibili si puo' di solito avere una qualche idea sulla qualita' dei dati. Quando ci sono tabelle aggregate e basta, non si puo' dire gran che. Ci si puo' solo fidare.

L'Istat penso che avesse deciso che il costo della raccolta delle multe non coprisse le potenziali entrate. Inoltre i rispondenti forzati non sono ovviamente costretti a fornire informazioni corrette (non e' un processo...), quindi non e' chiaro che la qualita' dei dati peggiori.

Cosa vuol dire che i rispondenti forzati "non sono costretti a fornire informazioni corrette" ??

Se vi sono "risposte forzate", si intende che devono essere corrette. Solo i Tagliani possono giustificare l'imbroglio. Siamo famosi per questo, manteniamo alta la tradizione.

RR

Mah, se qualcuno mi manda a casa un questionario in cui mi chiede quando ho speso di alimentari, vestiti, carburante nell'ultimo mese posso a) decidere di rispondere scrupolosamente, guardando bene la mia carta di credito e tutti gli scontrini conservati b) rispondere facendo uno sforzo per ricordare al meglio, ma senza sbattermi troppo per controllare c) rispondere senza fare alcuno sforzo e mettendo i primi numeri che mi passano per la mente. Ovviamente posso anche decidere di non rispondere. Immagino Francesco intenda dire che le persone che, in assenza di multa, sceglierebbero di non rispondere, è più probabile che seguano l'opzione c) quando forzate a rispondere.

questionario in cui mi chiede quando ho speso di alimentari, vestiti, carburante nell'ultimo mese posso [...]

Comunque se le domande sono su questioni fattuali si intende che uno deve cercare di fornire i dati più precisi possibile, se poi si chiedono opinioni uno può anche rispondere come vuole, ma qui si dimostra il senso civico delle persone. Se ti si chiede "cosa fai al mattino dopo aver fatto colazione" e tu rispondi "mi piace rotolarmi nella merda e ridere", è una risposta che pur non essendo in linea di principio sanzionabile esprime la pagliacceria del proprio comportamento, che appunto immagino sia comune a tanti italiani.

RR

Sandro ha colto un aspetto importante in modo preciso.

Le non risposte nelle indagini non sono certo una piaga italiana. Lungi da me essere nazionalista, ma questa non e' una caratteristica nostra. Penso che sia molto piu' problematica l'assenza generale di cultura statistica e scientifica nei sondaggi.

Renzino penso tu possa convenire sul senso civico degli olandesi. Ebbene, Statistics Netherlands cerca di usare piu' dati amministrativi possibile perche' e' noto che la non risposta alle indagini sia molto elevata... Comunque il difficile accesso ai microdati e' un problema comune a tutti gli istituti di statistica europei, che io sappia.

Si, ma se tu mi chiedi ''quanti corsi hai insegnato negli ultimi 10 anni'' posso o andarmeli a contare e dirti il numero esatto oppure fornirti un numero approssimativo, moltiplicando per 10 il numero medio di corsi che insegno. In nessuno dei due casi sto mentendo, ma chiaramente nel primo caso la risposta è più esatta e mi fa perdere più tempo. L'intervistatore può costringermi a rispondere, non può costringermi a consumare tempo e risorse per fornire la risposta più accurata possibile. O meglio, di solito no. Nel caso delle dichiarazioni del reddito si, dato che l'inesattezza può essere sanzionata. Ma la dichiarazione dei redditi non è un'indagine statistica a questionario.  Comunque il punto resta. Le persone che, per qualsivoglia ragione, tendono a non rispondere sono anche quelle che più probabilmente, quando costrette, porranno meno sforzo per dare risposte accurate.

Non si parla solo di informazioni fattuali (numero di dipendenti o titolo di studio o altre cose...) ma di opinioni e atteggiamenti. Su questi ad esempio non puoi forzare nessuno

Cosa vuol dire che i rispondenti forzati "non sono costretti a fornire informazioni corrette" ??

Se vi sono "risposte forzate", si intende che devono essere corrette.

