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Clima, Commercio, Krugman

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Ho qualche perplessità, che vorrei esporre.

- L'argomento di PK è abbastanza chiaro: esiste un problema di bene pubblico globale (emissioni CO2) che si può risolvere solo con la cooperazione di tutti. SE esiste un agreement collettivo sulla natura, le cause e le soluzioni del problema, ALLORA è ragionevole chiedersi che punizioni sia opportuno adottare contro chi devia dalle soluzione comunemente adottate e dalle risoluzioni collettivamente prese. La questione, così impostata, non fa una piega.

- La risposta secondo cui "se li punisci i cinesi si incazzano" non regge. I cinesi a volte si incazzano ed a volte no (e.g. si sono cuccati tutto WTO e WIPO senza fiatare) e non è che dobbiamo ogni volta second guess il loro incazzarsi, anche perché, altrimenti, rischiamo di entrare in un gioco in cui i cinesi per crearsi la reputazione d'incazzosi s'incazzano artificialmente ...

- Punire i cattivi o premiare i virtuosi sono meccanismi identici, l'unica differenza è redistributiva, ossia di chi ci guadagna. Questo dipende dai diritti di proprietà, ossia di chi ha il controllo della torta. Chi ce l'ha? Io non credo di saperlo, ma il problema è tutto lì. Per il resto punire e premiare sono la stessa cosa. Inutile dire che il commercio va usato come "carota" invece che come "bastone": se la controparte deviante percepisce che potrebbe avere 100 di gains from trade e vede che gliene dai solo 70 mentre 30 li condizioni al suo fare questo e quello ecologico, allora la controparte (se non è tonta) capisce che quel 30 che rendi condizionale è un bastone travestito d'arancione per sembrare carota.

- Del tutto diverso è il seguente discorso: combattere la crescita del CO2 impedisce o gravemente riduce lo sviluppo economico, di cui Cina & Co hanno bisogno immenso ed al quale non intendono rinunciare. Quindi inutile far finta (come sembrano aver fatto finta anche oggi) che c'è un accordo globale, perché non c'è. Se la questione È QUESTA (ed in parte lo è, ma non è la sola ...) allora il problema diventa un altro.

- Il problema diventa: come impedire a Cina & Co che crescano "troppo" secondo i criteri verdo-rossi che vanno ora di moda in Occidente? Questo, mi sembra, è il problema di PK. Io di CO2 capisco poco, quindi non capisco se hanno ragione i verdo-rossi o se raccontano balle truculente solo per avere una scusa di bloccare la libertà economica. Ma il problema andrebbe affrontato dal quel lato.

 

Io di CO2 capisco poco, quindi non capisco se hanno ragione i verdo-rossi o se raccontano balle truculente solo per avere una scusa di bloccare la libertà economica. Ma il problema andrebbe affrontato dal quel lato.

Pure io, e pure i verdo-rossi. il rapporto segnale/rumore quando si dibattono queste questioni è quasi nullo: tanto le lobbies verdi che quelle energetiche amano pubblicare "ricerche" sballate.Come dice Carlin alla maggior parte dei verdi non interessa davvero il pianeta quanto avere un posto pulito in cui vivere.Non che ci veda nulla di male, solo vedo pochissimo interesse a discutere questi temi in modo razionale.

Io di CO2 capisco poco, quindi non capisco se hanno ragione i verdo-rossi o se raccontano balle truculente solo per avere una scusa di bloccare la libertà economica. Ma il problema andrebbe affrontato dal quel lato.

Fermo restando che sia l'argomento di PK (il bastone) che quello di PF (la carota è meglio) mi sembrano abbastanza inconsistenti a livello generale (come PF riconosce in un commento, ovvero bisognerebbe prima stabilire quali sono i livelli ammessi di CO2 per settore merceologico, calcoli generalmente fatti a naso), io qui faccio riferimento a quello che è accaduto con i fluorocarburi, sotto accusa per il danneggiamento allo strato di ozono.

