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Ma sono davvero troppi ?

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Caro Alberto, provo a risponderti, sperando che queste repliche non diventino stucchevoli per i lettori.

"TROPPI"

E' vero, non hai usato questo termine, ed infatti io ho scritto "La tesi esposta da Alberto è che gli immigrati siano troppi, o per usare le sue parole...." La mia è stata una esemplificazione del tuo pensiero, tuttavia la tua tesi è che gli elevati flussi di immigrati non siano "nè utili nè benefici all'economia", da ciò io ne deduco che tu ritieni che in Italia ce ne siano troppi e che qui facciano lavori inutili e dannosi per l'economia. Sul punto sarei seriamente curioso di conoscere l'opinione di qualche imprenditore all'ascolto, mi chiedo cosa potrebbe dirci, per esempio, Franco Bocchini circa le politiche di assunzione nel nord-est.

CONCENTRAZIONE AL NORD

Non ho detto che era una tua opinione, è vero, tu riporti un fatto, ma questo fatto è da un lato ininfluente e dall'altro utilizzato per una comparazione non corretta. Come ho detto se limiti l'analisi al centro-nord, non puoi confrontarlo con altri paesi unitariamente considerati, a meno che non dimostri che in quelle nazioni la presenza degli immigrati è uniforme sul territorio, altrimenti sarebbe facile opporre al centro nord Italia  la concentrazione di immigrati a Londra o Parigi.

 E' ovvio e inevitabile che gli immigrati vadano nella parte piu' ricca e civilizzata della Penisola

In realtà non è così ovvio, considerando che tu affermi che gli immigrati vengono qui da noi perchè lo stato è inefficiente, dovrebbero andare lì dove lo stato è più inefficiente, ossia al sud, se vanno al nord è perchè l'economia li vuole lì, perchè lì c'è lavoro (non inutile) per loro. 

CITTADINI COMUNITARI

I comunitari possono entrare liberamente in Italia e se decidono di soggiornare qui da noi per oltre tre mesi, hanno l’obbligo di richiedere l’iscrizione all’anagrafe del comune di dimora.

Il diritto di soggiorno e pertanto l’iscrizione anagrafica sono riconosciuti al cittadino comunitario che sia 
- lavoratore subordinato o autonomo; 
- studente iscritto presso un istituto pubblico o riconosciuto dallo Stato per la frequenza di un corso di studi o di formazione professionale purché in possesso di risorse economiche sufficienti per sé stesso e per i propri familiari e di un'assicurazione sanitaria; 
- cittadino comunitario in possesso di risorse economiche sufficienti per sé stesso e per i propri familiari e di un'assicurazione sanitaria. (la normativa di riferimento è il D. Lgs.  32/2008)

Rispetto agli extra-comunitari, la fondamentale differenza è che i comunitari accedono ai posti di lavoro esattamente come gli italiani, mentre gli extra-comunitari devono avere un posto di lavoro prima di in entrare in Italia e devono rientrare nell'annuale decreto flussi

Di  conseguenza non ci sono strumenti per impedire ad un comunitario di venire da noi a lavorare

CLANDESTINI

I dati che hai riportato sono i dati Eurostat sui residenti, quindi su coloro che soggiornano ufficialmente nelle varie nazioni e sono censiti dalle varie anagrafi. I clandestini, che possono solo essere stimati, non paiono compresi nei dati utilizzati 

"TROPPI"

E' vero, non hai usato questo termine, ed infatti io ho scritto "La tesi esposta da Alberto è che gli immigrati siano troppi, o per usare le sue parole...." La mia è stata una esemplificazione del tuo pensiero, tuttavia la tua tesi è che gli elevati flussi di immigrati non siano "nè utili nè benefici all'economia", da ciò io ne deduco che tu ritieni che in Italia ce ne siano troppi e che qui facciano lavori inutili e dannosi per l'economia. Sul punto sarei seriamente curioso di conoscere l'opinione di qualche imprenditore all'ascolto, mi chiedo cosa potrebbe dirci, per esempio, Franco Bocchini circa le politiche di assunzione nel nord-est.

Mi sono accorto solo ora, Sabino, che mi hai chiamato in causa e - sebbene io non ami troppo quest'argomento, troppo spesso affrontato in termini di princìpi assoluti e sulla base di aspetti identitari - non mi sottrarrò alla discussione, non prima di aver osservato – peraltro - che la doverosa esposizione di dati dai quali estrarre riflessioni non garantisce univocità di giudizio, dal momento che l'interpretazione risente delle sensazioni “de visu” come pure del proprio personale background culturale e di vita e - soprattutto - di una schematizzazione troppo semplificata che non distingue tra le componenti. Non è la stessa cosa, infatti, ragionare di regolari ed irregolari, sebbene sia ovvio che i dati relativi ai secondi non siano pienamente affidabili, né mi pare corretto accomunare provenienze e skills differenti oppure non tener conto dei diversi gradi di organizzazione del lavoro e di legalità presenti nel Paese. Assumiamo, comunque, di star parlando della supposta eccessiva presenza complessiva di extracomunitari “a basso capitale umano” rispetto ad una capacità ricettiva da definirsi (su che basi? in quale situazione specifica? con quale dinamica temporale?) e di problemi e costi che ciò comporta in relazione alle attuali condizioni socio-economiche.

