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Il contratto unico: "xe pezo el tacon del sbrego"

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Certo che hanno operato meccanismi di mercato. Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo. In che senso e' una cosa negativa?

E' vero che ci sono percezioni comuni di garanzie e diritti, come evidenziato sopra. Molte sono malriposte, come la 13esima o il TFR, come ho cercato di spiegare sopra. Per questo non c'e' altra soluzione che educare. 

Andrea, magari puoi soddisfare una curiosità da ignorante: assumendo (ragionevolmente, credo) che la riduzione del tasso di disoccupazione sia dipesa dall'introduzione delle "nuove" forme contrattuali, c'é qualche evidenza rispetto all'effetto che queste hanno avuto sull'occupazione riferibile a forme contrattuali preesistenti? é rimasta costante? é variata? (in senso assoluto naturalmente)

Ottima domanda, non conosco la risposta e non so se vi siano studi a riguardo, ma ovviamente mi aspetterei una certa sostituibilità fra forme contrattuali. All'introduzione di una forma contrattuale conveniente dal punto di vista fiscale alcuni posti nella forma meno conveniente vengono trasformati in convenienti. Quindi certo che le nuove possibilità hanno intaccato il numero di posti a tempo indeterminato (cioe' alcuni lavoratori a tempo indeterminato che vanno in pensione vengono sostituiti con giovani precari). Va detto che questa sostituibilità non sarà mai perfetta, perché per la maggior parte delle forme lavorative esistono delle convenienze di tipo "tecnologico" ad istituire rapporti di lungo periodo. Mi piace comprare le banane due alla volta, ma l'insegnante per mia figlia lo voglio stabile per almeno un anno, salvo disastri. 

Inoltre, mi aspetto che la creazione di nuovi posti che prima era impossibile realizzare con le vecchie forme contrattuali inneschi delle efficienze nel sistema produttivo che aumentino la produzione aggregata, e con essa la domanda di lavoro a tempo indeterminato che almeno in parte compenserà la sostituibilità di cui sopra. 

Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo.

Perchè bisogna assumere che l'introduzione di forme contrattuali precarie ha fatto ridurre il tasso di disoccupazione? Chi fa oggi i lavori precari? Laureati e diplomati alle prime esperienze lavorative (e magari anche alle seconde, terze, quarte ecc.). Vogliamo sostenere che in passato (prima delle riforme del MdL) non accettavano lavori precari perché aspettavano il posto fisso e quindi ingrossavano le file dei disoccupati? Suvvia! Ora accettano semplicemente perché non c'è alternativa. Dunque mi chiedo che senso ha parlare di "scelta" quando è quasi obbligata. Certo la "scelta" rimane tra lavorare precario o non lavorare per nulla o lavorare in nero... bella scelta!

Insomma mi pare che dei contratti "atipici" si siano avvalsi con profitto più i datori di lavoro che i lavoratori. O sbaglio?

Hai ragione, la causalità della riduzione del tasso di disoccupazione è solo assunta, ma è ragionevole pensarla. 

Quanto ai giovani precari, un alternativa ce l'hanno: o il lavoro precario, o niente lavoro. Alcuni preferiscono il primo, altri il secondo. Quel che sostengo è che senza queste forme contrattuali non ci sarebbe nemmeno questa scelta. Dei contratti atipici si avvalgono certamente i datori di lavoro, come dici tu, e certamente i lavoratori che non avrebbero avuto la possibilità di lavorare senza i contratti atipici. Se non fosse loro vantaggioso accettare questi contratti, starebbero a casa. 

Hai ragione, la causalità della riduzione del tasso di disoccupazione è solo assunta, ma è ragionevole pensarla.

Potrebbero però combinarsi due meccanismi: i vecchi che vanno in pensione sono sostituiti con precari e una quota di persone che era interessata al lavoro, finché fosse stato non precario, smette di cercarlo facendo diminuire la quota di disoccupati. In questo modo la causalità si annullerebbe. O no? Ma non ci sono studi del genere "controfattuale" per valutare l'effetto "spiazzamento" delle riforme del MdL sui contratti a tempo indeterminato?

Tutto ragionevole quello che dici. Studi non so se ce ne sono, in Italia è un po' difficile trovare dati adeguati (l'ISTAT te li fa pagare, poi c'è il problema della privacy...), inoltre ogni studio serio fatto con dati Italiani è sicuramente meno pubblicabile di uno studio fatto con dati equivalenti USA (perché meno interessante), quindi se c'è un contributo metodologico nel tuo studio, o c'è un motivo preciso per usare dati italiani (non ci sono negli usa), o usi dati USA. 