E' vero che a Montreal nel 1989 ci si accordò per l'eliminazione dei CFC, ma nessuno fece niente(o quasi) per dieci anni fino a quando l'Unione Europea nel 1999 ne decise semplicemente la messa al bando. In tutta l'Unione Europea nell'arco di due anni sarebbe stato proibito "vendere, produrre, importare", ad esempio, climatizzatori con gas refrigerante R22 (un CFC), come anche le bombolette spray, insomma niente più CFC.

Non è il caso qui di fare il riassunto di quanto (ad esempio..) si incazzarono i cinesi, sta di fatto che oggi, 2009, il gas R22 non esiste praticamente più, soppiantato da un gas, l'R410, ecologico e molto più performante, ed anche le mitiche bombolette spray contengono propellenti basati sull'alcool.

Ovvero, se qualcosa veramente danneggia l'ambiente, non è il caso di contigentare, o di introdurre dazi, che sono sempre aggirabili, ma è il caso di proibire tout-court. Il mercato creerà (o ha già creato..) alternative migliori e meno impattanti.

Se la produzione di acciaio cinese è altamente inquinante (hanno impianti vecchi di 30-50 anni, ad esempio hanno i vecchi impianti ILVA che gli abbiamo venduto noi..), si deve proibire l'acciaio cinese, il rimbalzo (inevitabile) verso l'alto del prezzo dell'acciaio spingerà i cinesi a rinnovare gli impianti, in quanto il prezzo dell'acciaio sarà renumerativo anche per i nuovi impianti e tutto si allineerà.

I dazi non servirebbero a niente, vista l'attitudine cinese a fare dumping per spingere i propri prodotti.

Se la produzione di acciaio cinese è altamente inquinante (hanno impianti vecchi di 30-50 anni, ad esempio hanno i vecchi impianti ILVA che gli abbiamo venduto noi..), si deve proibire l'acciaio cinese, il rimbalzo (inevitabile) verso l'alto del prezzo dell'acciaio spingerà i cinesi a rinnovare gli impianti, in quanto il prezzo dell'acciaio sarà renumerativo anche per i nuovi impianti e tutto si allineerà.

In effetti, se le preferenze degli individui fossero, come frequentemente sono le tecnologie, tutte a coefficienti fissi, questo metodo radicale funzionerebbe, Marco. Però non è detto che lo siano ed il fatto che abbia funzionato (ti prendo alla lettera) in un caso non implica funzioni sempre. Per esempio, cosa succede se lo applichiamo alla generazione di energia elettrica a mezzo di carbone? O ai motori a scoppio? Il problema dei trade-offs è complicato, ma non mi sembra opportuno tagliarlo sempre con l'accetta.

Scusami Marco, ma - oltre a quanto scritto da Michele - mi pare che il tuo argomento non regga anche per un'altra ragione.

Nel caso dei CFC, poichè i CFC inquinavano, sono stati banditi. Fine.

Nel caso invece, che so, dell'acciaio, non è l'acciaio che inquina, ma il modo in cui viene prodotto. E mi par di capire, da quanto scrive Piergiuseppe, che non vi sia sostanziale differenza tra l'acciaio prodotto con tecnologia "green" e quello prodotto con tecnologia "grey". (Il che, banalmente, è tanto più vero per l'energia - gli elettroni che corrono sono elettroni che corrono, indistinguibili, indipendentemente dalla natura della forza che gli ha dato la spinta).

Per questo la "messa al bando" dell'acciaio cinese appare non proponibile, nella misura in cui, più in alto, ci si chiedeva:

misure che discriminano fra beni idenditici ("like products") semplicemente in base alla tecnologia di produzione adottata sono ammissibili nell'amibito degli accordi GATT/WTO?

Per cui siamo al punto di partenza.

E mi par di capire, da quanto scrive Piergiuseppe, che non vi sia sostanziale differenza tra l'acciaio prodotto con tecnologia "green" e quello prodotto con tecnologia "grey"

Poche righe sopra, nel mio commento, avevo scritto:

bisognerebbe prima stabilire quali sono i livelli ammessi di CO2 per settore merceologico, calcoli generalmente fatti a naso

La produzione di acciaio è di per sè altamente inquinante, le stringenti norme sull'ambiente in UE e (in minor parte) in USA hanno spinto queste produzioni in India e Cina, non è detto che se "costringiamo" queste produzioni, le stesse non migrino verso altri lidi.