No! E guai se cosi' fosse. E' molto piu' importante che i dati raccolti siano di buona qualita' e veritieri piuttosto che tanti. Chi riceve un questionario ISTAT ha l'obbligo di rispondere, ma nessuno mai si sognerebbe di suggerire che ha anche l'obbligo di rispondere correttamente. La ragione e' semplice, e' necessario che tra chi raccoglie i dati e chi risponde si stabilisca un rapporto di fiducia e chi risponde si senta assolutamente sicuro che le risposte che fornisce sono confidenziali al massimo grado, altrimenti addio qualita'. Se dici a qualcuno che deve rispondere correttamente, allora gli suggerisci che puoi controllare, e come? confronti i dati riportati con la dichiarazione dei redditi? allora chi ti risponde ti dice quello che dichiara, non quello che realmente quadagna (o spende etc...).

In definitiva, non credo che abolire l'obbligo di risposta, almeno su molte indagini, sia necessariamente un male. Tutto cio' che puo contribuire a rendere la figura dell'ISTAT meno governativa agli occhi dei cittadini puo' anzi migliorare i dati.

Se dici a qualcuno che deve rispondere correttamente, allora gli suggerisci che puoi controllare, e come? confronti i dati riportati con la dichiarazione dei redditi? allora chi ti risponde ti dice quello che dichiara, non quello che realmente quadagna (o spende etc...).

No so cosa tu voglia dire - quello che uno dichiara in materia di redditi, ecc. _deve_ essere corretto. Quindi ogni altra risposta non va bene. In generale se c'è un obbligo di legge uno non ha il diritto di mentire - se la vedano i legislatori e le altre autorità garanti per tutte le questioni di congruenza e compatibilità con la riservatezza, la qualità, la fiducia, ecc. su cui non discutiamo qui per brevità.

RR

Che le statistiche italiane saranno considerate come quelle cinesi? Inaffidabili? Ancora un po' di tempo fa il nostro inviato a Hong Kong dubitava delle statistiche cinesi...

Mica solo io: lo sta ammettendo anche anche il governo cinese...

... su come venga considerata la raccolta dati in Italia.

E' utile ricordare che il Presidente dell'ISTAT, Biggeri, è anche Presidente del CNVSU, il Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario.

Vale a questo riguardo, più di ogni altro commento personale, citare il seguente passo di "La valutazione dell'Università" di Matteo Turri:

«Affrontando il tema della valutazione nelle università occorre innanzitutto chiarire cosa si intende con il termine valutazione. […] Nella pratica quotidiana accade che tale lacuna sia sanata mediante l’applicazione, da parte dei diversi attori dell’organizzazione universitaria, dei concetti di valutazione che sono loro più familiari. Il risultato è una situazione variegata, priva di un’identità univoca, spesso contraddittoria, dove abbondano le contrapposizioni. Imporre il proprio concetto di valutazione corrisponde, infatti, a imporre i propri riferimenti culturali e dunque ad acquisire un vantaggio competitivo nei confronti di colleghi di discipline differenti. Oltretutto, se la valutazione assume i principi di una disciplina, proprio gli esperti di questa disciplina saranno chiamati ad assumere il ruolo di valutatori. A questo proposito il panorama universitario italiano presenta almeno due testimonianze di “usurpazione” del concetto di valutazione: - il ruolo rilevante assunto da studiosi di scienze statistiche presso il CNVSU (Comitato nazionale  per la valutazione del sistema universitario) e a cascata nella maggior parte dei nuclei di  valutazione degli atenei italiani ha fatto sì che tutto il sistema nazionale, caso unico in Europa, sia impostato sull’idea che valutare le università e le attività universitarie significhi raccogliere, mediante sofisticate tecniche statistiche, una gran mole di dati; - l’attivazione, da parte della Conferenza dei Presidi della Facoltà di Ingegneria, di un Sistema Nazionale di Accreditamento dei Corsi di Studio di Ingegneria (SI.N.A.I.) tra il 1999 e 2000 su 9 corsi di diploma, sfociata in seguito nelle esperienze, promosse dalla Conferenza dei Rettori delle università italiane (C.R.U.I.), Campus e Campusone, ha innescato un dibattito promosso da accademici dell’area di ingegneria circa l’opportunità di introdurre sistemi di valutazione ispirati alle norme ISO 9000 mutuando direttamente dai settori produttivi modelli che sono presso le stesse imprese oggetto di una riflessione critica.»

 

 

 

 

 RR