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Concorsi manipolati: il caso di Roma Tre

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Il problema dei concorsi e della carriera universitaria in Italia è alquanto più complesso di quanto appaia dalle discussioni di questo blog. Per capirlo occorre considerare, al di là delle facili tirate moralistiche, alcune circostanze specifiche della nostra tradizione, delle nostre istituzioni e del nostro ambiente sociale.

Primo: la differenza fra verificare e osservare

Le capacità didattiche, amministrative l’ attitudine a collaborare nell’ attività didattica e di ricerca, ad essere presenti nella sede universitaria, invece che a svolgere diverse possibili attività altrove, che anche in altri sistemi universitari sono una componente delle scelte, non possono essere posti a base di una motivazione concorsuale in quanto osservabili ma non verificabili in giudizio. L’ unico criterio su cui è possibile una scelta che regga alla verifica giudiziale (ricorsi al TAR ecc.) è la motivazione che riguarda i titoli scientifici, in quanto la commissione è sovrana e il suo giudizio inappellabile (a meno che sia inficiato da interna incoerenza). Di qui certe decisioni basate su giudizi scientifici comparativi che in varie circostanze appaiono incomprensibili.

Secondo: i mercati del lavoro interni, il torneo per la promozione e la motivazione della carriera

In un contesto in cui vale il principio che “cane non mangia cane” e in cui l’ attività che il docente deve svolgere è in larga misura un optional, in quanto c’ è fondamentalmente mancanza di legalità e di disciplina (il motivo di questo lo vedremo in seguito) è dubbio se l’ aspirante a un posto di ruolo desideri un lavoro o semplicemente un titolo onorifico di tipo accademico che si accompagni a una remunerazione più o meno soddisfacente. Per cui piuttosto che assumere il genio venuto da lontano ma le cui caratteristiche comportamentali non sono conosciute e che, una volta capito come vanno le cose, di fatto lontano se ne torna, trattenendo gli emolumenti e limitandosi solo teoricamente a coprire la posizione accademica per cui era stato assunto, oppure semplicemente non è disposto a collaborare con i colleghi cui mira a “mangiar la pappa in capo” e si mette a litigare (cosa che possibilmente non va a suo disonore), si preferisce l’ “interno” le cui caratteristiche comportamentali si conoscono e il cui comportamento si presume di potere prevedere. Inoltre se le promozioni si cominciano a dare agli esterni invece che agli interni che “hanno ben lavorato” viene meno il motivo di carriera e “il torneo per la promozione” che induce gli interni a “ben lavorare” (in che cosa questo giudizio di buon lavoro consista è quanto mai vario, ma non necessariamente si riferisce a comportamenti e a pretese disonorevoli). Se viene meno la motivazione di cui sopra non c’ è motivo che l’ “interno” agli stadi precedenti della carriera “lavori bene” o semplicemente lavori.

Terzo: non c’ è lavoro più caro di quello non remunerato e l’ inerzia delle istituzioni

Ai vecchi tempi, prima della 382 del 1980, all’ inizio della carriera accademica c’ era l’ assistentato volontario (volontario nel senso che il docente decideva a chi per sua volontà attribuire il titolo). Si trattava di qualcuno, in genere di buona ed abbiente famiglia, oppure un povero cristo che, poniamo, insegnava nelle scuole e che aveva maggiori ambizioni, il quale si prestava a lavorare gratuitamente per il docente in cambio del biglietto di ingresso nel “mercato del lavoro interno” o, nel caso di professionisti, di una qualche aura di prestigio universitario che favoriva l’ attività professionale. Era un modo di entrare “in carriera” alquanto inefficiente, caratterizzato da clientelismo, discrezionalità e assenza totale di verifica esterna. Giustamente la 382 teoricamente lo abolì, proibendolo espressamente e introducendo il dottorato come modo di ingresso. Proibiva anche ai dottorandi di svolgere attività didattica e prescriveva che se qualcuno avesse utilizzato personale non strutturato per essere aiutato ne era responsabile personalmente. Ma tantè, la forza delle abitudini e la comodità delle stesse (chi aveva voglia di farsi i proprio esami, per non dire, oibò, di partecipare agli esami dei colleghi, come prescriveva la legge, quando c’ erano a disposizione tanti poveri cristi che non costavano nulla e che erano disposti a tutto pur di comprarsi il biglietto di entrata nel “mercato del lavoro interno”) fecero sì che, con le stesse competenze dei vecchi assistenti volontari si inventassero prima gli “addetti alle esercitazioni” e poi, da ultimo i “cultori della materia”, ancora in pieno vigore. Ovviamente il costo per lo stato è stato ingente, in quanto il sistema non era proprio tale da inserire “nel mercato del lavoro interno” i più adatti. La qualità della scelta dipendeva dal docente che la faceva e non tutti coloro che qualitativamente avrebbero dovuto essere prescelti erano disposti a comprare con il lavoro gratuito di anni il biglietto di ingresso per una carriera prestigiosa ma alquanto aleatoria.

