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Crisi finanziaria, versione 750 miliardi di euro

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Scrive Marincola:

... esiste un criterio di "spazio-tempo" per stabilire quanto devono essere grandi le unità amministrative?

... esempio: un'amministrazione comunale/locale è un'entità all'interno della quale in cui il 90% degli abitanti è in grado di spostarsi da un punto a un altro presi a caso in massimo mezza giornata; oppure uno stato è tale se il 20% degli abitanti può fare la stessa cosa in una giornata.  Insomma, entità amministrative più piccole devono permettere a una fetta maggiore spostamenti brevi, mentre entità più grandi possono permettere tempi più lunghi a meno persone (entro certi limiti).

E' un tema complesso e anzitutto materia da urbanisti, economisti dello spazio e geografi urbani. Il costo degli spostamenti, valutato in termini di tempo, è uno dei fattori determinanti nell'assetto di città e territori: cioé della distribuzione delle attività economiche nello spazio in relazione alla loro accessibilità. Con conseguenze enormi sulla dimensione delle unità amministrative e sulla loro effettiva possibilità di amministrare. Problematica alla base, anche,  dell'attività urbanistica: ne discendono anche i "costi di urbanizzazione" di un'area, non solo fissi ma soprattutto di gestione: raccolta della spazzatura, installazione e manutenzione dell'illuminazione pubblica, manutenzione stradale, fognaria, idrica, polizia urbana ecc.

Non esiste una dimensione ottimale valida sempre, anche perché esiste uno stato di cose preesistente che vincola i passi e le strategie successivi. Molto all'ingrosso, possiamo intendere un'amministrazione territoriale come soggetta a 2 spinte contrastanti:

1. diffusiva: convenienza ad emanare "potere" governativo sul territorio e sul numero di amministrati più ampi possibile;

2. agglomerante: pone un limite derivante dalla necessità di dotare le singole unità familiari dei servizi comunitari e della possibilità di produrli entro limiti economicamente accettabili (minimi standard dimensionali, densità ecc.).

Quindi la dimensione di un'amministrazione, in senso di organizzazione fisica del territorio e delle attività economiche insediate, è sempre soggetta a problemi di ottimizzazione. E farlo capire ai nostri ammministratori non è proprio semplice.

Gli studi di Walter Christaller e la sua "Teoria delle località centrali", dei primi del '900, hanno aperto un'enorme strada. Christaller si dedicò molto a territori della Germania meridionale il cui assetto complessivo era ancora quello della Germania pre-rivoluzione industriale, scoprendo che il territorio si era andato organizzando nel tempo, un lungo arco di tempo, su una precisa gerarchia e una precisa distribuzione territoriale di centri urbani, con scale e aree di influenza precise. Naturalmente si trattava di una situazione formatasi in secoli durante i quali possiamo dire, un po' rozzamente ma molto realisticamente,  che le attività urbane erano tributarie di quelle agricole. La rete -grosso modo una maglia esagonale a sua volta suddivisa in esagoni più piccoli contenuti nei primi, e così via: cosa che Christaller dimostrò punualmente, dati  e carte alla mano- era determinata dal tempo di spostamento (accessibilità) necessario per raggiungere i centri di ordine immediatamente prossimo nella scala gerarchica (il più basso: nucleo o villaggio, contenente i mercati di smercio del prodotto agricolo), con i mezzi di trasporto allora disponibili. Dunque, un tempo medio di accesso di 30' ai centri di ordine inferiore dalle campagne del loro hinterland spiegava adeguatamente quella distribuzione e le dimensioni stesse dei centri. Il tutto era relazionato alla fertilità dei suoli e alla produttività delle lavorazioni.

Con la rivoluzione industriale, sembrano (quasi tutti gli studiosi concordano su questo, per quanto ne so) completamente capovolti i rapporti di dipendenza, nel senso che sono sempre più le campagne a dipendere dall'organizzazione urbana, dotata di una spinta propria che non dipende più dal fatto di offrire mercati agricoli o luoghi di culto, di svago ecc. scanditi sui tempi della vita agricola e in loro funzione, ma su ritmi di crescita propri e autonomi. Del resto, basta pensare al capovolgimento delle percentuali di occupati agricoli sul totale della popolazione occupata prima e dopo la rivoluzione industriale per comprenderlo.

