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L'intelligenza dei meridionali

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Non credo che studiare i legami tra QI e geni sia inutile, anzi credo che l’approccio di tali studi abbia conseguenze importanti per il pensiero politico tradizionale e per molte delle assunzioni che informano il nostro modo di pensare. Vorrei documentare molto brevemente (mi scuso per la pesantezza di alcune citazioni, sperando che le idee di fondo siano stimolanti per il pensiero) e in modo parziale alcune tensioni fondamentali fra un certo pensiero politico di matrice utopistica e gli studi più o meno scientifici sulla natura umana.

Non è detto infatti che lo studio dei legami fra costituzione genetica e comportamento umano siano sempre nefasti e conducano a posizioni deterministe. L’evoluzione può essere raggirata con l’astuzia, ma per questo bisogna conoscerla. Altrimenti, nel decidere come orientare le nostre azioni, anche le più culturali, potrebbe darsi che, ignorandola, sia l’evoluzione a prendersi gioco di noi. Almeno così la pensava T. H. Huxley, autore della  Romanes Lecture ‘Ethics and Evolution’. Non hanno del tutto torto coloro che suggeriscono che quanto maggiore è la nostra conoscenza dell’influenza dei meccanismi biologici e genetici sul comportamento (i.e.  omosessualità, intelligenza, aggressività), tanto maggiori sono le possibilità di controllarli.

Mentre è chiaro che la spiegazione genetica del fenomeno umano di un basso IQ non  conduce per forza alla sua giustificazione e accettazione come inevitabile, non si può affermare senza ulteriori considerazioni che la spiegazione genetica non induca ad assecondare lo status quo.

Mi spiego. È certamente vero che la spiegazione genetica contrasta una lunga linea di pensiero politico che considera gli esseri umani uguali per natura e le ineguaglianze come il risultato dell’effetto corruttore delle condizioni sociali. Questo mi pare degni di nota. I biologi evoluzionisti riscontrano l’esistenza di gerarchie in pressoché tutti i mammiferi sociali, compreso l’uomo. Perciò i essi ci ammoniscono di diffidare delle possibilità di realizzazione di teorie politiche come quelle di Rousseau, Marx o Bakunin,  che auspicano l’emergere di un nuovo tipo di essere umano egualitario dalle macerie della vecchia società. Nell’ Origine della disuguaglianza o Discours sur l’origine de l’inégalité parmi les hommes per chi legge il francese, Jean-Jacques Rousseau descrive con toni drammatici l’introduzione della proprietà privata:

“Il primo uomo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire: “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore!  Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!”.

Anche la teoria materialistica della storia nega l’esistenza di una natura umana permanente e afferma una nozione di natura umana malleabile e modificabile in funzione del modo di produzione, vale a dire in funzione di una combinazione storicamente determinata tra le forze produttive, indispensabili al processo di produzione, e i rapporti di produzione che si instaurano fra gli uomini nel corso della produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di lavoro, nonché la ripartizione di ciò che tramite essi si produce. Nella Prefazione a Zur Kritik der politischen Ökonomie (1859), Marx scrive:

“Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”

Il punto in questione è forse ancora più evidente se si considera la sesta delle sue Thesen über Feuerbach (pubblicate postume da Engels nel 1888 ma scritte nel marzo 1845), Marx scrive: “[…] l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, essa è l’insieme dei rapporti sociali.”

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, o Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844 per chi sa il tedesco, a proposito della “vera risoluzione” rappresentata dalla futura società comunista, Marx scrive: “[…] la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo e tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie. È la soluzione dell’enigma della storia […].”

