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La legge e B

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ha diritto uno stato di legiferare su un abito che ha nulla a che fare con la propaganda religiosa.

Ovviamente no, ma lo stato non dovrebbe avere diritto di legiferazione neppure se l'abito avesse a che fare con la propaganda religiosa.

Per quale motivo lo stato dovrebbe mai vietare una propaganda religiosa che si manifesatsse attraverso un particolare modo di vestirsi ?

A meno che questa propaganda religiosa non incida sui diritti individuali delle altre persone, limitandoli in qualche modo, non vedo perchè vietarla: si tratterebbe di pubblicità lecita.

Sul burqua il preconcetto è che sia un'imposizione sulla donna, ma si tratta di una presunzione non necessariamente fondata, dato che - se liberamente attuata - è una scelta pienamente legittima, come lo è quella di una donna cattolica di farsi monaca di clausura, scegliendo di vestirsi con un saio ed autolimitando i propri diritti ad una vita sociale.

La questione, però, non è così semplice.

Il problema (tipico delle religioni) è capire cosa accade se una religione impone di fare pubblicità (i.e. proselitismo) sempre e comunque,  per esempio violando il diritto delle altre persone a non essere infastidite dalla propaganda medesima.

Oppure, molto più banalmente, ad un ateo può dar fastidio anche solo vedere un crocifisso al collo di un alunno in un'aula scolastica, ma dall'altra parte può esserci il legittimo desiderio di magnificare la gloria del Signore portando al collo il simbolo della sua morte: sin dove il diritto a non venire coinvolti dall'altrui religione limita il contrapposto diritto a esprime il propio pensiero religioso, anche attraverso l'esibizione di simboli ?

 

il diritto delle altre persone a non essere infastidite

mi sembra un diritto parecchio avanzato... forse troppo. sopratutto se il fastidio arriva dal vestiario delle persone osservate. in fin dei conti il corpo è del suo proprietario, non di chi lo guarda.