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L'economia politica de "gli economisti"

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Austriaci...

lf 23/6/2010 - 11:43

Innanzitutto ringrazio Stefanoc per i complimenti.

Purtroppo non sono un economista e non posso contribuire in alcun modo - almeno allo stato attuale delle mie conoscenze - alla ricerca scientifica in campo economico. Quindi, se il futuro della Scuola austriaca dipende da me, Mises fa bene a rivoltarsi nella tomba. :-)

Concordo con Longhi che gli austriaci hanno molto da dire. Però da quasi-insider so perché un tale esito è improbabile. Prima di continuare dico che probabilmente non c'è spiegazione migliore della crisi di quella austriaca: non ho trovato nulla di interessante per spiegare gli ultimi 3 anni nei modelli macro standard così come si studiano nei libri di testo, e ho solo una qualche simpatia teorica per i modelli di credit channel - più che compensata dalla consapevolezza che gli economisti di questa scuola (come Bernanke) sono i primi responsabili del disastro.

1. La teoria austriaca è ferma agli anni '30. Il motivo è semplice: negli anni '30 c'erano degli economisti che la studiavano (Mises/Hayek/Machlup/Strigl/Phillips), successivamente sono arrivati eserciti di true believers senza preparazione che si sono spacciati per economisti. L'unico posto al mondo dove la teoria austriaca si fa a livello professionale è la George Mason, e nessuno lì si occupa di macroeconomia.

2. Le teorie austriache vanno molto di moda sul web. Questa è una disgrazia: la qualità media del materiale umano è prossima allo zero. Come il keynesismo, esistono miriadi di pseudo-economisti che dicono minchiate su Mises (come su Keynes) che non si troveranno mai sui testi di Mises e Keynes. E' gente incapace di capire ragionamenti economici relativamente semplici. Io non sono un fan della matematica - non ho capito ancora a cosa serve - ma la introdurrei nelle teorie austriache solo per limitare l'adverse selection degli amatori (come me: purtroppo sono ingegnere e non verrei filtrato via facilmente).

3. Da Rothbard in poi, la Scuola austriaca è stat dominata da persone incapaci di distinguere la propaganda politica dalla teoria economica. E' come se il new-keynesismo si fosse sviluppato dalle colonne sul NYT di Krugman: una cosa ovviamente impossibile.

4. Mises non era matto, ma i suoi seguaci a volte sì. Mises non ha mai detto le minchiate che spesso gli si ascrivono: è uno dei rarissimi casi nella storia delle idee di pensatore che viene difeso per ciò che non avrebbe mai detto (normalmente si viene attaccati per ciò che non si è detto). L'idea di una teoria onniesplicativa a priori non si trova in Mises, ad esempio, ed è anche incompatibile con i suoi assunti metodologici: è successiva, e indifendibile. Però quando una scuola diventa un movimento di massa serve inventarsi delle certezze, e lo strano linguaggio di Mises ha aiutato queste forzature.

5. Tutto sommato, con un'esposizione approfondita alle teorie austriache e una molto meno approfondita alle altre, e dopo aver letto miriadi di articoli, credo che la spiegazione migliore della crisi sia o austriaca o logicamente equivalente a quella austriaca. Il mercato è andato a quel paese per via degli interventi continui della Fed che hanno distorto l'intero processo e provocato moral hazard (oltre alla Fed ci sono Fannie/Freddie e FDIC, ovviamente). Le distorsioni si sono accumulate a partire dalla fine degli anni '80, tanto che si è parlato di Greenspan put già a partire dal 1997. Per distorsioni intendo sia cose tipicamente austriache (eccessivo deficit commerciale, malinvestment in Cina e overconsumption negli USA) sia cose che gli austriaci non avevano considerato (eccessiva leva finanziaria, eccessivo risk taking, eccessiva opacità strutturale nella finanza). Finché le politiche anticicliche sono state efficaci il boom ha retto, però nel tempo si sono accumulati tanti di quei problemi che Bernanke ha dovuto creare l'impossibile e bloccare i mercati per impedirne il tracollo. Inutile farsi illusioni, però: il tracollo nel 2007 non avrebbe potuto essere evitato in alcun modo (poteva essere prevenuto, ovviamente, ma evitando politiche anticicliche su scala enorme a partire dall'inizio degli anni '90), e oggi stiamo seplicemente con gli stessi problemi del 2007, solo con molte più distorsioni e cattivi incentivi. Questa è una buona storia, ma sul piano teorico ci sono un po' di dettagli da vedere: sarebbe quello che dovrebbero fare gli austriaci se facessero il loro mestiere, e quello che farei io se facessi un altro mestiere (non l'ingegnere). :-)

"Da Rothbard in poi, la Scuola austriaca è stata dominata da persone incapaci di distinguere la propaganda politica dalla teoria economica." io credo che rothbard e i suoi seguaci siano proprio i responsabili di questo stato di cose, quindi rothbard incluso. purtroppo so bene - da ex insider - che il libertarismo italiano è attualmente rappresentato proprio da rothbardiani di tutte le specie. preparatissimi. ma rothbardiani.

