Titolo

L'intelligenza dei meridionali

6 commenti (espandi tutti)

Il punto in effetti riguarda il fatto che nella economia classica come nella biologia evoluzionista, si parte dalle preferenze individuali e dalla golden rule, che suggerisce di non chiedere agli attori, intesi come individui, di agire contro i propri interessi.

 

Se si parte da questa visione antropologica tipica della economia non si arriva a capire come, sul piano genetico, si siano evoluti comportamenti come l’altruismo. Nonostante l’altruismo sia un fenomeno pressoché ubiquitario nel regno animale, un semplice dato di fatto, che si esprime in forma pura ed estrema nelle caste sterili di alcune specie di insetti, la teoria della selezione individuale sostiene che “è impossibile la selezione di caratteristiche che non siano d’utilità all’individuo. In breve, la selezione individuale sembra escludere l’altruismo.”

 

Assumendo che i geni possano determinare l’altruismo di un individuo, l’altruismo biologico deve essere inteso in termini di interessi riproduttivi per l’individuo che lo manifesta: esso si rivela “alla fine egoistico, in quanto conduce alla diffusione nella popolazione di alleli uguali a quelli posseduti da chi lo pratica.”

Per evitare il rischio del fraintendimento, occorre tenere presente che l’idoneità darwiniana  concerne esclusivamente l’idoneità riproduttiva, non l’idoneità fisica o funzionale del singolo organismo.

 

Charles Darwin fu a suo tempo cosciente delle difficoltà che la teoria della selezione naturale incontra nello spiegare il carattere paradossale del comportamento altruistico manifestato dagli insetti sociali e della sterilità delle formiche operaie:

 

 

“Mi limiterò a una particolare difficoltà che mi sembrò dapprima insormontabile e effettivamente fatale alla mia teoria. Mi riferisco ai neutri o femmine sterili delle comunità di insetti; poiché questi neutri sovente differiscono largamente nell’istinto e nella struttura dai maschi e dalle femmine feconde, e tuttavia, essendo sterili, non possono propagare il loro tipo. L’argomento merita di essere discusso a lungo, ma parlerò qui di un solo caso, quello delle formiche operaie o formiche sterili. Come le operaie sono state rese sterili è difficile dire; ma non molto più difficile che spiegare qualsiasi altra stupefacente modificazione di struttura; poiché si può dimostrare che certi insetti e altri animali articolati diventano occasionalmente sterili allo stato di natura; e se tali insetti fossero stati sociali, e fosse stato vantaggioso, per la comunità, che nascesse annualmente un certo numero di individui atti al lavoro ma incapaci di procreazione, non vedo particolare difficoltà ad ammettere che ciò sia avvenuto attraverso la selezione naturale.”

 

La persistenza di “neutri o femmine sterili delle comunità di insetti” inficiò la teoria lamarckiana dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, ossia la teoria dell’evoluzione organica che asserisce che i cambiamenti ambientali provocano negli organismi cambiamenti strutturali che vengono trasmessi alla prole; la teoria, per l'appunto, “richiede che i caratteri si sviluppino grazie all’uso o al disuso degli organi dei singoli organismi e poi siano trasmessi direttamente alla successiva generazione, cosa che è impossibile fare quando gli organismi sono sterili.”

 

Il tentativo di soluzione elaborato da Darwin per mettere la sua teoria della selezione naturale al riparo dal paradosso fu quello di introdurre il concetto di selezione agente al livello della famiglia: “Questa difficoltà, sebbene appaia insuperabile, si riduce o, come credo, scompare, quando si ricordi che la selezione può applicarsi alla famiglia, così come all’individuo, e può così raggiungere lo scopo desiderato.”

 

E’ stata sottolineata la ‘logica impeccabile’ della soluzione di Darwin: “Se alcuni degli individui della famiglia sono sterili ma importanti  per il benessere dei parenti fecondi, come nel caso delle colonie degli insetti, la selezione al livello della famiglia è inevitabile. Quando l’intera famiglia costituisce l’unità della selezione, è la capacità di generare parenti sterili ma altruisti che diventa soggetta all’evoluzione genetica.”

