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Letture per il fine settimana 20-3-2010

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Da una relazione di Paolo Savona ad un convegno del 2006 dedicato a Sylos Labini possiamo trarre le seguenti informazioni (che avevo segnalato su questo blog in altra discussione) sulla lettera del 1988:

In una lettera aperta pubblicata sul quotidiano La Repubblica nel settembre 1988 Paolo Sylos Labini, Giorgio Fuà, Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Orlando D’Alauro, Siro Lombardini e Sergio Ricossa, “economisti di varia provenienza e tendenza” – come essi stessi tengono a precisare – “sentono il dovere di prendere pubblicamente posizione contro un pericolo che insidia gli studi di economia politica”, ossia “che l’uso di strumenti raffinati di analisi venga scambiato, a prescindere dai contenuti, per una prova di maturità e competenza professionale o, peggio ancora, per il segno di riconoscimento del moderno studioso di economia politica. E’ da ritenersi che già oggi, in Italia, tale equivoco si dia con una certa frequenza e tenda a diffondersi.” Essi non escludono che si debba ”continuare a formare studiosi che abbiano come obbiettivo principale il raffinamento delle tecniche di analisi. La cosa importante, però, è che la professione dello specialista di metodi analitici per gli economisti non venga identificata con la professione di economista politico.”

I firmatari della lettera sottolineano che i progressi della conoscenza economica non sono collegati alle tecniche, ma allo sviluppo del pensiero in generale e ricordano che “i maestri che illustrarono in passato questo ramo di studi si dedicarono ai grandi problemi della società in cui vivevano e dettero ai loro insegnamenti un contenuto e una forma tali da offrire lumi per la coscienza civile e l’azione politica. …. Ma oggi una frazione crescente di coloro che si presentano come economisti tende a trascurare l’oggetto sociale della disciplina per concentrare tutto il proprio interesse nello studio degli strumenti analitici sempre più raffinati” e pertanto “ritengono importante che si formino nuove generazioni di studiosi di economia politica nel vero senso del termine, cioè di studiosi il cui obiettivo principale sia la comprensione dei problemi della società nella loro concretezza e completezza, nella loro prospettiva storica, nel loro quadro istituzionale [il corsivo è degli stessi autori, n.d.r.].

In conclusione essi “invocano un impegno comune per riportare gli studi economici sulla via indicata. Auspicano che coloro che, in virtù della loro posizione accademica, hanno il compito di iniziare i più giovani, vogliano esercitare ogni cura per trasmettere loro una visione dell’economia politica come disciplina che ha contenuti e responsabilità sociali [questo corsivo è invece mio, n.d.r.].

Il richiamo proviene da studiosi ben dotati di conoscenze matematiche ed econometriche. Anche Sylos, pur dichiarandosi ripetutamente un “non tecnico dell’economia”, ha curato, forse sotto la spinta della “critica” di Modigliani, un modello esplicativo dell’economia italiana con tre anni di anticipo rispetto a quello della Banca d’Italia, seguito da Fuà che curò un suo “modellaccio”, come lui stesso ebbe a definire. Ma essi non ritenevano di dover produrre dimostrazioni matematiche “non dovute”, come disse Keynes, al quale con mancavano certo le doti di matematico e logico, a quelli che gli domandavano di esporre anche in modo formale le sue idee. Io mi esprimo in modo ancora più radicale: una dimostrazione matematica ha bisogno di una buona idea, mentre una buona idea non ha bisogno di dimostrazione matematica. Facendo uso di un severo giudizio del prof. De Maria, molte ricerche che fanno largo uso di formule e stime empiriche periscono nelle “pagine plumbee” di Econometrica.

Quello di concentrarsi su dimostrazioni matematiche sempre più raffinate e complesse è un morbo che va affliggendo gli studi di economia politica e, ancor più, di politica economica in Italia e la formazione degli economisti nelle Università. Neanche l’attuale mia università, la Luiss, ne è immune, nonostante l’impostazione data da me data con Guido Carli all’atto della sua riforma fatta alla fine anni settanta. Con il prof. Caracciolo di Forino tentammo di introdurre l’insegnamento di logica formale e matematica come propedeutico a quelli di matematica, statistica ed econometria per rendere coscienti gli studenti dei limiti e delle debolezze di questi linguaggi, soprattutto se facevano uso dei paradigmi probabilistici. I corsi universitari sono sempre più scivolati verso l’insegnamento della matematica applicata all’economia, finendo con il divenire subalterni della cultura tecnica americana tradendo la cultura classica italiana dei Serra, dei Galiani, dei Beccarla e, saltando a piè pari fino ai giorni nostri, dello stesso Sylos Labini. Siamo ormai una delle tante colonie culturali, dopo essere stati – insieme agli inglesi, ai francesi e agli scandinavi – se non ”i colonizzatori” almeno coloro che hanno inseminato gli studi di economia in tutto il mondo.

RR