"Le teorie austriache vanno molto di moda sul web. Questa è una disgrazia: la qualità media del materiale umano è prossima allo zero". verità ultrafondata. in realtà, abbiamo da un lato una pletora di personaggi inutilmente eccessivi, ideologici e financo sgradevoli in toni e contenuti, che sguazzano nel web provocando reazioni di rigetto anche in chi potrebbe anche solo simpatizzare per quelle idee. dall'altro, l'unico soggetto davvero serio in circolazione che ne diffonde il verbo l'IBL - retto dal trittico talentuoso Lottieri, Stagnaro, Mingardi, che hanno fatto miracoli in pochi anni, è comunque rothbardiano fino al midollo.

comunque, sono d'accordo, quella austriaca, seppur datata, resta la migliore lettura dei cicli economici. resiste ai cambiamenti e alle estremizzazioni dei suoi adepti più fondamentalisti. forse dovrebbe integrare meglio GLS Shackle e L. Lachmann. altrimenti, il destino è quello dei post-keynesiani. malinconico.

Re(1): Austriaci...

lf 23/6/2010 - 14:43

L'IBL fa ottime cose, anzi autentici miracoli per un paese come l'Italia, però non si occupano di teoria economica. Non mi sembrano poi per niente rothbardiani: giustamente prendono di mira problemi specifici e fanno proposte specifiche, niente palingenesi istituzionale (e, in parte, non vedo in questo caso il problema di essere rothbardiani: sono convinto che il liberalismo sia spacciato in una democrazia di massa, non c'è bisogno di essere anarchici per rendersene conto, e non esistono strade moderate verso il liberalismo).

La mia discussione era però per finalità "accademiche": cosa bisogna fare per rendere la teoria austriaca accademicamente credibile? Quali errori di concetto e di mentalità hanno reso gli austriaci una specie in via di estinzione? Purtroppo - come in ogni setta (tendenza nata certamente con Rothbard, e molto meno forte negli austriaci non-rothbardiani, infatti) - si preferisce dare la colpa alla malvagità del mondo anziché ai propri difetti, sia teorici che sociologici. E così non si impara mai nulla... evidentemente ci si accontenta del successo tra i blogger, cioè tra le casalinghe di Voghera. Questione di gusti.

Io mi considero un insider (amatoriale) perché sono convinto che ci siano idee importanti che ancora non sono diffuse: però è ormai quasi due anni che mi sono stufato di giocare al chi è più bravo a ripetere a memoria critiche superficiali contro tutto il resto del mondo, gioco che va molto di moda (chi può fare ricerca fa ricerca, chi non può fa propaganda, verrebbe da dire), o a chi è più puro e ortodosso (tra l'altro, la versione ortodossa delle teorie austriache è piena di distorsioni rispetto alle versioni originali di Mises e Hayek). Gli evangelici dell'economia... bah.

Shackle e Lachmann non li ho letti molto (ho letto un libro e qualche articolo del secondo senza però trovare nulla di incompatibile con Mises), però mi hai fatto venire in mente un esempio di distorsione ideologica. Per Hayek (e credo anche per Mises) l'attivismo monetario è una condizione sufficiente per avere boom insostenibili, non una condizione necessaria: il mercato produce errori in continuazione, non ci può essere garanzia di equilibrio (il Prof. Cubeddu, con economia di parole, parla di "concezione non finalistica"). Questa cosa si è poi completamente persa, evidentemente perché ideologicamente scomoda.

Comunque, a parer mio i difetti principali sono molto più prosaici: manca una microfondazione credibile degli effetti della politica monetaria sul processo di mercato, manca una spiegazione dettagliata del comovimento di investimenti e consumo, manca un'analisi dei processi di "accelerazione" finanziari che rendono la crisi peggiore, manca una dimensione internazionale nei processi ciclici. Il fatto che avrei difficoltà a citare un lavoro rilevante per ogni dito delle mani scritto dopo il 1949 mi fa pensare che anche nel 2100 avremo gli stessi problemi.

tu dici: "Shackle e Lachmann non li ho letti molto (ho letto un libro e qualche articolo del secondo senza però trovare nulla di incompatibile con Mises), però mi hai fatto venire in mente un esempio di distorsione ideologica. Per Hayek (e credo anche per Mises) l'attivismo monetario è una condizione sufficiente per avere boom insostenibili, non una condizione necessaria: il mercato produce errori in continuazione, non ci può essere garanzia di equilibrio (il Prof. Cubeddu, con economia di parole, parla di "concezione non finalistica"). Questa cosa si è poi completamente persa, evidentemente perché ideologicamente scomoda".

per me rappresenta il punto più dolente: l'incapacità di prendere sul serio l'instabilità del capitalismo, che è poi anche la sua ricchezza. hanno preso sul serio l'incertezza, ma non i suoi effetti, riconducendo qualunque squilibrio ad interventi esogeni. i rothbardiani ti rispondono: non c'è verso, togli la monopolio di emissione e la riserva frazionaria e vedrai che il capitalismo non può che essere stabile.

