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Il contratto unico: "xe pezo el tacon del sbrego"

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Viviamo in mondi diversi.

Gliberto, forse tu ti riferisci a dipendenti a tempo indeterminato o comunque lavoratori con contratti nazionali protetti dai sindacati. I cocopro e quelli a tempo determinato non hanno nessun titolo per rivolgersi a nessun sindacato e se la pigliano in saccoccia esattamente come descrive Steve. Tutti i miei amici che stanno in Italia vivono questa trafila: contratto di 11 mesi, 1 mese gratis, poi riassunti. Alcuni (come mio cognato) addiritura vengono licenziati puntualmente in concomitanza delle vacanze di natale e le vacanze estive cosi' la ditta non deve pagar le ferie. Tutto questo a Torino. Dal punto di vista dei diritti del lavoratori la legge Biagi e' stata un fallimento totale. Quelli a tempo indeterminato, d'altro canto...

Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Il concetto di "ferie pagate" non esiste. Si viene pagati per quel che si produce, non è che i soldi delle ferie spuntano dal cielo. Ti faccio un altro esempio: come probabilmente sai, io non ho diritto a ferie e non prendo tredicesima e quant'altro. Peggio ancora, vengo pagato solo 9 mesi. Poveraccio, diranno in Italia cosa farà i tre mesi in cui non è pagato....

No Andrea. Devi guardare la situazione nell'insieme se vuoi trarre conclusioni di questo tipo.

La situazione italiana e' tale per cui in ditta ci sono 100 dipendenti: 50 sono a tempo indeterminato e hanno il culo protetto , lavorano meno di chiunque altro, si fanno la mutua al mare e la maternita di due anni. Non hanno spade di damocle in testa e si passano la giornata alla macchinetta del caffe'. Gli altri 50 sono a tempo determinato: sanno che c'e' la fila dietro di loro per lavorare e che possono essere mandati a casa da un giorno all'altro. Sono, a tutti gli effetti, quelli che per questo motivo lavorano di piu' ma non godono dei diritti dei propri colleghi. Insomma incarnano la definizione di sfruttato. Hanno tutto il diritto del mondo a sentirsi tali e ad essere incazzati. Una riforma del lavoro che crea una situazione del genere (come la Biagi ha fatto) e' un fallimento.

Bada bene: io non dico che il lavoro precario sia un male. Dico solo che fare una legge del genere senza avere i coglioni di intoccare i diritti mal meritati di chi ti lavora accanto e' da irresponsabili.

 

Capisco benissimo la situazione nell'insieme, e le evidenti ingiustizie fra chi presta lo stesso servizio.

Proprio perche' occorre guardare la situazione nell'insieme, pero', mi chiedo quanti di quei 50 posti a tempo determinato esisterebbero se non ci fosse stata la Biagi. Magari 25? Se cosi' fosse, allora ci sono 25 persone con un lavoro (certamente malpagato rispetto ai colleghi stabili) che altrimenti starebbero a casa. Insomma, i benefici esistono, si e' scelto di ripartire i costi in un certo modo, proteggendo i privilegi. 

Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

 

Ci sarà pure un motivo per cui il lavoro precario, nonostante la maggiore flessibilità che offre al datore, è caratterizzato da un compenso inferiore.

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

 

Andrea:

A priori, io sarei per garantire libertà di definizione delle clausole contrattuali a lavoratori e imprenditori, senza imporre vincoli legislativi se non quelli minimi che il buon senso suggerisce.

Giorgio:

Gilberto, un contratto di lavoro e' un contratto. Punto.

Diciamo che Giorgio ha descritto, se non la situazione "reale", quella auspicata da Andrea.  :)

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? Qualcosa in più del divieto di lavorare under-12, o dell'obbligo della forma scritta, spero...

Lo chiedo perchè sono ragionevolmente sicuro che il mio buon senso sia, almeno in questo caso specifico, molto meno liberale del tuo... :)

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

E' uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro. 

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

E' certamente uno dei fattori. Suggerivo anche il fatto che non conviene investire nel capitale umano di un precario se non posso rinnovargli il contratto, quindi il precario finisce per fare lavori che non necessitano di grosse specializzazioni. 

