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Unindustria Treviso

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Non ero a Treviso, in quest'occasione. Però, una qualche esperienza di assemblee confindustriali non mi manca. Nonché una certa consapevolezza delle questioni che tratti e che cercherò di chiarire, almeno per sommi capi.

La cosa non ha particolare rilevanza, ma normalmente l'assemblea pubblica - contrariamente alla privata, più centrata sulle questioni operative ed interne - è evento di carattere mediatico e quasi mondano, nel senso che serve a parlare al mondo esterno e richiama anche chi non sopporterebbe di risultare escluso. Da qui la presenza di molte persone esterne al sistema (nel caso specifico, dei 2.700 partecipanti solo 1.800 erano imprenditori iscritti, che comunque non son pochi), comprese le solite "autorità (in)competenti", fornite o meno di stellette od eventualmente abbigliate con le sottane d'ordinanza ..... :-)

Consentimi, poi, di sgombrare il campo da un equivoco, per amor di verità: non occorre "come minimo avere 15 dipendenti", il che ridimensiona alquanto i conteggi. Rimane il fatto che la Marca sia territorio ad altissima concentrazione d'imprese, in particolare piccole e medie, sebbene non tutte siano associate a Confindustria.

Ciò detto - allo scopo di non sopravvalutarci troppo ..... :-) - passiamo alla sostanza, iniziando col dire che la questione non è la colpevolezza degli "stregoni di Wall Street", ma il fatto che il manifatturiero nordestino sia decisamente proteso sui mercati internazionali e ne soffra la crisi di ordinativi e di pagamenti, contestualmente alla carenza di credito che si rivela molto reale a chiunque si prenda la briga di parlare con gli operatori sul territorio, con buona pace dei "pinocchi" di parte bancaria. Si tratta di una situazione complessa, legata anche ad un sistema regolatorio rivelatosi inadatto a gestire momenti di difficoltà - sto citando "Basilea 2" - nonché ad una prevalenza d'incentivi distorti che han prodotto l'affievolirsi delle già scarse capacità di valutazione delle imprese da parte dei funzionari di ciò incaricati, dovuto alla spasmodica attenzione riservata ad attività finanziarie - poi rivelatesi troppo rischiose - che ha distolto risorse dalla formazione al tradizionale "mestiere del credito". Non intendo disquisirne hic et nunc, ma certamente oggi gli istituti di credito non godono di particolare popolarità presso le imprese, in particolare se piccole, e pare faccian di tutto (si veda la querelle circa i nuovi balzelli istituiti in seguito alla velleitaria abolizione bersaniana della "commissione di massimo scoperto") per conquistarne l'antipatia.

Quanto alla messa in luce dei problemi strutturali del Paese, immagino che tu ti sia distratto un attimo - negli ultimi tempi - oppure che, abitualmente, i tuoi interessi siano legittimamente rivolti altrove, dal momento che se ne parla da tempo, con insistenza. La progressiva perdita di competitività legata al mancato incremento della produttività rispetto alla concorrenza internazionale, l'asfissiante presenza dello Stato (e affini) nell'economia, l'abbraccio mortale di una burocrazia stupida ed inefficiente, il costo folle di servizi pubblici da terzo mondo - ed il demenziale prelievo fiscale per pagarli - and so on .... sono oggetto di continue denunce e proposte, purtroppo mai ascoltate dai gestori del potere politico, qualunque sia la bandiera che sventolano.

Mi rendo conto che il commento sta diventando lunghissimo, perciò mi limiterò ora ad accennare al discorso dei pagamenti del settore pubblico. Qui non si tratta di avere le mani in pasta o di attendere supposte "elargizioni". Semplicemente nel Belpaese - questa specie di residuato del socialismo reale - la quota di PIL gestita dalla PA è rilevante ed è quindi normale che arretrati di pagamento cospicui si riflettano su tutto il sistema: se le imprese che vantano quei crediti non ricevono il dovuto, a loro volta non possono pagare i fornitori e s'innesca un circolo vizioso. Fermo restando che sì, lo Stato è più indebitato di quanto risulti dalle cifre ufficiali, per il semplice motivo che i debiti verso fornitori non sono inseriti nelle statistiche .......

Epperò, scusami, io mai ho sentito grandi espressioni di gioiosa approvazione ai consigli di non pubblicizzare la stampa disfattista. Piuttosto sento, sempre più spesso, gran mugugni e persino qualche colorita espressione nei confronti di chi vuol minimizzare i problemi.

Infine - che ormai questo è quasi un post - la cultura statalista è sicuramente molto presente in questo strano Paese. Anche in alcuni ambienti imprenditoriali, per quanto occorra fare attenzione a non confondere le diverse realtà: una cosa son coloro che competono sui mercati, un'altra quegli esimi signori che vivono con agio nelle protezioni garantite dall'azionista pubblico o dalle concessioni che ne regolano gl'incassi. E lo scontro di potere in atto in Confindustria, tra questi due schieramenti contrapposti (uno dei quali - indovinate? - supportato dalla politica), ben evidenzia la faccenda.

 

In quale schieramento sta Marcegaglia? Scusa la naivete', ma proprio non lo so.