Ciò non significa che i sistemi di produzione non possano avere impatti diversi (l'acciaio è composto per circa il 2% di carbonio, per cui il carbone è essenziale nel processo produttivo), ovvero gli altiforni possono avere o non avere filtri per le polveri di carbone. I filtri costano. In Cina e India non sono usati, in Europa sono obbligatori.

Infine, l'acciaio è un prodotto riciclabile al 100%, per cui sarebbe facile impattare sul modo di produzione senza alterare in modo significativo il mercato. Ma questo è comunque un (piccolo) aspetto del problema, il vero punto nodale è la produzione di energia elettrica tramite i combustibili fossili, è da lì che parte tutto il problema, è lì che si dovrebbe intervenire, proibendo, ad esempio, la produzione di energia elettrica tramite centrali a carbone, oppure bloccare i prodotti di fabbriche alimentate ad energia elettrica prodotta tramite centrali a carbone. Ma il discorso è lungo, ci porterebbe lontano, io sono partito dall'esempio CFC per spiegare che, secondo me, è la proibizione totale di un qualcosa che porta ad abbandonare una tecnologia inquinante. I dazi sarebbero pericolosi, potrebbero portare a una guerra commerciale pericolosa, e anche la carota non mi convince.

Tra l'altro, nonostante la messa al bando, fino a quando la UE non li ha effettivamente messi al bando, ma ci si è basati su una "volontaria" riduzione nessuno aveva fatto niente. Solo la proibizione totale ha funzionato, il mercato ha fatto il resto. Questo volevo evidenziare.

Michele, partiamo da un dato di fatto: se non convinciamo Cina&Co. ad impegnarsi seriamente a ridurre le loro emissioni sara’ impossibile limitare la concentraziione di carbonio nell’aria a 450 o ad almeno 550 parti per milione, obbietivo minimo e riconosciuto come una sorta di “point of no return”. Poco importa il nuovo atteggiamento USA od il rinnovato impegno dei leader europei.

La figura qui sotto (fonte EIA) mostra come il volume di emissioni di gas serra in Cina abbia gia’ superato quello europeo e statunitense e, se nulla dovesse cambiare in termini di policy (i.e. business as usual scenario), il gap e’ destinato a crescere negli anni a venire.

Figura 1

Ora, temo che con Cina&Co. la politica del bastone possa servire ben poco anche perche’, come spiegavo ieri rispondendo a Marco, carbon tariffs e affini finirebbero per colpire solo una frazione ridotta delle esportazioni ed avrebbero dunque un leverage piuttosto basso.

Inoltre, sia in termini di emissioni per capita che di emissioni accumulate, Cina&Co. are still lagging far behind i paesi piu’ ricchi, come e’ possibile constatare dalla tabella qui sotto (fonte CDIAC).

Figura 2

Anche per questo il protocollo di Kyoto sancisce il principio delle common and differentiated responsabilities fra paesi nella lotta al cambiamento climatico. Come questo principio vada tradotto in pratica (come cioe' distribuire i costi della lotta al climate change) e’ chiaramente oggetto di dibbatito, ma non penso proprio che sia possibile convincere Cina&Co. a “non crescere troppo” (dopo che gli altri lo hanno fatto nei decenni scorsi...).

Come mettiamo d’accordo dunque sviluppo (che fa rima con incrementi del fabbisogno energetico) con riduzione delle emissioni (che fa rima invece con riduzione di quel fabbisoghno)?

L’unico modo, a mio avviso,  e’ aiutare Cina&Co. a spostarsi su un high growth/low carbon path agevolando miglioramenti nella gestione dell’energia e favorendo investimenti in fonti d’energia rinnovabili ed alterative rispetto all’energia fossile. Ed e’ in questo senso che vanno lette le mie proposte relative ai trasferimenti di tecnologie e agli incentivi alla ricerca e sviluppo sul fronte energetico.