 

Se dunque ci si chiede: “come può l’altruismo, il quale, per definizione, riduce la fitness personale, riuscire a evolversi per selezione naturale? La risposta è consanguineità: se i geni responsabili dell’altruismo sono condivisi da due organismi in virtù della comune discendenza, e se l’atto altruistico da parte di un organismo accresce il contributo congiunto di questi geni alla successiva generazione, allora la tendenza all’altruismo si propagherà attraverso il pool genico. Ciò avviene anche se l’altruista fornisce meno d’un solitario contributo al pool genico come prezzo per il suo atto altruistico.”

 

Per riassumere, mi chiedevo, un po’ ingenuamente: se l’interesse individuale come assunto della evoluzione biologica non spiega come certi comportamenti come l’altruismo si siano evoluti e per spiegarne l’evoluzione occorre modificare e ‘spostare’ la nozione di interesse genetico dall’individuo al gruppo dei suoi consanguinei, ci si potrebbe chiedere se anche l’idea di interesse economico così come è assunto assiomaticamente nella economia neoclassica non sia insufficiente a spiegare l’evoluzione delle interazioni economiche reali fra individui e il loro mantenimento.

Vorrei aggiungere al post una piccola osservazione.

Il caso Lynn dimostra come considerazioni di natura politico-morale siano mescolate in modo pernicioso con lo studio scientifico delle basi genetiche della intelligenza in Italia.

Tuttavia questo tipo di studi sulla base genetica ed evolutiva del comportamento non sono necessariamente razzisti o polemicamente reazionari.

A questo proposito, è forse utile rilevare che il noto linguista Noam Chomsky, pur non facendosi coinvolgere in controversie simili, a differenza di gran parte dei detrattori dello studio geni-comportamento, ricollega tale studio a radici politiche niente affatto conservatrici.

Non certo sospetto per le sue idee politiche, egli offre un giudizio epistemologicamente positivo sullo studio delle basi biologiche della natura umana dell’uomo e del suo comportamento. In Rollback, part I, in Z Magazine (January-May, 1995), Chomsky scrive che il programma scientifico incentrato sul rapporto tra ereditarietà genetica e comportamento fu fondato “ dall’eminente pensatore anarchico Peter Koprotkin, oltre che scienziato naturalista, in un lavoro seminale che portò al suo classico Il reciproco appoggio: un fattore dell’ evoluzione, pubblicato nel 1902.

I suoi studi criticarono le conclusioni sulla ‘lotta per l’esistenza’ del noto studioso darwiniano T.H. Huxley, il quale non replicò mai pubblicamente, sebbene in privato scrisse che il lavoro di Koprotkin fosse “molto interessante ed importante.”

Le speculazioni darwiniane di Koprotkin sul possibile ruolo della cooperazione nell’evoluzione, con le loro conseguenze per l’organizzazione sociale anarchica, rimangono fra i contributi più durevoli alla sociobiologia odierna. Ma in qualche modo questo lavoro non è entrato “nel canone”, e ci si può appena immaginare il perchè”.

Quindi occorre sempre stare attenti a non incorrere nella fallacia naturalistica, ossia bisogna tenere ben presente la distinzione fra fatti e valori quando si prendono in esame studi scientifici (seri) sulle correlazioni fra geni e tratti comportamentali come l’intelligenza umana.

Se si parte da questa visione antropologica tipica della economia non si arriva a capire come, sul piano genetico, si siano evoluti comportamenti come l’altruismo

Questo e' completamente falso, ma dove hai studiato/letto di economia? E' vero il contrario. E' perfettamente possibile derivare comportamenti altruistici da preferenze individuali e razionalita' e lo si fa ovunque e da sempre. 

ho postulato che le difficoltà di spiegazione dell’altruismo su basi genetiche ed ereditarie partendo dall’individuo e dall’egoismo proprio del gene, possano essere riscontrate anche in economia, dal momento che si parte da una nozione di attore economico razionale e auto-interessato nel determinare le proprie preferenze. Per quanto riguarda la biologia evoluzionista la difficoltà di spiegare l’altruismo è reale e si è fatto ricorso alla cosiddetta selezione di parentela.

