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L'Assoluto e il Relativo

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Re(3): Animal House

Jons 17/3/2010 - 01:24

Non mi permetterei di insinuare che la filosofia morale di Singer non possieda neppure la dignità dell'errore.

Il punto è che Singer è il filosofo famoso non solo fra i vegetariani fondamentalisti, ma anche fra coloro che nutrono il proprio 'animalismo' di illusioni antropomorfiche.

Non so se si facciano chiamare animalisti coloro che accordano un trattamento semi-antropomorfico al migliore amico dell'uomo (che per i sacerdoti non è la donna).

Comunque si facciano chiamare, non li capisco se non nella misura in cui sia un uomo che un cavallo sono esposti, potenzialmente, al dolore e alla sofferenza fisica in modo analogo.

Quando pensiamo a noi stessi non ci rappresentiamo mai come 'trousered apes', cioè non raffiguriamo noi stessi come esseri che stanno qualche tacca più in alto di una scimmia.

Credo che questo valga indipendentemente dal fatto che le scimmie e i coyote non sono capaci di discutere della guerra all'Iraq o delle responsabilità politiche di Pierluigi Bersani, ma il fatto di saper disquisire di tali argomenti certamente contribuisce in buona misura a formare la nostra rappresentazione di noi stessi.

Spesso guardiamo ai teologi come a persone che vogliono intervenire nella conduzione della vita morale delle persone, ad esempio le donne incinte, con il rischio di produrre sofferenze inutili e di inferiorizzarle negando loro un pieno controllo sulla propria vita.

Ci piace pensare che l'etica sia qualcosa che non possa essere tracciata all'interno di un dominio indipendente ed autonomo dalle scienze della natura, come fanno invece i teologi cristiani.

La maggior parte degli italiani ricordano di avere attraversato una fase della propria vita, in genere infanzia e adolescenza, in un clima religioso che con l'andar del tempo si trasforma in un ricordo scolorito di un rito di transizione fatto di accettazione emotiva transeunte.

Riceviamo il battesimo, la prima comunione, la cresima e poi ci si allontana un pochino dalla Chiesa perchè affascinati dalle scienze veramente predittive come la matematica, la fisica, l'economia e la ginecologia.

Così convertiti al libero pensiero iniziamo a denunciare l'attività fraudolenta della Chiesa e a cantare le lodi dell'evoluzionismo che fa piazza pulita di performances teatrali e delle spiegazioni povere del Nuovo Testamento: ciò in cui credevamo era in realtà una presa per il culo.

Giunti a questa realizzazione, ci appassioniamo e dedichiamo allo studio della scimmia, delle api, sostituendo il regno animale al regno di Dio.

Però c'è sempre una cosa che non ci dimentichiamo, anche quando affidiamo la nostra costante passione al Teorema di Goedel o ai meccanismi riproduttivi degli imenotteri: l'abilità di saper parlare.

Ogni volta che l'uomo si dedica a qualcosa, egli si comporta sempre come il teologo evangelico che vuole ammaliare e sedurre chi legge o ascolta.

Ecco quindi che abbiamo filosofi animalisti che assumono toni evangelici nel predicare il darwinismo e schiere di seguaci che riempiono i palazzetti dello sport dove si celebrano fiere e concorsi per cani.

 

 

 

 

Re(4): Animal Farm

Jons 17/3/2010 - 14:59

Si può essere animalisti quanto si vuole ma quando si rigetta l’etica cristiana come fa Singer, non lo si fa perché ci si appassiona al Darwinismo ma perché si hanno idee diverse teorie morali. Singer infatti è un utilitarista, e questa è la ragione vera del suo attacco alla visione Biblica del bene e del male. E’ molto pericoloso, specie per gli economisti, oltre ad avere poco senso, derivare i principi della Ragion Pratica da questioni di fatto relative all’evoluzione della specie umana.

 

 Come Singer stesso ricorda, le relazioni e implicazioni tra etica ed evoluzione furono ben presenti allo stesso Darwin, il quale, in opposizione ai fraintendimenti della sua teoria, cercò di fugare l’idea che la sua opera si prestasse a giustificare la prerogativa naturale dei più forti o ‘adatti’ sui più deboli.

 

A due mesi dalla pubblicazione di On the Origin of Species (1859), Darwin scrisse a Charles Lyell:

 

“Un giornale di Manchester ha ridicolizzato la mia teoria, affermando che io avrei dimostrato che la ragione è del più forte e pertanto che Napoleone è nel giusto, e che ogni commerciante che raggira i clienti è nel giusto.”