Sia come sia, io non saprei davvero dire se gli stranieri extracomunitari siano troppi, né se il contributo apportato all'economia sia superiore ai costi che derivano dalla presenza di immigrati nella quantità attuale. Ho letto molti numeri, in questi due vostri articoli, e molte affermazioni che da essi discendono: metterle in fila e discuterle mi pare ormai superfluo e pure noioso, dunque mi concentrerò sugli aspetti del lavoro e dell'integrazione nel territorio che meglio conosco, il Nordest.

Non v'è dubbio che il flusso migratorio verso il nostro Paese sia stato - ed ancora rimanga - particolarmente cospicuo negli anni più recenti, ma è pur vero che altri luoghi hanno visto situazioni simili in passato. Indubitabile è anche la maggiore intensità del fenomeno a settentrione ed, in generale, non definirei sorprendente il fatto che tale rapido incremento abbia messo sul tappeto problematiche precedentemente assenti, e conseguentemente generato negli "indigeni" quelle paure che sono legate non solo a fatti concreti, ma pure ai cambiamenti repentini ed alla semplice diversità. Oggi, anche la situazione di difficoltà economica ci mette lo zampino, dal momento che qui nel Nordest si vive, in questo senso, un'esperienza nuova: rispetto al lungo periodo di crescita della "locomotiva" - e dimenticando che, un tempo non così lontano, eravamo terra d'emigrazione - la virtuale "disoccupazione zero" dei nativi non costituisce più quel carburante così efficace per il modello d'integrazione che aveva raggiunto vertici impensabili in altre zone. Ecco, questa è la risposta alla tua domanda, Sabino: i problemi d'inserimento riguarda(va)no gli imprenditori solo nel senso dell'impegno a facilitare i rapporti tra diversi modi di essere – per ovvi motivi di efficacia - e sono da considerarsi normali. Qui, però, non erano generalmente gravi – pur in apparente contrasto con qualche becera intemperanza di carattere soprattutto elettorale, ma dallo scarso peso pratico - perché la pressoché totale piena occupazione rendeva del tutto naturale ed accettata l'assunzione di lavoratori provenienti da fuori. In condizioni differenti, quali quelle che si presentano ora, la percezione di un “eccesso di offerta” da parte di chi si era abituato in quel modo è comprensibile, ma bisogna dire che anche i problemi che ne derivano – segnatamente di ordine pubblico – sono tutt'altro che irreali. La sensazione di pericolosità dipende però anche da quella che giustamente Alberto chiama l'inefficienza dello Stato, dal momento che la scarsa capacità (volontà?) di far rispettare le regole – a tutti, non solo agli stranieri - favorisce sia il superamento dell'asticella da parte di chi abbassa il suo livello del limite, trovandosi in condizioni difficili, sia coloro che già in patria vivevano nell'illegalità, e ritengono – a ragione - meno rischioso qui che altrove tale modo di “sbarcare il lunario”.

Un ultimo appunto, al fine di prevenire l'accusa – non certo tua, Sabino, ma ricorrente in taluni ambienti sindacali e politici estremi – di tentativo imprenditoriale di sfruttare i poveri immigrati che si accontentano di poco ed accettano il “nero”, ed in tal modo di sottoporre al ricatto occupazionale i lavoratori locali. Situazioni simili esistono, in particolare in settori specifici – sebbene il fenomeno sia notoriamente meno diffuso che in altre zone del Paese – ma i numeri non sembrano essere importanti. Curiosamente – ma forse non troppo – i casi che più approdano ai giornali riguardano piccole imprese edili che sempre più spesso sono condotte da est-europei (soprattutto rumeni) e – già da qualche anno, ed in preoccupante ascesa – laboratori di confezioni nei quali immigrati cinesi irregolari vivono in condizioni quasi disumane alle dipendenze di loro connazionali.

Se, poi, si vuol parlare della necessità di rendere concorrenziale un mercato del lavoro ingessato - peraltro in un contesto di riorganizzazione anche del sistema di garanzie e di welfare – e del fatto che sarebbe largamente opportuno spostare il sistema manifatturiero verso settori a più alto contenuto d'innovazione – con benefici effetti, tra l'altro, anche sulla qualità dell'immigrazione e, dunque, sui problemi qui esaminati – non si può che trovare condivisione nel mondo delle imprese, almeno quelle "strutturate". Ma il discorso diventa un altro, per quanto collaterale a quello affrontato nei vostri articoli – Sabino ed Alberto – molto articolato e, peraltro, nemmeno nuovo (fortunatamente) in questo luogo virtuale.