 

Le limitazioni altruistiche connesse all’eusocialità (alla presenza di caste non riproduttive), sono state interpretate da W. D. Hamilton alla luce della teoria della selezione di parentela.

 

Il fenomeno dell’altruismo fra gli Imenotteri –  formiche, api e vespe – secondo W. D. Hamilton,  deriva “dal modo aplodiploide di determinazione del sesso usato dagli imenotteri e da qualche altro gruppo di organismi, nei quali le uova fecondate producono femmine e quelle non fecondate producono maschi.

 

Una conseguenza dell’aplodiploidia è che le femmine sono imparentate molto più strettamente con le sorelle che con le figlie.”  In particolare, “le femmine sono diploidi, avendo padre e madre, mentre i maschi sono aploidi perché hanno solo la madre.

 

Se la regina, dopo che è stata fecondata, feconda a sua volta un uovo, avrà una femmina, diversamente avrà un maschio.” Le femmine-sorelle nate da una regina fecondata da un singolo maschio, avranno il settantacinque percento dei loro geni in comune, il  cinquanta per via paterna (aploide) e il venticinque per via materna (diploide).

 

Il coefficiente di parentela “fra sorelle è 3/4 mentre fra madre e figlia resta 1/2 . Ciò accade perché le sorelle condividono tutti i geni che ricevono dal padre (poiché il padre è omozigote) e condividono in media 1/2 dei geni che condividono con la madre.

Ciascuna sorella riceve 1/2 di tutti i suoi geni dal padre e un 1/2 dalla madre, e quindi la frazione media (r) dei geni condivisi grazie alla comune discendenza da due sorelle è pari a:

 

                                                      (1 x 1 / 2) + (1 / 2 x 1 / 2) = 3 / 4

 

Per questa ragione, ceteris paribus, “è molto più probabile che una femmina fornisca i geni alla successiva generazione allevando una sorella che allevando una figlia.

Il risultato probabile nell’evoluzione è l’origine di caste di femmine sterili e di un’organizzazione coloniale stretta centrata su un’unica femmina feconda.” 

 

Ecco come si tenta di spiegare l’altruismo, almeno fra gli insetti. :-)

Jons, non prendertela per favore se faccio il professore. A volte mi viene ...

Di "spiegazioni sensate" per l'emergere di tratti altruisti nel processo di selezione biologica ce ne sono svariate. Quella che citi è quella forse più nota semplicemente perché è stata la prima "quantitativamente seria". Il mio amico Sam Bowles, per esempio, si dedica al tema ed ha anche lui la sua, che non è del tutto peregrina e ha un qualche support nei dati. Insomma, ce ne sono magari non a bizzeffe ma parecchie.

Per quanto riguarda l'economia, poi, è uno dei temi più studiati. Un'intera branca di game theory si dedica a mostrare come cooperazione ed altruismo si possano sostenere, in equilibrio, anche se le preferenze sono selfish. In questo caso la spiegazione non è biologica, ma di pura razionalità strumentale. Un'altra branca di game theory, usata a piene mani dai biologi teorici, invece assume che alcuni siano altruisti geneticamente, altri no e si chiede che dinamiche evolutive e comportamentali questo fatto possa comportare. Insomma, la letteratura è sterminata, letteralmente. L'unica studentessa che ho tempo di seguire quest'anno per la Honors Thesis qui a WUStL lavora su ... dati micro di altruismo!

Ma non è questo il punto. L'identificazione (che anche tu sembri fare e che molti comunque fanno, se ho letto male il tuo testo correggimi) fra "selfish gene" e agente economico è spuria ed inappropriata. Infatti è analiticamente misleading. L'agente economico (super razionale o meno, fa poca differenza) è comunque uno che si comporta strategicamente e fa scelte cercando di indovinarne le conseguenze. Il gene non fa scelte, semplicemente replica e muta, muta e replica, nient'altro.

