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Il contratto unico: "xe pezo el tacon del sbrego"

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Occorre una riflessione più approfondita sulle cause del precariato che vada oltre gli aspetti legal-contrattuali per riflettere sulle fondamenta "tecnologiche" del rapporto di lavoro. Perché i datori di lavoro non hanno incentivo a mantenere i lavoratori occupati per periodi prolungati?

Questa mi sembra una premessa doverosa che purtroppo manca sistematicamente nel dibattito politico-sindacale sulla questione.

l'imprenditore non licenzia se il costo dell'investimento che ha compiuto nel capitale umano (addestramento, etc...) del proprio lavoratore supera il vantaggio (meno gli ulteriori costi di addestramento) del rimpiazzarlo con un altro lavoratore. Questo significa che in industrie/imprese che necessitano di apprendistato specifico del lavoratore sarà costoso licenziare, mentre in altre in cui il lavoro è standardizzato si dovrebbe osservare un turnover più frequente.

E questa è parte della risposta.

Anch'io ho sempre pensato che "buoni" contratti di lavoro (che durino nel tempo, che paghino salari adeguati, ecc.) non dovrebbero essere costruiti a partire da vincoli contrattuali più o meno articolati, ma dalla costruzione delle condizioni per le quali all'imprenditore non convenga liberarsi più o meno frequentemente dei suoi lavoratori, e ai lavoratori non cercare troppo spesso alternative.

Come fare? Un paio di punti.

Da un lato c'è certamente il problema del capitale umano, in particolare di quello specifico. Quindi innanzitutto penserei ad un sistema serio di formazione professionale. La quale formazione professionale però dipende anche dalle tecnologie della impresa e dunque da quello che l'impresa produce. Le imprese italiane usano poca tecnologia e poco capitale umano, in parte per la specializzazione produttiva in prodotti che non ne necessitano in modo particolare. Che forse, se proprio di politica economica e/o varie forme di interventismo si vuole parlare, si debba pensare prima di tutto a una politica industriale?

Dall'altro credo ci sia un problema anche di favorire un buon "match" tra lavoratori e imprese all'inizio della carriera. In questo senso andrebbe potenziato il legame tra scuola/università e imprese. A me viene spontaneamente da considerare la Germania come un termine di paragone. E' un paese che, in quanto a "rigidità", potere dei sindacati ecc, non credo sia molto diverso dall'Italia. In Germania esiste il sistema dell'apprendistato in cui gli studenti, in particolare delle scuole professionali (nota a margine: per tanta sinistra l'idea della scuola professionale è stata spesso considerata una bestemmia, un modo di preparare "carne" per la macchina capitalista..)., passano parecchio tempo nell'impresa, dove entrano con salari bassi (il che conviene all'impresa), ma con una ragionevole probabilità di ricevere ulteriore training negli anni successivi (a salari crescenti). Morale, in Germania la disoccupazione giovanile è decisamente più bassa che in Italia (anche se il gap si sta riducendo, come mostrato qui.)

 

 

 

Sollevi molti punti condivisibili e certamente molto si puo' fare dal lato della formazione/educazione dei lavoratori. Io pensavo in termini molto piu' macro, al fatto che oramai in Italia non si investa piu' in settori ad alto valore aggiunto, quindi non restano che settori dove la formazione e' meno importante. Si tratta di pura speculazione, non ho sufficiente conoscenza dei processi produttivi per esserne certo.