@boldrin: anche se la domanda era per if, rispondo io per motivi personali: è purtroppo vero. così mestamente vero che a difendere certe idee ti vengono solo crisi di coscienza. ti senti l'utile idiota dei tempi andati. e soprattutto, ti senti in pessima compagnia umana. ma va bene lo stesso.

Minchia, incredibile!

Sono d'accordo su tutto, al 100%, compresi i dettagli!

Ma chi sei? Forse dovremmo scrivere qualcosina in collaborazione su questo tema ...

Ora però faccio un test (visto che sulla tua pagina fai pubblicità a Libertiamo) :-)

"Secondo me 3/4 di coloro che in Italia si autodichiarano "libertari" o "austriaci" sono come quelli che hai descritto tu in 2.-4. Infatti, nella grande maggioranza sono solo gente di "destra-destra", spesso semifascistelli riverniciati, ossessionati dai comunisti e disposti a lavorare per chiunque sia dall'altra parte della "sinistra comunista", fosse anche un fascista puro e duro. Gli austriaci sono solo una foglia di fico finta messa lì per far fino."

Agree or disagree?

Re(1): Austriaci...

lf 24/6/2010 - 14:54

Ho la pagina di Libertiamo e sono scritto alla mailing list dei Giovani Coscioni, ma ho ben poche speranze che servirà mai a qualcosa in entrambe i casi, dati gli "alleati".

Riguardo il test: ha ragione, ma mi sa che lei è troppo ottimista. :-)

Tra i libertari (che non distinguono in genere "libertario" da "austriaco") sono più i cospirazionisti che gli anticomunisti: ci sono 9/11 truthers, antisemiti, negazionisti, fan di Blondet e di Mazzucco... Tutto ciò per fortuna non c'entra nulla né con l'IBL né con Libertiamo: sono solo una minoranza interna, anche se rumorosa (e, anche se non lo fosse, comunque imbarazzante).

Non sono convinto invece che l'anticomunismo sia un fattore predominante. Anche se è frequente tra i liberali italiani turarsi il naso con Berlusconi con la scusa dei comunisti immaginari, i libertari abitualmente non votano e basta: sono più preda del paranoid style. Di certo molti hanno tanto interesse per la teoria economica quanto ne possono avere per la filologia romanza, solo che spesso si illudono di capire la prima, mentre lasciano almeno in pace la seconda.

bell'analisi.

Come innesco del patatrac aggiungo che secondo me anche il prezzo del petrolio in tripla cifra ha dato una bella mano, con soldi sottratti al pagamento di mutui e debiti.

Re(1): Austriaci...

lf 24/6/2010 - 15:42

Non credo. Io considererei i prezzi dei beni capitali endogeni al ciclo economico. Sono cresciuti alla fine del boom (se di boom si può parlare) e all'inizio della crisi, sono scesi improvvisamente fino all'inizio 2009, e da allora sono tornati a crescere, ma meno che nella prima fase.

Questo valeva sia per il petrolio che per tutte le materie prime, si salvano veramente pochi elementi della tavola di Mendeleev, e la cosa è anche facile da vedere nelle statistiche del PPI (producer price index) della Fed (FRED), che ha avuto - come accade sempre - delle convulsioni molto maggiori del CPI.

Ma era uno shock esogeno? Probabilmente è la dinamica normale del ciclo economico. All'inizio della crisi c'era una carenza di fattori di produzione (di capitali), che si sono apprezzati, poi la crisi finanziaria ha ridotto la pressione della domanda aggregata, e quando la crisi finanziaria ha rallentato i prezzi hanno continuato a salire. (spiegazione un po' autistica: dovrei considerare anche la domanda estera, ma non ho dati "cronologici").

Credo che allo stato attuale, se la domanda aggregata dovesse salire, si sentirebbero subito pressioni sui prezzi, almeno dei fattori di produzione (comprimendo i rendimenti industriali). Se dovesse ritornare la crisi finanziaria, invece, i prezzi crollerebbero altrettanto rapidamente. Difficile fare previsioni, ma l'unico esito improbabile credo sia una ripresa vera e con prezzi stabili.

Negli ultimi mesi il CPI mi è parso piatto, più o meno come tutto il resto. :-)

Non c'é stata una riduzione della produzione alla base dell'aumento del prezzo (in realtà non c'é stato neanche un aumento della produzione che è pressoché stabile da qualche anno) che piuttosto è stato indotto dall'aumento della domanda, ovvero dalla possibilità di utilizzare il petrolio in modo più produttivo (grazie a Cina, India, Brasile, ecc.). In altri termini non mi sembra che al momento vi sia una qualche forma di razionamento produttivo dovuta alla carenza di fonti energetiche (almeno fino ad oggi). Quindi c'è stato semplicemente un trasferimento di reddito e di capacità di spesa verso i paesi produttori di petrolio e nessuna riduzione della domanda a livello globale.