L'urbanesimo e l'esplosione delle città avvenuta con la rivoluzione industriale è un fenomeno in larga misura tuttora sconosciuto: per esempio, mentre nell'universo studiato dal Christaller esistono precisi "range" dimensionali dei centri urbani in relazione alla loro area di influenza amministrativa (regione, provincia, distretto, hinterland a scala di piccola città, di villaggio ecc.) con dimensioni reali rilevate dell'ordine di grandezza in tabella:

Numero città località centrale singole città singole città hinterlander relativi hinterland
    popolazione distanza-km popolazione tot. kmq
1 capitale regionale 300.000 186 2.000.000 32.000
2 città provinciale 90.000 108 675.000 10.000
6 capitale di zona 27.000 62 225.000 3.600
18 centro di villaggio 9.000 36 75.000 1.200
54 centro di villagio 3.500 21 24.000 400
162 villaggio 1.500 12 8.000 135
487 nucleo 800 7 2.700 45

come soglie critiche oltre le quali non si riusciva, generalmente, ad andare, oggi non sappiamo nemmeno se esiste un limite superiore dimensionale alla crescita urbana. Oltre il quale, per esempio, una città "esplode", cioé si disgrega in sotto-unità altrimenti non amministrabili:

- Roma nel 1870 faceva 212.000 abitanti, più o meno stabile da secoli; nel periodo 1871-2001 (in soli 130 anni) la sua popolazione residente è più che decuplicata (dato 2001: 2.547.000 residenti) ; il costruito, invece, in termini di territorio impegnato è aumentato di circa 50 (CINQUANTA): da 479 ettari di territorio urbanizzato nel 1871 a 25.000 nel 2001 (fonti: ISTAT; ricerca CNR "I Futuri di Roma" ).  Ovvio che vanno, poi,  messi in conto i pendolari e i domiciliati non residenti, che porterebbero la popolazione diurna insediata a Roma sui 3 - 4 milioni di persone o più.

- Londra ha saggiamente decentrato il proprio territorio in 32, se ben ricordo, distretti autonomi e funziona policentricamente. Esiste, cioé, la GLA (Authority per la Grande Londra) che organizza le linee generali, ma poi ogni municipio ha larga autonomia. Un progetto di servizi urbani, per es., viene presentato direttamente al distretto e approvato da questo, senza coinvolgere ogni volta il Municipio centrale e la GLA. Fanno eccezione i casi in cui i progetti alterino lo sky-line della città, o prevedano un raggio di influenza che coinvolge più distretti. In questo modo Londra tende a decentrare e diffondere i servizi in modo che ogni distretto possa accedervi con spostamenti  per lo più pedonali o con poche fermate di mezzi pubblici. Al momento sembra funzionare abbastanza: vedremo col tempo. Analogo discorso si può fare per New York, per es. Non per Roma, dove le Circoscrizioni sono complessivamente un disastro e sono dettate essenzialmente da questioni di sottopotere politico.

Pur con grosse varianti da autore ad autore, sembra largamente assodato almeno questo: se un cittadino ha un reddito R.t totale e destina al proprio costo insediativo una quota R, con questa spesa potrà comperare più suolo (alloggio più grande) al prezzo di un maggior tempo di trasporto o minor costo di trasporto  al prezzo di minor superficie abitativa. Questo nell'ipotesi che esista un "centro" urbano (in senso fisico, geometrico e da non confondere col centro storico, anche se per lo più lo ingloba) che offre la massima parte di servizi, luoghi di lavoro ecc. e che si desidera raggiungere nel minor tempo possibile da casa. Per un dato livello di reddito, portando in ascissa i costi di trasporto espressi in termini di tempo (t) e in ordinata il prezzo unitario (€/mq) dell'alloggio, si ha una linea che dice, grosso modo,  dove potrà insediarsi una famiglia che ha destinato R all'acquisto della casa. Credo che equivalga, grosso modo, a quello che gli economisti chiamano "vincolo di bilancio". Ovvio che a reddito più alto corrisponderà una linea traslata più in alto.  Anche le imprese decideranno di costruire in zone più lontane dal centro, offrendo più "suolo" (o più spazio abitativo) in cambio di maggior costo di attrito, o viceversa. Ovvio che tutto ciò dipende anche dagli assetti in essere.

Se si decide di fare una metropolitana da "A" a "B", due punti opposti all'estrema periferia, piuttosto che da "C" a "D" posti alla stessa distanza (sempre in termini di tempo) dal centro, la città tenderà ad espandersi ulteriormente intorno ad A e B, piuttosto che a C e D perché si abbasserà il costo (tempo) degli spostamenti. Se si concede un'espansione residenziale a densità media k, a parità di area,  la generazione aggiuntiva di traffico sulle strade e/o metropolitane sarà f(k); se si concede, sempre a parità di area,  una densità doppia, avremo bisogno di altre sezioni stradali, altri servizi di metrò ecc.: altra cosa difficile da far capire a chi amministra. Si veda la situazione sulla   Nomentana a Roma, per es., totalmente intasata da decenni: un'amministrazione degna di questo nome cerca sempre di anticipare e prevedere questi andamenti e i propri conti. Poi, ovvio, ci sono piani sbagliati che regolarmente falliscono. E ci sono piani disattesi per incapacità politica, consenso e appalto del giorno dopo ecc. senza un minimo di approccio sistemico o di valutazione sistemica delle conseguenze.

