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L'economia politica de "gli economisti"

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Michele Boldrin ha assolutamente ragione dal punto di vista della ragioneria. Il punto forse è differente. Chi s'indebita (vedi Islanda con 25% di deficit delle partite correnti rispetto al Pil) prima o poi salta. Il punto su cui si basa la lettera degli "econominsti" credo stia nell'onere dell'aggiustamento dei deficit delle partite correnti (che oggi ricade soltanto sui paesi in deficit) e sulle conseguenze sulla piena occupazione in un mondo in cui la produttività del lavoro aumenta comunque (per via dei nuovi macchinari, sempre più efficienti dei vecchi, come sostiene anche Deaglio nell'ultimo editoriale su La Stampa) e nel quale i prezzi, come sostengono loro (chi richiamando Kalechi, chi Sraffa, chi Sylos Labini), non sono del tutto flessibili al ribasso. Contestano inoltre la legge di Say.

Sostanzialmente, siccome i paesi in deficit devono diminuire la propria domanda interna, ci sarebbe una corsa al ribasso che porterebbe a tassi d'interesse troppo alti o a bilanci "troppo in pareggio" (o ad aumenti salariali troppo bassi) per una politica di piena occupazione, tenendo conto dell'aumento della produttività del lavoro (per ora lavorata), e quindi della capacità produttiva inutilizzata (cresce la produttività, stagna la domanda). 

Di solito auspicano a sistemi come la "scarce currency clause" di keynesiana memoria o ad una Tobin Tax con aliquota elevata, o semplicemente ad accordi tra gli stati per politiche espansive coordinate.

Sostanzialmente il sistema monetario a cambi flessibili combinato con la piena mobilità dei capitali porterebbe gli stati a ridurre la domanda di consumi e di investimenti per ripianare i propri deficit di partite correnti.

Poi, si può esser d'accordo o meno. I punti critici, credo, siano prezzi flessibili/prezzi non pienamente flessibili(dovuti alla struttura di mercato), legge di Say (nel circuito risparmi/investimenti), disoccupazione tecnolgica e suo riassorbimento (in un sistema di prezzi non flessibili e di tagli di domanda).

Poi, si può esser d'accordo o meno. I punti critici, credo, siano prezzi flessibili/prezzi non pienamente flessibili(dovuti alla struttura di mercato), legge di Say (nel circuito risparmi/investimenti), disoccupazione tecnolgica e suo riassorbimento (in un sistema di prezzi non flessibili e di tagli di domanda).

Guarda, io ci provo una volta ancora, poi (da buon ragioniere) lascio stare.

Bene, tu dici che i "punti critici" sarebbero i tre di cui sopra. Ora, ti chiedo: puoi spiegare COSA intendi esattamente, sia teoricamente che empiricamente? In particolare, posso avere una definizione teorica dei tre punti critici in questione (breve breve e pane al pane, magari con un esempietto per ognuna) e poi dei DATI che mi indichino quale fenomeno empirico i prezzi non pienamente flessibili e (il fallimento del) la legge di Say spiegano e quando sono successi? Un riferimento alla crisi che stiamo vivendo sarebbe pure utile. Idem per la "disoccupazione tecnologica eccetera."

Così, almeno, ci capiamo e capiamo di cosa stiamo discutendo. Perché io, giuro, non ho capito.

Vi è l'ipotesi di riassorbimento della disoccupazione tecnologica, attraverso un abbassamento dei costi del settore innovativo, un aumento dei profitti del settore e l'investimento addizionale negli altri settori. Però questo investimento dovrebbe avvenire nei vari settori nelle proporzioni dei vari elementi di costo secondo i nuovi coefficienti tecnici. Secondo Labini questo non avviene perchè le imprese non conoscono bene le condizioni dei settori in cui non operano direttamente. Potrebbero farlo attraverso il sistema bancario ma la propoensione delle imprese ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, inoltre la distribuzione dei prestiti non è uniforme, solo le imprese maggiori possono accedere facilemtne a quelli a lungo termine per finanziare l'acquisto di macchine e beni strumentali.

E' scartata anche l'ipotesi che questo profitto addizionale sia tutto consumato.

Resta la terza. Se si tratta del settore che produce beni strumentali, con l'abbassamento dei costi (grazie all'introduzione dei macchinari sostitutivi di lavoro), se c'è concorrenza in questo settore, i prezzi di tali beni diminuiranno e diminuendo, porteranno una diminuzione di costi nei settori che utilizzano tali beni strumentali, aumento dei profitti e degli investimenti e dell'occupazione (che viene riassorbita). Quest'ultimo è il processo di riassorbimento descritto da Ricardo e dai classici.

Però se si introduce l'oligopolio concentrato (con salti di tecnologia tra impresa ed impresa), se le innovazioni arrivano soltanto alle imprese price makers, il processo si blocca, e ritorniamo nelle ipotesi 1 e 2 (profitti investiti in altri settori o consumati).

