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Padani o Polinesiani?

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Vorrei fare un'osservazione, altamente banale a mio avviso ma che, in questo dibattito e soprattutto in quello più rumoroso che avviene sui media italiani, banale non sembra.

Non vi è assolutamente nessuna equivalenza e nemmeno alcuna implicazione di necessità da un lato e dall'altro, fra libertà di culto e tolleranza di usi e costumi altrui (che non violino il codice penale) ed il supposto relativismo culturale secondo cui tutte le culture/morali/religioni sono equivalenti in quanto "la verità non esiste". Chi lo sostenga sostiene una gigantesca panzana.

Difendere il diritto della signora ad andare in piscina, o in sauna o a fare shopping, in burkini NON implica dover concludere che l'etica che la sua religione sostiene vale tanto quanto la mia. Permettere ai musulmani di compiere le loro preghiere ed abluzioni o ai preti cattolici di sciogliere sangue rappreso dicendo parole strane, NON implica accettare l'insieme di credenze incoerenti su cui tali pratiche si reggono.

Le morali non sono equivalenti, né lo sono le culture e le religioni. Alcune sono "meglio" di altre, alcune financo "molto meglio". L'infibulazione è una pratica insana, tanto quanto i tattuaggi di serpi e volatili sulle braccia, a mio avviso. Vale la pena spiegare a chi pratica l'una e l'altra che sta facendo una gigantesca scemenza? Certamente. È appropriato impedire a persone consenzienti di compiere tali atti di auto-mutilazione? No. Lo stesso vale per il burkini ed il vestito della suora: è demenziale andare in spiaggia/piscina vestiti come le due signore in questione? Certamente, e se uno ne ha voglia può anche spiegarglielo, farci l'ironia, cercare di convincerle che ci si gode l'acqua del mare meglio nuotando nudi. Questo NON implica impedire alle due signore in questione d'andare così ridicolmente conciate in piscina.

La libertà non implica il relativismo e la difesa di un sistema di valori come "migliore" d'un altro non implica l'intolleranza. Son certo che lo sa anche il sindaco di Verona, ma da politicante qual'è preferisce diffondere l'intolleranza per rimestare nel torbido e pescare voti facili, invece di "governare" in una direzione liberale il dibattito sulla questione. È un problema di qualità umana e di sistema di valori: quelli del sindaco di Verona, in questo caso, sono entrambi peggiori di quanto è auspicabile fossero.

Aggiungo un'altra cosa: relativismo culturale non implica l'abolizione del giudizio individuale, nè di quello collettivo anche nella forma di norme pubbliche.

Ad esempio, io sono un relativista etico, per il semplice fatto che non sono un assolutista. Non esistono canoni, caratteristiche, valori etici indipendenti dal pensiero dell'essere animale che li formula. Nella realtà naturale (nè in quella "ideale") non ci sono proprietà etiche rilevabili con qualche esperimento o metodo "oggettivo".

E con ciò?

Non mi sono certo evirato della facoltà di giudicare. E di sostenere la bontà di certe norme piuttosto che altre. Certo, l'essere relativista mi farà vedere il mondo etico e politico-sociale in modo diverso, ma non per questo vedo un mondo in cui tutte le vacche sono nere.

RR

 

Certamente, non c'e' relazione di necessita'. Infatti le due discussioni (tolleranza di usi e costumi da un lato e possibilita' di ordinare questi stessi usi e costumi su qualche scala) sopra sono separate; e mentre tutti concordiamo sul principio di tolleranza, non la pensiamo tutti allo stesso modo sull'ordinabilita' -- mentre dovremmo se se la prima implicasse l'impossibilita' della seconda.

Ci sono indubbiamente aspetti di ordinabilita' oggettiva di singoli aspetti delle culture: qualunque medico direbbe che l'infibulazione e' pratica insana, cosi' come direbbe che e' pratica insana (sebbene meno insana) mangiare il grasso del maiale e bere brandy entro un raggio r dall'equatore. E indubbiamente val la pena spiegarlo mentre non e' appropriato impedirlo a chi e' consenziente (finche' questo non limita la liberta' altrui).

La questione pero' e' meno banale di come la poni, nel senso che mentre non c'e' relazione di necessita' tra tolleranza e relativismo, l'intolleranza in pratica e' associata all'argomento della superiorita' di una cultura rispetto a un'altra. Non dico che ci sia relazione di necessita', dico che e' improbabile trovare un intollerante che sia anche relativista. E il motivo e' che sebbene l'intolleranza sia ingiustificabile, l'intollerante (quello vero come quello opportunista) ha bisogno di una giustificazione. Pur essendo illogico, questo sembra funzionare per qualche "legge delle viscere".

qualunque medico direbbe che l'infibulazione e' pratica insana, cosi' come direbbe che e' pratica insana (sebbene meno insana) mangiare il grasso del maiale e bere brandy entro un raggio r dall'equatore. E indubbiamente val la pena spiegarlo mentre non e' appropriato impedirlo a chi e' consenziente (finche' questo non limita la liberta' altrui).

