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Il contratto unico: "xe pezo el tacon del sbrego"

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Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Il concetto di "ferie pagate" non esiste. Si viene pagati per quel che si produce, non è che i soldi delle ferie spuntano dal cielo. Ti faccio un altro esempio: come probabilmente sai, io non ho diritto a ferie e non prendo tredicesima e quant'altro. Peggio ancora, vengo pagato solo 9 mesi. Poveraccio, diranno in Italia cosa farà i tre mesi in cui non è pagato....

No Andrea. Devi guardare la situazione nell'insieme se vuoi trarre conclusioni di questo tipo.

La situazione italiana e' tale per cui in ditta ci sono 100 dipendenti: 50 sono a tempo indeterminato e hanno il culo protetto , lavorano meno di chiunque altro, si fanno la mutua al mare e la maternita di due anni. Non hanno spade di damocle in testa e si passano la giornata alla macchinetta del caffe'. Gli altri 50 sono a tempo determinato: sanno che c'e' la fila dietro di loro per lavorare e che possono essere mandati a casa da un giorno all'altro. Sono, a tutti gli effetti, quelli che per questo motivo lavorano di piu' ma non godono dei diritti dei propri colleghi. Insomma incarnano la definizione di sfruttato. Hanno tutto il diritto del mondo a sentirsi tali e ad essere incazzati. Una riforma del lavoro che crea una situazione del genere (come la Biagi ha fatto) e' un fallimento.

Bada bene: io non dico che il lavoro precario sia un male. Dico solo che fare una legge del genere senza avere i coglioni di intoccare i diritti mal meritati di chi ti lavora accanto e' da irresponsabili.

 

Capisco benissimo la situazione nell'insieme, e le evidenti ingiustizie fra chi presta lo stesso servizio.

Proprio perche' occorre guardare la situazione nell'insieme, pero', mi chiedo quanti di quei 50 posti a tempo determinato esisterebbero se non ci fosse stata la Biagi. Magari 25? Se cosi' fosse, allora ci sono 25 persone con un lavoro (certamente malpagato rispetto ai colleghi stabili) che altrimenti starebbero a casa. Insomma, i benefici esistono, si e' scelto di ripartire i costi in un certo modo, proteggendo i privilegi. 

Giorgio, ti rendi conto però che stai descrivendo esattamente un rapporto di lavoro di lungo periodo a tempo indeterminato, caratterizzato da una prestazione di lavoro continuativa, ferie d'estate e vacanze di natale. L'unica differenza col contratto tradizionale è l'incertezza sulla risoluzione del rapporto, che però sarà minima se l'azienda apprezza e ha bisogno dei servizi di tuo cugino, e sarebbe ancora meno costosa se ci fosse un sistema assicurativo equo.

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

 

Ci sarà pure un motivo per cui il lavoro precario, nonostante la maggiore flessibilità che offre al datore, è caratterizzato da un compenso inferiore.

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

 

Andrea:

A priori, io sarei per garantire libertà di definizione delle clausole contrattuali a lavoratori e imprenditori, senza imporre vincoli legislativi se non quelli minimi che il buon senso suggerisce.

Giorgio:

Gilberto, un contratto di lavoro e' un contratto. Punto.

Diciamo che Giorgio ha descritto, se non la situazione "reale", quella auspicata da Andrea.  :)

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? Qualcosa in più del divieto di lavorare under-12, o dell'obbligo della forma scritta, spero...

Lo chiedo perchè sono ragionevolmente sicuro che il mio buon senso sia, almeno in questo caso specifico, molto meno liberale del tuo... :)

Però, dal punto di vista pratico, non è la stessa cosa di avere un "vero" contratto a t.i.: tanto per citare il primo esempio che mi viene in mente, suppongo che, a parità di altre condizioni, le banche ti ritengano un soggetto più "rischioso"...

E' uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro. 

Banalmente un diverso rapporto di forze (reale o percepito) tra le controparti? O è una risposta troppo semplicistica?

E' certamente uno dei fattori. Suggerivo anche il fatto che non conviene investire nel capitale umano di un precario se non posso rinnovargli il contratto, quindi il precario finisce per fare lavori che non necessitano di grosse specializzazioni. 

A proposito, una ultima domanda per Andrea: che genere di vincoli suggerisce il tuo buon senso? 

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo. 

 

uno dei costi del precariato che sarebbe fortemente ridotto se vi fosse un'assicurazione sulla disoccupazione che garantisse i consumi (e i pagamenti dei mutui). In ogni caso, la garanzia per le banche non e' il lavoro a tempo indeterminato (che puo' sparire sempre, mai sentito parlare di fallimenti), ma l'ipoteca sulla casa. Con un adeguato collateral, non ci dovrebbero essere problemi. Se il sistema finanziario italiano fa cosi' schifo da non capire questo va riformato il sistema finanziario, non il mercato del lavoro.

Non intendevo certo dire questo. Era solo per chiarire che certe situazioni hanno riflessi che vanno ben oltre il semplice "sentirsi precario".

Non molti. Mi viene in mente il divieto di schiavitu, e cioe' la possibilita' per il lavoratore di rescindere il contratto. Vincoli sul lavoro minorile, per evitare che genitori dementi non facciano studiare i figli. Altro non mi viene, proponi tu che io ti dico se sono d'accordo.

Giusto per la cronaca: nei contratti a progetto attuali è previsto che, salvo clausola esplicita, il lavoratore NON possa rescinderli. Ma credo che tu intendessi riferirti ai contratti a t.i., quindi te la do buona...  :)

Veniamo ai vincoli. Le prime due cose che mi vengono in mente:

1) Licenziamenti cosiddetti "discriminatori" (esempi di prima mano: persone licenziate o "fatte dimettere" perchè si sono sposate, o perchè hanno rifiutato le avances del capo). Tolgo di mezzo di mio l'ipotesi "reintegro" (che, spesso, non avrebbe neppure molto senso). Ma il diritto ad essere risarcito in qualche modo per il "mancato guadagno" (che non è la stessa cosa del "danno" subito per l'avance in se)?

2) Disciplineresti la responsabilità ed i diritti del committente verso i "lavoratori in affitto" (credo il termine giuridico sia "lavoratori somministrati")? Io trovo corretto che il lavoratore goda della doppia tutela garantita attualmente, come trovo giusto che ci siano dei vincoli alla possibilità di svolgere la professione di "somministratore", se non altro per evitare che si trasformi in quella di "caporale". che ne pensi?

Grazie mille della disponibilità.

D'accordo su entrambi... sul caso uno, non ho mai capito l'impazienza di tornare a lavorare per uno che ti molesta o ha discriminato.. preferirei piuttosto un grosso indennizzo.