Titolo

L'intelligenza dei meridionali

2 commenti (espandi tutti)

Ma secondo me non c'è nulla di scandaloso che ci possano essere dei differenziali di QI tra diverse popolazioni. Dopotutto, il cervello è fatto di proteine e di cellule, non è un sistema operativo Microsoft... i problemi sono (al di là delle giuste osservazioni epistemologiche di un Lewontin) la qualità e i bias ideologici degli studi che hanno finora proposto questo tipo di osservazioni (se non proprio razzisti, quanto meno intrisi di darwinismo sociale spiccio).

Nel grafico tratto credo da "The Curve Bell" che spesso viene riportato si distingue il QI di quattro "popolazioni": bianchi, ispanici, asiatici orientali, afroamericani. Praticamente, una categoria basata su un criterio somatico opinabile, una su una distinzione linguistica, una su una base geografica piuttosto allargata (non so bene cosa intendano per east asians ma anche escludendo indiani e pakistani parliamo di popolazioni che vanno dalla Manciuria all'Indonesia...) e un'ultima che è effettivamente meglio definita ma che è scarsamente applicabile ai popoli africani nella loro interezza (la stragrande maggioranza degli americani neri discende da una popolazione di schiavi, pertanto soggetti a una non indifferente selezione positiva e negativa, originari dall'Africa occidentali). Mi chiedo come sia possibile eliminare i bias socio-economici quando si studiano le differenze di QI tra classi che più che etniche sono socio-culturali.

Detto questo, tutte le popolazioni umane sulla terra sono state soggette nel corso dei millenni alle stesse pressioni evolutive (più o meno), dunque è difficile che le capacità cognitive delle diverse popolazioni possano essere radicalmente diverse (come invece capita con alcune vie metaboliche, o con la predisposizione ad alcune malattie infettive, immunologiche o cardiovascolari).

Dici bene. L'esistenza di razzisti come questo pseudo ricercatore non deve tradursi nel negare che differenze tra le varie popolazioni possono anche esistere.