Matematicamente uno può sempre dire: beh, il gene è solo una versione semplificata dell'agente che fa scelte. Si comporta come un agente che ha sempre e solo due azioni possibili, mutarsi/replicarsi, e che "sceglie" fra le due a caso. Osservazione logicamente corretta ma analiticamente poco fruttuosa, come dovrebbe essere ovvio.

Il senso in cui l'agente economico è "egoista" è completamente diversa da quella in cui il gene è "egoista". Il primo ha preferenze, che possono evolversi nel tempo in modo endegeno, che sono eterogenee, che vengono trasmesse in parte geneticamente ed in parte socio-culturalmente. Il secondo non ha nulla di tutto questo, è semplicemente una sequenza di bit d'informazione che si replicano e che, così facendo, ogni tanto per caso cambiano.

Non me ne volere. Sto solo cercando di evitare che anche qui da noi si diffondano e consolidino visioni, non so come dire, "bignamesco-televisive" della scienza e, nel caso specifico, dei rapporti fra teorie economiche e biologiche.

Grazie per il commento interessante, trovo giusto ciò che dici quando sottolinei, come punto principale al tuo intervento, che il senso in cui un agente economico è “egoista” non va confuso con il senso in cui il gene è “egoista”.

 

Infatti una cosa sembra essere l’egoismo (o altruismo) cosciente, altra cosa è l’ egoismo (o altruismo) genetico teorizzato dai biologi evoluzionisti. La teoria dell’evoluzione non dice che le persone non sono motivate dal desiderio di aiutare il prossimo e l’egoismo come vantaggio riproduttivo è un falso problema se visto in contraddizione con le motivazioni e aspettative coscienti di una persona. Infatti:

 

“Una persona che si offre volontariamente di lavorare con bambini intellettualmente disabili può acquistare in tal modo maggiore attrattiva nei confronti dell’altro sesso e in tal modo aumenta la propria capacità di riprodursi, ma se si offrisse solo al fine di aiutare tali bambini ad avere una vita migliore, senza alcuna intenzione o aspettativa di attirare il sesso opposto, allora quel volontario sta agendo altruisticamente nel senso comune del termine, quali possano essere le conseguenze delle sue azioni. Il senso comune di altruismo ha a che fare con motivazioni e aspettative coscienti.”

 

E’ vero anche ciò che dici a proposito della esistenza di variati meccanismi  che spiegano, in modo più o meno soddisfacente, l’emergenza di tratti altruisti nel processo di selezione biologica. Ce ne sono parecchi oltre alla selezione di parentela che ho citato.

 

Un ulteriore meccanismo alternativo alla selezione di parentela e capace di spiegare l’evoluzione del comportamento altruistico senza presupporre alcuna parentela genetica è l’altruismo reciproco, proposto nell’articolo del 1971 The evolution of reciprocal altruism da Robert Trivers, uno fra i più importanti teorici della sociobiologia e appassionato  promotore della teoria di William Hamilton.

 

L’altruismo reciproco, essendo fondato sulla reciprocità e il riconoscimento individuale, riveste particolare importanza per l’Homo sapiens, una specie sociale, alquanto aberrante, altamente integrata ed intelligente. Robert Trivers ha sostenuto che non vi è “nessuna prova diretta sul grado di reciproco altruismo praticato durante l’evoluzione umana, né sulla sua base genetica; ma considerando che tale pratica si verifica ogni giorno universalmente, è ragionevole presumere che abbia rappresentato un fattore importante nella recente evoluzione umana e che le risposte emozionali al comportamento altruistico abbiano importanti componenti genetiche.”

 

Per comprendere il meccanismo biologico-evolutivo dell’altruismo reciproco, si immagini che due individui estranei –  Trivers porta l’esempio di due uomini, ma l’altruismo reciproco si estende anche a membri di specie diverse – si trovino in una situazione nella quale il primo corre un forte  rischio di morire per annegamento senza il soccorso del secondo.