Quarto: la mancanza di disciplina.

Qui il discorso potrebbe essere lungo e articolato, ma basta considerare gli incentivi. Primo la verifica delle attività: la prova delle attività svolte consisteva e, consiste ancora laddove non c’ è ancora l’ obbligo del registro telematico, in un registro su cui il docente indica il contenuto delle lezioni e da lui detenuto. Il preside avrebbe dovuto svolgere attività di verifica che mai si sarebbe permesso di fare: un preside era eletto e poteva reggere solo se aveva il sostegno dei colleghi. Un preside “repressivo” non sarebbe stato mai eletto e se “eletto” non sarebbe durato. In caso di attività repressiva sarebbe andato incontro a tanti e tali grattacapi da rimpiangere il suo ardire. A Pisa si favoleggia ancora di un collega romano che, senza mai aver fatto lezione, alla fine dell’ anno accademico chiese al capo-bidello il registro da riempire, il capo bidello ebbe l’ ardire di negarglielo dicendo “lei non la conosco”. Ma poi la cosa evidentemente si sistemò, tanto è vero che ebbe modo di portare avanti la sua carriera, ormai, credo, da tempo conclusa. Altri esempi del genere non mancano. Ma, brevemente vorrei considerare semplicemente i giudizi di conferma (ma probabilmente anche quelli vecchi di idoneità non credo fossero molto diversi). Tizio nel triennio ha prodotto ben poco e magari quello che ha scritto era meglio se non veniva pubblicato, ma se viene promosso tutti sono felici e contenti. Se viene bocciato, apriti cielo, gli amici e sodali escono dai gangheri e promettono vendetta, magari, nel caso poco probabile che sia la seconda bocciatura, c’ è sicuramente quanto meno un ricorso al TAR, che accoglie il ricorso e costringe a rideliberare la commissione… In altri termini possiamo enunciare la seguente regola: qualunque azione repressiva ha conseguenze negative in primo luogo per chi la attua. La difesa della serietà delle istituzioni assolutamente non paga, in quanto non c’ è nessuno che opera a loro difesa. Ma gli studenti? Per avere dalla propria gli studenti basta passarli tutti con voti soddisfacenti. Lo studente medio preferisce sicuramente il docente assenteista al docente repressivo.

Le cose sono migliorate rispetto ai vecchi tempi ma non troppo

Negli ultimi tempi le cose sono migliorate. Se non altro a livello didattico si lavora sicuramente di più. Dopo la 382 l’ accesso iniziale avviene con il concorso per il dottorato che almeno in certi sedi e in certe discipline è, credo, abbastanza obbiettivo e dotato di borse. Ma sono anche peggiorate: ai vecchi tempi ad esempio non c’ era la ridicolaggine degli n appelli di esame annualmente ripetibili che è un prodotto caratteristico del genio accademico italico. Ma per capire il nostro sistema è utile considerare la sua evoluzione. In particolare l’ ipocrisia dei verbali dei concorsi, dove la motivazione “scientifica” è solo il pretesto per un ordinamento fra i concorrenti che su criteri scientifici non è basato, permane, insieme al sistema del “mercato del lavoro interno”, e vengono da molto lontano.

Sarebbe meglio mutuare le istituzioni di altri sistemi?

Per esempio abolire i concorsi nella forma attuale (cosa che, credo, sia contraria alla Costituzione, anche se certe procedure idoneative rendono lecito di dubitarne) e permettere alla commissione che deve scegliere i docenti di evitare la triste e ipocrita necessità di motivare. Non ne sarei così sicuro: mi pare che sia Montesquieu ad indicare nell’ Esprit des Lois che le conseguenze delle regole dipendono molto dall’ ambiente sociale in cui vengono ad essere inserite. E gli esempi di questo non mancano.