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Il Guastafeste di Marco Travaglio, A(nna) del 15 ottobre 2009

 

I fan di Roman Polanski non protestino. Negli Usa non processano i contumaci ma questo non cancella il reato. In Italia gli stupratori della Caffarella pagheranno. Ma troppo poco.

 

Il regista Roman Polanski è stato arrestato in Svizzera per aver stuprato 31 anni fa, in America, una tredicenne: contro di lui non c’è ancora una sentenza, ma rischia pene pesantissime fino all’ergastolo. In sua difesa si schierano molti intellettuali e cineasti di tutto il mondo. Qualche giorno dopo due romeni, Oltean Gravila e Ionut Jean Alexandru, sono stati condannati in primo grado rispettivamente a 11 e 6 anni per aver stuprato una quattordicenne nel parco della Caffarella. E molti politici di destra, a cominciare dal sindaco Gianni Alemanno, si scandalizzano per la pena troppo lieve. I due casi sono molto diversi, soprattutto per le differenza fra i due sistemi giudiziari. In Italia, nonostante i tempi biblici della giustizia, Polanski sarebbe già stato giudicato e, se ritenuto colpevole, condannato in via definitiva, presente o assente che fosse al processo, e avrebbe già scontato la pena se fosse rimasto  nel paese in cui aveva commesso il reato; se invece fosse fuggito, avrebbe beneficiato della prescrizione della pena, che da noi scatta dopo un certo numero di anni. Se in America Polanski non è mai stato giudicato, è perché là non si processano gli imputati contumaci, e Polanski da 31 anni non mette piede negli Stati Uniti. Dunque le proteste di fans e amici perché “non si può processare una persona per reati commessi quand’era un’altra persona” non hanno senso: è colpa sua se non l’hanno processato prima. La prescrizione non cancella né i reati né le pene: altrimenti basterebbe darsi alla macchia per farla franca.

Ma è vero che in America le condanne per stupro sono più severe che in Italia? Sì e no. Sì se l’imputato si dichiara innocente, si sottopone al dibattimento e alla fine risulta colpevole. No se fa come il 95% degli imputati: cioè se si dichiara colpevole e patteggia la pena, evitando il processo e facendo risparmiare tempo e denaro allo Stato. In quel caso beneficia di forti sconti. Anche in Italia il codice consente i “riti alternativi” al dibattimento. Il primo è il patteggiamento: l’imputato concorda una pena, anch’essa scontata di un terzo, con il pubblico ministero, poi spetta al giudice convalidarla o respingerla se troppo bassa. Il secondo è il rito abbreviato: l’imputato rinuncia al processo e accetta di essere giudicato subito dal gip allo stato degli atti (cioè in base alle carte raccolte da difesa e accusa); se lo condannano beneficia di uno sconto di un terzo sulla pena. I due romeni della Caffarella hanno optato per l’abbreviato: così il giudice ha dovuto applicare loro lo sconto di un terzo. In altre parole, se avessero scelto il dibattimento, sarebbero stati condannati a 17 anni e mezzo e a nove anni. Cioè a pene molto severe (tra un’attenuante e l’altra, per un omicidio capita di prendere di meno). Ma solo al termine del dibattimento, che avrebbe richiesto un paio di anni per il primo grado, un paio per l’appello, un paio per la Cassazione. Invece, con l’abbreviato, calcolando anche il secondo e il terzo grado, si arriverà a sentenza definitiva molto più in fretta. Il problema dunque non sta nell’entità della pena. Ma nella sua scarsa “effettività”: se i due condannati alla Caffarella restassero in carcere 11 e 6 anni, si potrebbe dire che giustizia è fatta. Ma in Italia la pena scritta nella sentenza non corrisponde a quella effettivamente scontata: mantenendo una regolare condotta in carcere si ha diritto a un altro sconto di un terzo. Dunque i due sconteranno meno di 8 e 4 anni, anzi 5 e 1, perché gli ultimi 3 li passeranno al servizio sociale. Cioè liberi. Ma questo non è colpa dei giudici, che applicano le leggi.

È colpa dei politici che le fanno.