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L'economia politica de "gli economisti"

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Vi è l'ipotesi di riassorbimento della disoccupazione tecnologica, attraverso un abbassamento dei costi del settore innovativo, un aumento dei profitti del settore e l'investimento addizionale negli altri settori. Però questo investimento dovrebbe avvenire nei vari settori nelle proporzioni dei vari elementi di costo secondo i nuovi coefficienti tecnici. Secondo Labini questo non avviene perchè le imprese non conoscono bene le condizioni dei settori in cui non operano direttamente. Potrebbero farlo attraverso il sistema bancario ma la propoensione delle imprese ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, inoltre la distribuzione dei prestiti non è uniforme, solo le imprese maggiori possono accedere facilemtne a quelli a lungo termine per finanziare l'acquisto di macchine e beni strumentali.

E' scartata anche l'ipotesi che questo profitto addizionale sia tutto consumato.

Resta la terza. Se si tratta del settore che produce beni strumentali, con l'abbassamento dei costi (grazie all'introduzione dei macchinari sostitutivi di lavoro), se c'è concorrenza in questo settore, i prezzi di tali beni diminuiranno e diminuendo, porteranno una diminuzione di costi nei settori che utilizzano tali beni strumentali, aumento dei profitti e degli investimenti e dell'occupazione (che viene riassorbita). Quest'ultimo è il processo di riassorbimento descritto da Ricardo e dai classici.

Però se si introduce l'oligopolio concentrato (con salti di tecnologia tra impresa ed impresa), se le innovazioni arrivano soltanto alle imprese price makers, il processo si blocca, e ritorniamo nelle ipotesi 1 e 2 (profitti investiti in altri settori o consumati).

In questo caso il mercato non sarebbe in grado di riassorbire la disoccupazione tecnologica, se non con un aumento di domanda. "I frutti del progresso tecnologico vengono goduti da coloro che ottengono redditi nei rami in cui esso avviene."

 

In questo articolo su Repubblica del Novembre del 1982 (http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/212/1/Repubblica%20del%2014-11-19...) intitolato "Per una nuova Bretton Woods" dice che bisogna sì prima risolvere il problema della finanza pubblica (pensioni, sanità ed altre spese). Però poi continua dicendo che "Solo dopo aver avviato a soluzione la crisi fiscale avremo le carte in regola per unirci a coloro che chiedono un coordinamento delle politiche economiche di espansione e per attuare noi stessi una politica di questo genere."

"In effetti, dopo l'esperienza francese si è diffusa la convinzione che una politica di espansione, se è portata avanti da un solo paese, viene strangolata dal nodo scorsoio dei conti con l'estero, giacchè le importazioni aumentano senza un corrispondente aumento delle esportazioni".

Inoltre propone anche una diminuzione dell'orario di lavoro coordinata, secondo l'aumento di produttività ed un servizio civile per i giovani disoccupati, che crescono (nel 1982 ed oggi) in numero, di cura delle persone e dell'ambiente (alla Lunghini).

Non si fidava del riassorbimento della disoccupazione tecnologica da parte del mercato, in un'economia aperta con cambi flessibili e libera circolazione dei capitali (che impone politiche restrittive a tutti).

Questo intendo con disoccupazione tecnologia, prezzi non flessibili, ostacoli alla legge di Say (nell'investimento in altri settori proporzionalmente ainuovi coefficienti tecnici) e necessità di una "scarce currency clause" o di politiche espansive coordinate.

Premetto che non sono nè un economista, nè mi occupo di econometria. Sono un laureando in giurisprudenza. Quindi mi fido dei dati raccolti da chi scrive libri o papers. Non ho gli strumenti per dire se i prezzi sono flessibili, se la propensione ad autofinanziarsi è maggiore di quella a contrarre prestiti, se la disoccupazione tecnologica è riassorbita o meno.