Secondo Marx, “l’enigma della storia” è evidentemente un prodotto della struttura economica della società, un antagonismo il cui motore è costituito dalla lotta di classe, dalla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, piuttosto che un aspetto intrinseco alla natura biologica dell’uomo. L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e il superamento dei rapporti di proprietà in cui trovano espressione giuridica i rapporti di produzione della società capitalista consentirebbero di superare l’antagonismo “tra l’uomo e l’uomo” e di realizzare la futura società in cui vige il principio, enunciato da Marx nella Critica del programma di Gota, o  Zur Kritik des sozialdemocratischen Programms von Gotha, “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Gli ostacoli all’emancipazione dell’uomo verso la realizzazione di una piena armonia fra gli uomini, di uno sviluppo cooperativo, della libertà nell’uguaglianza, derivano da specifici istituti sociali e non da caratteristiche come l’invidia, l’avidità, l’egoismo, l’ambizione personale, intese dai biologi evoluzionisti come aspetti inevitabili della natura umana. La teoria genetica rifiuta la concezione di malleabilità della natura umana che discende dalla concezione materialistica della storia e, prima di Marx, dalla concezione della mente umana fornita da John Locke nel suo Saggio sull’intelligenza umana, An Essay Concerning Human Understanding, come “tabula rasa, priva di qualsiasi caratteristica propria, senza alcuna idea”, da cui deriva la credenza, empiricamente verificabile, che l’educazione, nella sua accezione più ampia, sia in grado di trasformare gli esseri umani in cittadini esemplari.

In un saggio pubblicato postumo e intitolato Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia, con l’intento entusiastico di fondere il pensiero di Darwin  a quello di Marx, Friedrich Engels travisò il pensiero di Darwin aderendo alla teoria di stampo lamarckiano dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, con tragiche conseguenze per la genetica sovietica. Il saggio di Engels ebbe l’ulteriore e più grave demerito di suggerire l’idea che l’evoluzione si arresti là dove iniziano ad operare le leggi del materialismo storico elaborate da Marx.

Nella Dialettica della natura o Dialektik der Natur (1783-85), Engels scrive: “L’animale arriva al massimo a raccogliere: l’uomo produce, allestisce i mezzi necessari all’esistenza nel senso più vasto della parola, che la natura senza di esso non avrebbe prodotto. Ciò impedisce di trasferire, così senz’altro, leggi che regolano la vita delle società animali alla società umana.” La differenza fra produrre e raccogliere, suggerisce Peter Singer in ‘Per una sinistra darwiniana’, indipendentemente dalla discutibilità della distinzione fra uomo e animale tracciata da Engels, non è probabilmente tale da determinare, in relazione all’uomo, una sospensione delle leggi dell’evoluzione. Nella tradizione di pensiero marxista, molti pensatori hanno tentato di tenere fuori il pensiero di Darwin dall’arena sociale. “Plechanov, eminente marxista russo del XIX secolo, seguendo le indicazioni di Engels affermò: “L’analisi di Marx inizia esattamente dove finisce l’analisi di Darwin”, e questo concetto divenne parte dell’eredità comune di tutti i marxisti. Lenin affermava che “il trasferimento di concetti biologici nell’ambito delle scienze sociali non ha senso”. Ancora negli anni Sessanta, agli scolari dell’Unione Sovietica veniva insegnato il semplice slogan: “Il darwinismo è la scienza dell’evoluzione biologica, il marxismo dell’evoluzione sociale”.” Di qui la sottile tensione fra concezione materialistica della storia e teoria dell’evoluzione, mantenutasi fino ai tempi più recenti.

I sostenitori di un legame forte fra geni e comportamento sociale, rifiutando l’utopia racchiusa nel sogno della perfettibilità umana, prevedono il riapparire delle vecchie ineguaglianze come è accaduto in Unione Sovietica sotto Stalin, nel periodo della rivoluzione culturale in Cina, nella Cambogia di Pol Pot e, con risultati meno meno tragici, nella Cuba di Castro e nei kibbutz israeliani. In altri termini, l’abolizione della vecchia società non assicurerebbe la nascita di una nuova società egualitaria e il superamento dell’individualismo e degli egoismi propri della società civile moderna.

Ciò significa che ogni movimento verso una maggiore eguaglianza comporta un prezzo da pagare: occorre sempre tener presente che nulla è detto circa il fatto che il prezzo meriti di essere pagato.