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? 

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo. 

 

uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro.

Non intendevo certo dire questo. Era solo per chiarire che certe situazioni hanno riflessi che vanno ben oltre il semplice "sentirsi precario".

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo.

Giusto per la cronaca: nei contratti a progetto attuali è previsto che, salvo clausola esplicita, il lavoratore NON possa rescinderli. Ma credo che tu intendessi riferirti ai contratti a t.i., quindi te la do buona...  :)

Veniamo ai vincoli. Le prime due cose che mi vengono in mente:

1) Licenziamenti cosiddetti "discriminatori" (esempi di prima mano: persone licenziate o "fatte dimettere" perchè si sono sposate, o perchè hanno rifiutato le avances del capo). Tolgo di mezzo di mio l'ipotesi "reintegro" (che, spesso, non avrebbe neppure molto senso). Ma il diritto ad essere risarcito in qualche modo per il "mancato guadagno" (che non è la stessa cosa del "danno" subito per l'avance in se)?

2) Disciplineresti la responsabilità ed i diritti del committente verso i "lavoratori in affitto" (credo il termine giuridico sia "lavoratori somministrati")? Io trovo corretto che il lavoratore goda della doppia tutela garantita attualmente, come trovo giusto che ci siano dei vincoli alla possibilità di svolgere la professione di "somministratore", se non altro per evitare che si trasformi in quella di "caporale". che ne pensi?

Grazie mille della disponibilità.

D'accordo su entrambi... sul caso uno, non ho mai capito l'impazienza di tornare a lavorare per uno che ti molesta o ha discriminato.. preferirei piuttosto un grosso indennizzo.

Tutti i miei amici che stanno in Italia vivono questa trafila: contratto di 11 mesi, 1 mese gratis, poi riassunti.

In una causa di lavoro, un caso del genere non viene praticamente discusso, ma si ottiene immediatamente ragione, tanto e' lampante che e' un rapporto di lavoro a tempo indeterminato mascherato da COCOPRO (o qualche altro rapporto di lavoro temporaneo).

Neanche c'e' bisogno del sostegno dei sindacati per vincere una causa del genere, tanto e' lampante l'abuso commesso.

Gliberto, forse tu ti riferisci a dipendenti a tempo indeterminato o comunque lavoratori con contratti nazionali protetti dai sindacati. I cocopro e quelli a tempo determinato non hanno nessun titolo per rivolgersi a nessun sindacato e se la pigliano in saccoccia esattamente come descrive Steve.

La legge formale italiana prescrive che se il giudice del lavoro appura in sede di processo che esiste di fatto un rapporto di lavoro dipendente (cio' significa in pratica che esiste un datore di lavoro che paga e dice al lavoratore cosa fare e in quali orari), allora si applica lo statuto dei lavoratori, inclusa la giusta causa se il numero di dipendenti supera 15. Non conta nulla che non esista contratto e che tutto si svolga in nero, semmai sono aggravanti e reati sanzionabili separatamente.

I giudici del lavoro italiani sono conosciuti per essere schierati praticamente sempre dalla parte del lavoratore. Tuttavia come emerge da alcune testimonianze e' evidente che la legge in Italia e' applicata con criteri molto differenziati in territori diversi e l'inefficienza della magistratura del lavoro puo' corrispondere ad una negazione di fatto dei diritti formalmente garantiti.

Occhio che i contratti "parasubordinati" c'erano ben prima della legge Biagi, vengono dalla Treu che istituì i cococo, che di certo ha ceduto in parte dei diritti dei lavoratori in cambio di un collocamento più facile.

La Biagi ha introdotto una serie di contratti poco utilizzati, ed ha trasformato i cococo (rinnovabili a piacere) in cocopro (un rinnovo e poi vanno assunti, come dice Gilberto).Si può discutere sull' effetto pratico della norma (l' idea era di favorire assunzioni a tempo indeterminato, temo che l' effetto sia un maggior turnover dei cocopro rispetto ai cococo) ma le tutele formali le ha sicuramente aumentate.Con l' eccezione del settore pubblico, dove restano i cococo.