 

Si supponga “che l’uomo in procinto di affogare abbia una probabilità pari a 1/2 di affogare se qualcuno non accorre in suo aiuto e che il soccorritore abbia invece una probabilità di 1/20 di morire. Si immagini inoltre che quando il soccorritore affoga anche la vittima affoghi, ma che quando il soccorritore sopravvive la vittima sia sempre salvata…se l’uomo che rischia di affogare contraccambia in un tempo futuro e i rischi di affogare rimangono invariati, l’aver svolto il ruolo di soccorritore avrà beneficiato entrambe gli individui. Ciascun uomo avrà scambiato una probabilità di 1/2 di morire con una probabilità di circa 1/10.”

 

Lewontin ha ironicamente osservato, con una notazione non priva di sarcasmo, come attraverso “questo percorso indiretto tu aumenterai le tue probabilità di sopravvivenza e di riproduzione nel lungo periodo. Il problema con questa storia è che, naturalmente, l’ultima persona da cui vorresti che dipendesse la tua salvezza se stessi annegando è proprio quello che avevi salvato in passato, dal momento che è improbabile che si tratti di un buon nuotatore.” :-)

 

 In altri termini, il meccanismo dell’altruismo reciproco ha maggiori probabilità di funzionare se l’atto altruistico comporta a un tempo un piccolo rischio da parte di chi lo compie e un grande vantaggio a chi ne fruisce.

 

Per il sostenitore della selezione individuale, dunque, resta il problema delle ragioni che spingerebbero un individuo a rischiare la vita per salvare quella di un altro:

 

 “Ammesso che esista un meccanismo capace di sostenere l’altruismo reciproco, resta da risolvere il problema teorico di come inizia l’evoluzione del comportamento.”

 

Uno dei maggiori ostacoli all’evoluzione dell’altruismo è la presenza di imbroglioni – cheaters –  all’interno di una data popolazione, ovvero di quegli individui che accettano l’altruismo degli altri ma si rifiutano di contraccambiare, diminuendo così, nel lungo periodo, l’idoneità personale degli altruisti. Perciò, al di sopra di “una frequenza critica definita dalla dimensione della popolazione e dalla dimensione e dall’efficacia della rete di cooperazione, il gene altruista aumenta molto rapidamente tendendo verso la fissazione. Al di sotto della frequenza critica il gene recede lentamente verso l’equilibrio mutazionale.”

 

Naturalmente, la difficoltà dovuta all’emergenza dell’imbroglio all’interno del gruppo “può selezionare l’abilità d’identificare gli imbroglioni e di non offrire ad essi atti altruistici o di emarginarli, il che potrebbe a sua volta selezionare una maggiore furbizia tra gli imbroglioni, e così via.”

 

In generale, la “frequenza genica critica è semplicemente quella frequenza in corrispondenza della quale fare quel gioco è rimunerativo grazie a una probabilità abbastanza alta di mettersi in contatto con un altro cooperatore.”

 

La fondamentale differenza fra l’altruismo reciproco e la selezione di parentela “consiste nel fatto che nel primo caso l’individuo si aspetta una qualche ricompensa in contraccambio, mentre nel secondo no: in quest’ultimo caso il contraccambio sta nel successo riproduttivo dei propri geni.”

 

Un efficace esempio di altruismo reciproco riscontrabile nel mondo animale è rappresentato, secondo Trivers, dal rapporto di simbiosi in specie diverse di pesci fra le quali non sussiste alcuna parentela genetica. La simbiosi di pulizia che si instaura fra ‘spazzini’ e ‘protettori’, nonostante i primi costituiscano un potenziale boccone per i secondi, è indubbiamente un tipo di relazione intima, controllata geneticamente, che comporta reciproci vantaggi selettivi: gli ‘spazzini’ ottengono un buon pasto mentre i ‘protettori’ si sbarazzano di parassiti nocivi che provocano piaghe e malattie.

 

Hai ragione a sottolineare che in molti casi le spiegazioni proposte hanno poco di biologico perché hanno a che vedere con la razionalità strumentale pura.

 

Cheers!