Scusa, come sarebbe che non è appropriato impedirlo? Stai parlando del maiale e del brandy, non dell'infibulazione, spero.

Lucia, il senso di quello che ho scritto e' questo: Michele sostiene, da una prospettiva liberale, che in ultima istanza non puoi impedire a una persona di farsi del male. Puoi spiegarle perche' non deve e cercare di persuaderla a non farlo. Ma se non ti ascolta, non puoi incaternarla per impedire che, ad esempio, si butti giu' da un ponte. Infatti in Italia neppure il tentato suicidio costituisce reato per chi lo commette: reato e' istigare o forzare al suicidio.

Io concordo sul principio, che se e' ragionevole per il suicidio e' ragionevole per tutto il resto.

Se ne puo' discutere, naturalmente. Nel qual caso la domanda e': puo' una persona libera e capace di intendere e di volere disporre liberamente della propria vita o glielo si deve impedire paternalisticamente quando si ritiene che un particolare e deliberato atto dispositivo sia dannoso per la persona in questione?

Il suicidio può essere volontario e consapevole (si potrebbe considerare razionale e personalmente potrei spingermi a contemplare la possibilità di considerarlo addirittura saggio in determinate circostanze), insomma può essere il frutto di una libera  scelta, così come l’astensione da certi cibi o da certe bevande, ma – concordo con luciaorsola –  raramente lo sarà l’infibulazione. Lo suggeriscono il buon senso e storie di vita vissuta raccontate da qualcuna,  quando finalmente è riuscita ad emanciparsi.

Certo non si può escludere categoricamente e aprioristicamente la possibilità che in taluni casi l’infibulazione (prescindendo dalla sua natura di reato nei Paesi in cui lo è) sia una scelta vera, libera, volontaria e consapevole, come, in contesti nei quali è dato operare scelte, disponendo di libertà e libero arbitrio,  lo sono  la mortificazione del corpo attraverso il cilicio  o l’offerta del proprio dolore a gesù cristo (lecita quest’ultima naturalmente soltanto finché si dona liberamente il proprio dolore;  ripugnante quando per fanatismo si costringono altri a “donare” il loro proprio dolore: il riferimento è ai “santi”  come il  personaggio di madre Teresa di Calcutta,  e taccio per carità di patria dei “beati”)

Forse è difficile determinare in quale misura, nel mondo concreto e non in un inesistente mondo ideale, una scelta è condizionata (probabilmente in qualche misura ogni scelta è condizionata, più o meno consapevoli che si sia), ma, laddove un’alternativa non è praticabile, non si può neppure parlare di scelta, ma solo di coercizione,  e, laddove la pratica consiste nell’infliggere a  bambine una mutilazione destinata provocare loro strascichi per tutto il corso della vita, è probabile (faccio fatica, mi devo sforzare:  mi verrebbe da dire “è certo”)  che le condizioni stesse alle quali sole si può compiere una scelta – cioè la libertà di esprimere la propria volontà e la consapevolezza –  siano state coartate con violenza. Mettendo da parte la forza dei condizionamenti, oggettivamente le pratiche (infibulazione, prescrizioni alimentari, burqa ecc) non sono tutte uguali negli effetti concreti.

A mio avviso, la legittimità della condanna sociale dell’infibulazione – ma ci si potrebbero aggiungere anche  prostituzione o vendita di organi da viventi  e altro ancora –  non può essere invocata in nome di un sistema di valori che si pretende assoluto,  ma è fondata ove si constati la violenza - o l'indigenza o l'ignoranza - come humus germinale.

E, se è vero che non si può dettar legge in casa altrui,  si può comunque prendere una posizione netta a casa propria e cercare, nei limiti, di ispirare la legge in casa altrui e diffondere informazione. È un passo mosso nella direzione giusta, anche quando la prassi resta un’altra.

 

Avete ragione entrambi, e ciò nasce da un equivoco.

Se una donna decide di sottoporsi ad infibulazione dev'essere libera di farlo, sebbene io ritenga necessario cercar di farle capire che tale pratica è insana sia dal punto di vista fisico che psicologico. Il guaio è che, normalmente, l'intervento viene praticato su persone che non possono scegliere di opporvisi: bambine e finanche neonate.

E, qui, il discorso cambia prospettiva ..... ne convieni, Giulio?

Il guaio è che, normalmente, l'intervento viene praticato su persone che non possono scegliere di opporvisi: bambine e finanche neonate.

E, qui, il discorso cambia prospettiva ..... ne convieni, Giulio?

se uno non puo' scegliere di opporvisi vuol dire che non e' capace di intendere e di volere, nel qual caso non si tratta di libera scelta e siamo in tutt'altro ambito.