Occhio che i contratti "parasubordinati" c'erano ben prima della legge Biagi, vengono dalla Treu che istituì i cococo, che di certo ha ceduto in parte dei diritti dei lavoratori in cambio di un collocamento più facile.

La Biagi ha introdotto una serie di contratti poco utilizzati, ed ha trasformato i cococo (rinnovabili a piacere) in cocopro (un rinnovo e poi vanno assunti, come dice Gilberto).Si può discutere sull' effetto pratico della norma (l' idea era di favorire assunzioni a tempo indeterminato, temo che l' effetto sia un maggior turnover dei cocopro rispetto ai cococo) ma le tutele formali le ha sicuramente aumentate.Con l' eccezione del settore pubblico, dove restano i cococo.

Riassunto esatto Marcello, i CoCoCo col 10% di contributi rispetto al 30% dei dipendenti sono stati introdotti proprio da Treu, l'unica salvaguardia tuttavia credo molto mal scritta e ancora peggio applicata dal sistema italiano era che dovevano essere riservati a posizioni qualificate e ben pagate, tipo ricercatore universitario (non ridete ...) e non dovevano essere ammissibili per contratti meno qualificati come gli operatori di call center.  Ovviamente invece i CoCoCo sono stati usati per contratti assolutamente non qualificati come i cal center a tutto spiano, questo e' il tipico andazzo italiano.

La legge Biagi praticamente ovunque ha cercato di organizzare meglio la materia del lavoro atipico, costantemente a favore dei lavoratori, introducendo piu' salvaguardie, norme piu' chiare e ragionevoli, credo anche maggiori contributi. L'ignobile propaganda della sinistra e della CGIL (cui si sonop uniti anche i terroristi assassini di quell'area politica) ha cercato di far credere che la legge Biagi avesse introdotto il lavoro a termine, e i loro elettori se la sono bevuta in massa.  L'unica obiezione ragionevole alla legge Biagi e' che - probabilmente, ma non conoscco bene i dettagli - M.Biagi aveva elaborato le sue norme leggermente piu' favorevolmente ai lavoratori in alcuni dettagli rispetto al testo finale approvato. Ma si tratta di dettagli.

In realta' la vera colpa della legge Biagi per la sinistra italiana consiste nel fatto che introduceva in maniera stabile, meno ambigua e piu' o meno definitiva nell'ordinamento italiano del lavoro i contratti atipici diversi dal tradizionele rapporto di lavoro dipendente di stampo corporativo- feudale (che e' uno dei primari contributi della sinistra alla societa' italiana).

La legge Treu era una norma molto italiana, permetteva qualcosa ma di soppiatto, in maniera ambigua e poco chiara.  Nelle idee della sinistra doveva essere probabilmente una specie di norma-trabocchetto: un imprenditore assumeva CoCoCo nei Call Center, tradendo lo spirito della legge (che voleva solo contratti di lavoro qualificati), a questo punto gli abominevoli apparati dello Stato italiano lo lasciavano fare per anni e anni creando malcoltento (per la discriminazione tra CoCoCo e dipendenti, tanto per cominciare) ma anche occupazione, poi dovevano intervenire gli angeli liberatori della CGIL e della sinistra, coadiuvati dal giudice del lavoro, veniva appurato che il rapporto di lavoro era in realta' di lavoro dipendente, e l'imprenditore per meta' incauto e per meta' furbastro veniva obbligato ad assumere tutti col contratto di lavoro dipendente.  Per magnanimita' poi si sarebbe arrivati ad una transazione almeno per i contributi pregressi, almeno se l'imprenditore era almeno in minima parte amico di chi era al momento al potere.

Quanto scritto sopra e' piu' o meno quello che e' avvenuto, vedi ad esempio il caso dell' assunzione degli operatori inbound dei Call Center. Questo fatto riportato dal Corriere fra l'altro e' posteriore alla legge Biagi, che in modo migliore e' meno ambguo di quella di Treu ha normato per quali lavori e' possibile derogare dal contratto di lavoro dipendente.  Questo caso di assunzione come lavoratori dipendenti, in forza della legge Biagi, durante l'ultimo governo di centro-sinistra mostra una volta di piu' l'assoluta malafede di quella parte politica nei confronti delle legge Biagi stessa.