In questo caso il mercato non sarebbe in grado di riassorbire la disoccupazione tecnologica, se non con un aumento di domanda. "I frutti del progresso tecnologico vengono goduti da coloro che ottengono redditi nei rami in cui esso avviene."

 

In questo articolo su Repubblica del Novembre del 1982 (http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/212/1/Repubblica%20del%2014-11-19...) intitolato "Per una nuova Bretton Woods" dice che bisogna sì prima risolvere il problema della finanza pubblica (pensioni, sanità ed altre spese). Però poi continua dicendo che "Solo dopo aver avviato a soluzione la crisi fiscale avremo le carte in regola per unirci a coloro che chiedono un coordinamento delle politiche economiche di espansione e per attuare noi stessi una politica di questo genere."

"In effetti, dopo l'esperienza francese si è diffusa la convinzione che una politica di espansione, se è portata avanti da un solo paese, viene strangolata dal nodo scorsoio dei conti con l'estero, giacchè le importazioni aumentano senza un corrispondente aumento delle esportazioni".

Inoltre propone anche una diminuzione dell'orario di lavoro coordinata, secondo l'aumento di produttività ed un servizio civile per i giovani disoccupati, che crescono (nel 1982 ed oggi) in numero, di cura delle persone e dell'ambiente (alla Lunghini).

Non si fidava del riassorbimento della disoccupazione tecnologica da parte del mercato, in un'economia aperta con cambi flessibili e libera circolazione dei capitali (che impone politiche restrittive a tutti).

Questo intendo con disoccupazione tecnologia, prezzi non flessibili, ostacoli alla legge di Say (nell'investimento in altri settori proporzionalmente ainuovi coefficienti tecnici) e necessità di una "scarce currency clause" o di politiche espansive coordinate.

Premetto che non sono nè un economista, nè mi occupo di econometria. Sono un laureando in giurisprudenza. Quindi mi fido dei dati raccolti da chi scrive libri o papers. Non ho gli strumenti per dire se i prezzi sono flessibili, se la propensione ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, se la disoccupazione tecnologica è riassorbita o meno.

Scusami ma non ho capito benissimo quello che hai scritto. Magari e' probabile che io stia semplificando troppo, ma tu stai dicendo che gli aggiustamenti dei deficit devono essere fatti in modo coordinato tra paesi in attivo e quelli in passivo perche' se no si crea dispoccupazione involontaria che non verra' piu' riassorbita?

Se e' cosi, allora i miei dubbi sono: se cio' che esporta l'Islanda non piace a nessuno che si fa? dobbiamo mettere in piedi un programma europeo di sussidi a chi va a farsi le terme in islanda (tassando i paesi in attivo)? ma questo non potrebbe creare degli incentivi ai paesi in attivo a diventare paesi in passivo per ottenere il sostegno alle proprie esportazioni? Il problema e' solo spostato di livello.

Forse e' invece il caso che queste economie si riducano (o si riaggiustino), e se questo provoca disoccupazione perche' ci sono tutte le rigidita' che vuoi, beh si prende e si emigra (come si e' sempre fatto, come hanno fatto anche B&B visto che nell'accademia italiana non c'era posto e hanno dovuto ripiegare su quella americana :) ) verso le aree a piu' alto potenziale di crescita (anche in germania, cosi' quando si torna in islanda per le vacanze si aiuta a riequilibrare la bilancia commerciale)

 

Si, è un discorso sulla piena occupazione (intesa come basso valore di disoccupazione involontaria) e sul fatto che alcune rigidità possono ostacolarla.

Non per forza bisogna sussidiare. Il paese in surplus (corrente) potrebbe decidere se farsi tassare una parte di quel surplus oppure se concedere un "aumento extra" nel contratto collettivo (mediando tra industriali e lavoratori), così il paese in surplus aumenterebbe le importazioni.

Non possono tutti i paesi essere in deficit (corrente). Quelli in surplus potrebbero aumentare gli stipendi (vista la competitività dei propri prodotti) e quelli in deficit contenerli (e puntare su un aumento delle esportazioni verso i paesi che aumentano gli stipendi).

Certo, sipuò sempre emigrare. E' quello che s'è sempre fatto.

Non per forza bisogna sussidiare. Il paese in surplus (corrente) potrebbe decidere se farsi tassare una parte di quel surplus oppure se concedere un "aumento extra" nel contratto collettivo (mediando tra industriali e lavoratori), così il paese in surplus aumenterebbe le importazioni.

Ma chi ci garantisce che la domanda aggiuntiva vada in importazioni dai paesi in deficit?

Ma chi ci garantisce che la domanda aggiuntiva vada in importazioni dai paesi in deficit?

Stessa obiezione quando si dice "congeliamo gli aumenti salariali rispetto all'inflazione così con un minor costo del lavoro i prezzi dei nostri prodotti saranno più bassi e questi più competitivi". E chi lo dice che gli altri compreranno proprio prodotti italiani? Un aumento salariale dovrebbe portare (nel medio periodo) ad un aumento dei prezzi dei prodotti interni.