 

Fu soprattutto l’opera di Herbert Spencer, le cui idee furono contrastate dalla retorica e dalla logica dell’eminente biologo T. H. Huxley, ad ispirare vari tipi di etica evoluzionistica destinate a fornire  le basi intellettuali del rifiuto dell’interferenza dello Stato sulle forze di mercato propugnato dai sostenitori del liberismo economico.

 

Spencer, che dal 1848 al 1853 appartenne alla Redazione dell’Economist, concepita l’evoluzione come progresso dall’ “omogeneità” all’ “eterogeneità”, ritenne che “per ottenere un campione ancor più raffinato di homo britannicus, si dovesse dar libero corso alla lotta per l’esistenza, adottando i principi economici e il sistema sociale del lasseiz-faire, e lasciando spietatamente perire il più debole.”

 

Fra il XIX e XX secolo, le implicazioni etiche del concetto di evoluzione si diffusero tra i capitalisti americani, come argomenti di difesa del liberismo capitalista e rifiuto dell’interferenza statale in economia.

 

L’industriale statunitense d’origine scozzese Andrew Carnegie (si, esatto, quello del Carnegie Mellon), il quale estese il trust verticale, per la prima volta nella storia, all’intero settore siderurgico americano tramite l’integrazione dell’insieme enorme delle sue imprese industriali nella Carnegie Steel Company, ammetteva che la competizione “può essere talvolta dura per l’individuo”, ma la giustificava in base all’argomento che “è la cosa migliore per la razza, perché assicura la sopravvivenza del più adatto in ogni campo”.

 

 Giustificazioni “darwiniane” per il suo giugulatorio  e aggressivo avventurismo economico furono addotte anche da John D. Rockefeller jr, il quale scriveva:

 

“Lo sviluppo di una grande impresa è semplicemente un caso di sopravvivenza del più adatto […]. La rosa American Beauty può essere ottenuta in tutto il suo splendore e in tutta la sua fragranza, che tanto allietano chi la possiede, solo sacrificando i primi boccioli che le crescono intorno. Questa non è affatto una tendenza negativa dell’economia. È soltanto l’operare di una legge di natura, una legge di Dio.”  

 

All’interno della Corte Suprema degli Stati Uniti, cioè in Amerika, i capitalisti si appellarono al Quattordicesimo Emendamento al fine di dichiarare l’illegittimità del tentativo di regolamentazione dell’industria da parte del governo.

Essi invocarono le idee di Spencer così di frequente che il giudice Holmes sotolineò in uno dei suoi verdetti che “il Quattordicesimo Emendamento non è inteso come un’applicazione della Statica Sociale del signor Herbert Spencer.”

 

 La teoria della lotta per l’esistenza di Darwin, trasfigurata nell’immagine suggestiva e pre-darwiniana di una natura dai denti e gli artigli rossi di sangue - “Nature red in tooth and claws” – della frase di Tennyson, è stata associata, nonostante l’insistenza di anarchici evoluzionisti come Kropotkin sull’importanza della cooperazione, a teorie dal sapore conservatore volte a giustificare la concorrenza di mercato come naturale o inevitabile. 

A proposito di Singer e diritti animali mi permetto di suggerire un documentario tedesco dal titolo 'Unser Taglich Brot", ovvero "il nostro pane quotidiano".

E' recente: risale al 2005 ed è a colori.

E' un film di immagini accompagnate dal sottofondo dei macchinari che lavorano incessantemente nel settore dell'industria alimentare.

Ci sono delle scene molto forti, molti retroscena e 'dietro le quinte'.

E' un documentario perfetto per carnivori in ascolto.

Quote of the day

Jons 18/3/2010 - 15:09

Nel tentativo di approfondire le relazioni tra etica ed evoluzione e nella speranza di contribuire a colmare l’ormai storico divario tra le due culture, ad approfondire la conoscenza della natura umana, nel senso più ampio del termine, uno dei maggiori studiosi delle relazioni fra evoluzione e comportamento umano, E. O. Wilson, in qualità di scienziato, scrive:

 

“Per anni i maggiori esponenti delle scienze naturali nel mondo dell’alta cultura occidentale sono stati i fisici, gli astronomi, i genetisti e gli studiosi di biologia molecolare, studiosi facondi e convincenti la cui comprensione dell’evoluzione del cervello e del comportamento sociale fu, disgraziatamente, minima.

La loro percezione dei valori e della condizione umana fu quasi del tutto intuitiva, e quindi appena migliore di quella di un profano intelligente.”    

 

Si potrebbe dire, parafrasando J. H. Newman quando lesse dei versi in francese che negavano l’immortalità dell’anima: “How dreadful, but how plausibile!”