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L'intelligenza dei meridionali

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A mio avviso il punto è che una scienza apparentemente rispettabile come la genetica di popolazione può colorarsi molto facilmente, come storicamente è avvenuto, di atteggiamenti disdicevoli, cioè razzisti e sessisti. Secondo me, come per la maggior parte delle persone di buon senso, il quoziente intellettivo non è qualcosa che si eredita come la casa al mare, e non è legato minimamente alla appartenenza ad un dato “gene pool” distribuito all’interno di una popolazione, in genere definita a priori sulla base di criteri che poco hanno a che fare con la biologia.

In aggiunta, si può ricordare un fatto curioso: alcuni studi sui gruppi sanguigni, condotti da Lewontin nel 1972, mostrarono che, come lui stesso scrive in Biologia come Ideologia,  “nonostante l’enorme quantità di variazione tra individuo e individuo, la variazione media tra i principali gruppi umani è davvero piccola. Infatti, circa l’85 per cento di tutta la variazione genetica umana identificata è tra due individui qualsiasi del medesimo gruppo etnico. Un altro 8 per cento di tutta la variazione è tra gruppi etnici all’interno di una stessa razza – ovvero tra spagnoli, irlandesi, italiani e inglesi – mentre la variazione genetica umana è in media del solo 7 per cento tra le principali razze umane come quelle dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa e dell’Oceania.”

Insomma, l’intelligenza ha poco a che fare con i geni che ho in comune con mio cugino o con la mia popolazione di appartenenza accuratamente delimitata come rilevante da studiosi come Lynn.

Si può studiare l’effetto dei geni sullo sviluppo del sistema limbico e dell’ipotalamo ma non si può discernere ciò che è “intelligente” - o ciò che è bene da ciò che è male - studiando i meccanismi dell’encefalo.

Chi cerca l’ “intelligenza” nei geni – si potrebbe dire con una battuta fra il serio e il faceto - non arriverà mai alle conclusioni di Camus, il quale pensava, intelligentemente, che “l’unico problema filosofico serio è il suicidio”.