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Nella cucina della ricerca sull’ambiente

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guardate solo ai costi di un intervento fatto ora, non ai benefici che l'intervento porta (anche economici), o al costo che comporterebbe un intervento futuro

Ecco, questo è il vero punto finale: la valutazione del rapporto costi/benefici, indispensabile per capire (e decidere) quali azioni sia opportuno intraprendere. Però non in questo modo che dà per scontato un vantaggio legato all'intervento di contrasto ad AGW, bensì ponendosi in un'ottica globale.

Mi spiego. Trascurando le discussioni relative a consistenza e progressione del riscaldamento, sulle quali pure la certezza non è affatto granitica, non v'è dubbio che la conoscenza - il più possibile corretta ed approfondita - della reale incidenza umana sul fenomeno sarebbe decisamente utile. Sfortunatamente - checché ne dicano i pasdaran ecologisti, compresi quelli muniti di titoli accademici - non abbiamo misure inoppugnabili, dal momento che si lavora sempre su elaborazioni che dipendono dalle metodologie utilizzate e dalle ipotesi iniziali, talvolta anche sulla base di campionature scelte ad hoc (come dimostra la vicenda ben presentata anche da Aldo ed ormai nota ai più).

Giustamente si dice che ogni attività - umana e non - interagisce con l'ambiente e che, dunque, la limitazione degli effetti da essa derivanti non è da considerarsi sbagliata ma, d'altra parte, la rilevanza di tale azione correttiva rimane incognita. Il suo costo, invece, piccolo non è di certo: tutte le elaborazioni progettuali in tal senso lo sostengono e neppure gli eco-fanatici più arrabbiati arrivano a negarlo, preferendo dichiarare - come sopra, appunto, menzionato - che si dovrebbero affrontare costi ben maggiori in caso contrario (e, talvolta, anche che una replica del mondo antico sarebbe un posto migliore dove vivere, ma non credo vi sia alcun bisogno di smentire una tale affermazione in nFA .....).

Peccato che tale valutazione sia del tutto aleatoria, perché priva di numeri certi e finanche credibili, e che sia perfettamente ragionevole aspettarsi i danni alla crescita economica (unico motore reale per la fondamentale diminuzione della povertà) che deriverebbero dall'imposizione di limitazioni all'attività umana: il quesito, allora, riguarda l'efficienza dei possibili interventi, e cioè a quale azione il combinato di costi e risultati sia più favorevole. Magari non dimenticando - cosa che, invece, spesso avviene nel campo ecologista - che le medesime ingenti risorse ipotizzabili potrebbero essere impiegate nella ricerca di soluzioni tecnologiche a molti problemi (evitando come la peste, beninteso, ogni sovvenzione ad attività di nessun futuro economico ma solo con alto valore ideologico), con benefiche ricadute sulla qualità della vita in generale.

Pragmaticamente, as usual ...... :-)