Tornando alla questione, comunque, occorre precisare un fatto che mi era un po' sfuggito e che mi hai fatto tornare alla mente. Il tasso di disoccupazione è un indicatore ciclico, che dipende da varie cose, fra cui appunto, il ciclo economico. Più rilevante sarebbe andare a vedere il tasso di occupazione, che misura la quantità di gente occupata in rapporto alla popolazione. Le mie e in parte anche le tue considerazioni si riferiscono a quest'ultimo. Il tasso di disoccupazione (che misura la percentuale di persone in cerca di lavoro in rapporto al totale della forza lavoro) è sicuramente influenzato dal contesto istituzionale, ma in modi diversi da quelli che abbiamo descritto. Per esempio è possibile che contratti di precariato permettano la creazione/distruzione più frequente di posti di lavoro, con effetti ambigui sul tasso di disoccupazione. 

ogni studio serio fatto con dati Italiani è sicuramente meno pubblicabile di uno studio fatto con dati equivalenti USA

maledizione quanto è vera questa affermazione, anche al di fuori del campo economico.

cmq ho recuperato dalla memoria e successivamente da internet il ricordo di una relazione ascoltata che, sulla base di dati micro-longitudinali italiani, giungeva a conclusioni ottimistiche sugli effetti delle riforme del MdL. In pratica gli effetti positivi, in Italia, sarebbero meno disoccupazione, meno lavoro nero, meno inattività.

E' un contributo credo un po' tecnico per molti lettori, cmq è scaricabile qui

Certo che hanno operato meccanismi di mercato. Il tasso di disoccupazione negli anni 90 era sopra il 10%. Poi hanno introdotto nuove forme contrattuali ed e' sceso al 7-8%. Insomma una buona fetta della popolazione era disposta a lavorare con contratti annuali e non gli era permesso di farlo. In che senso e' una cosa negativa?

E' negativa su due diversi fronti:

1. come ho accennato anche più sotto parlando dei contributi pensionistici, è negativo che si pongano regole fondamentalmente diverse per diverse "categorie" di lavoratori che fanno lavori analoghi. Mi spiego. Per me non esistono lavoratori "subordinati", "parasubordinati", e "autonomi", ma solo lavoratori "impegati" ed "autonomi". In cosa i projects sarebbero _fondamentalmente_ diversi dalle operations dal punto di vista della gestione delle risorse umane? E poi, si consideri che l'apertura a questa nuova tipologia ha consentito il classico spiffero che si è tramutato in una ventata: tutto è diventato parasubordinato, anche il call-center che più subordinato di così non si può... E se poi arriva la polizia a rimettere le cose a posto ti dicono anche di non protestare. 

2. Si evita di fare quelle riforme necessarie del "sistema principale" che sono e sarebbero in ogni caso necessarie, lasciando quindi la cancrena incancrenirsi e salvandosi appena appena il baugigi con lo sfruttamento di una frazione piccola della forza-lavoro che puoi schiavizzare senza troppi problemi. Ovvio che per chi sta al caldo, va tutto bene e continua ad andare bene, potendosi anzi affermare che la disoccupazione è diminuita al 7-8%.

RR

 

Mah rispondo un'ultima volta e poi chiudo. Che il mercato del lavoro vada riformato non c'è dubbio, anche nel trattamento fiscale. Mai messo in dubbio questo, anzi, l'ho sottolineato chiaramente nel post. Nessuno si accontenta della disoccupazione all'8% (che è comunque alta). Ma bisognerebbe leggere da questi dati che 15 anni fa c'era un'enorme domanda da parte degli imprenditori di rapporti di lavoro più flessibili, o precari che dir si voglia. E un'enorme offerta da parte di lavoratori che li hanno accettati. Se poi vogliamo discutere del fatto che a questi precari piacerebbe avere la quattordicesima, 2 mesi di ferie, una villa pagata, e altre cose di simile ovvietà facciamolo pure ma non qui perché facciamo perdere tempo a chi vuole leggere un dibattito sensato. 

Se poi vogliamo discutere del fatto che a questi precari piacerebbe avere la quattordicesima, 2 mesi di ferie, una villa pagata, e altre cose di simile ovvietà facciamolo pure ma non qui perché facciamo perdere tempo a chi vuole leggere un dibattito sensato. 

Chiudo anch'io, solo per ricordare che ho chiesto le medesime regole per "subordinati" e "parasubordinati". Che per me sono, come idea e concetto, delle "regole di requisiti minimi generali", cioè tipo "4 settimane di ferie pagate" come dice la Costituzione, o la tredicesima, se questo è il regime della _distribuzione_ dei pagamenti (o la medesima aliquota contributiva obbligatoria pensionistica), ecc. Non precludo ad accordi aziendali o personali più favorevoli al lavoratore, se concordate (quattordicesime, 3 mesi di ferie, ville, macchine, escort [solo se il datore di lavoro è privato]), e però mi riservo di considerare dei limiti "superiori" su forme specifiche delle remunerazioni, in caso vi sia un giudizio assodato sulla perversione di tali incentivi su interessi pubblici importanti.

RR