2 esempi e chiudo:

1. Regione Lazio: si parla di una metropolitana di superficie Frascati-Roma che dovrebbe portare in 20' al centro della capitale. Le conseguenze potrebbero, tra le altre, essere: 1. aumento della centralità romana rispetto alle sue periferie, con tutto ciò che ne consegue a livello municipale; 2. aumento delle dinamiche edilizie di Frascati, che si accollerebero parte di quelle delle periferie romane. Questa interazione tra 2 comuni diversi, conseguente a un intervento regionale, sposta prevedibilmente i confini "amministrabili" delle 2 città e fa in modo che scelte della municipalità di ciascuna si riflettano sull'amministrazione dell'altra. Come tenerne conto?

2. negli anni '60 viene pubblicato un ponderoso studio (2 volumoni) di Jean Gottmann intitolato "Megalopoli. Funzioni e relazioni di una pluri-cttà" : quella che ci sembrava "campagna" in un'area vastissima della costa Est degli USA fino alle pendici degli Appalachi è, in realtà, un'unica grande città di -all'epoca- 35 milioni di abitanti (cito a memoria, quindi posso sbagliare) che include Boston, Washington, Baltimora, Filadelfia, New York, le campagne (anche se non ci sembrano  "urbanizzate"). Le relazioni funzionali, i rapporti di pendolarismo e i redditi delle famiglie di campagna, che  hanno quasi tutte almeno una persona che vive di attività urbane giornaliere e cmq non saltuarie, anche in dipendenza di 2 o più città diverse, obbligano a parlare di un'unica macrocittà che fa "sistema". Ci si può rallegrare o meno, si può confutare la tesi di Gottmann, ma dati alla mano come lui ha fatto sistematicamente. E' chiaro che azioni su un punto qualsiasi  di quel vasto territorio possono avere conseguenze sull'intero assieme. E' auspicabile un organo di governo dell'intero insieme? E, se lo è, come andrebbe strutturato e articolato nelle sue componenti "locali"?

Non è facile ... :)

 

Jean Gottmann scrisse anche un altro libro sulle megalopoli: "La città invincibile" in cui delineava altre conurbazioni, oltre a quelle dell'area Boston New York, in Italia identificò l'asse Torino - Milano e Roma-Napoli come due megalopoli embrionali.

Muscara scrisse anche un saggio sulla megalopoli Roma Napoli, che si intitola "Megalopoli mediterranea".

Grazie per avermi fatto rivivere l'esame di Pianificazione Territoriale a 27 anni di distanza.

Scrive Marco Esposito:

 

Jean Gottmann scrisse anche un altro libro sulle megalopoli: "La città invincibile" in cui delineava altre conurbazioni (snip)

Muscara scrisse anche un saggio sulla megalopoli Roma Napoli, che si intitola "Megalopoli mediterranea"

 

Architettura? Cmq, certo: gli studi abbondavano, ai miei tempi. Quelli sulle aree metropolitane italiane,  per fare solo un esempio,  fatti in ambito Svimez da Alessandro Busca + Enrico Fattinnanzi, e Busca + Cafiero. Le aree metropolitane individuate in Italia erano davvero tante: inclusa la conurbazione napoletana, che includeva già 114 comuni, o quella genovese, vanto dei nostri politici incoscienti, che mai minimamente predisposero strategie adeguate. Il casino conseguente lo conosciamo tutti.

Paradossi della situazione attuale, conseguenza di inerzie pregresse: si interviene a L'Aquila senza rendersi conto che il corridoio 1, se non sbaglio, dell'alta velocità europea Berlino-Reggio Calabria (ho seri dubbi che diventi Berlino-Messina perché  sono tra quanti pensano che il Ponte sullo Stretto "nun se po' fa' '" e quindi è una fandonia faraonica) porterà, presumibilmente, flussi turistici notevoli. L'Aquila è l'unico punto di snodo tra Roma e l'Adriatico; idem per la mia regione (Lucania) e lo Ionio. Senza parlare delle conseguenze che tutto questo avrà sulle città interessate. Qualcuno si pone il problema dei loro assetti futuri? Abbiamo ormai la TAV Roma-Napoli: 1h 10'. Stupendo! Ma se a Termini devo aspettare mezz'ora un taxi e metterci un'altra ora, se tutto va bene,  per arrivare a destinazione ...

 

PS: rivivere Pianificazione Territoriale? Be', giusto a livello di reminiscenze d'esame si può: sognavo di essere utile al mio paese facendo l'urbanista, quando ero a Valle Giulia: cmq, è' stato bello sognare :)))

 

Architettura?

No, Scienze Politiche indirizzo economico. Gli architetti venivano da noi a fare gli esami ed erano bocciati con percentuali bulgare, anche perchè all'epoca non si davano (ad Archiettura) nozioni complementari di sociologia ed economia.

Comunque credo che quell'esame se lo siano fatti in pochi, e fra i nostri politici nessuno, nemmeno per errore.

oh bella: ai miei tempi (certo antecedenti ai tuoi) c'era Pianificazione Territoriale, ad Architettura. La insegnava l'ottimo Federico Malusardi, ma per propedeuticità occorreva aver dato obbligatoriamente Urbanistica I e II. E ad I (solo analisi urbana) si faceva un po' di economia: quanta poteva bastare, credo.