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Gli economisti e i fatti

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Raccolgo l'invito di Giulio a confrontarsi sui dati. Non mi focalizzo sulle cause della crisi,  ma sul tema piu' generale dell'interpretazione dei dati e sul metodo "scientifico" in Economia.
In particolare, vorrei mostrare come gli stessi dati si prestino a letture diverse ("modelli observationally equivalent", per esempio) e a conclusioni differenti da quelle tratte da Giulio (conclusione2), come chi lavora con i dati sa bene.

D'altronde noi economisti ci accapigliamo spesso non solo sulle teorie ma anche sull'interpretazione dei dati e sui metodi empirici da utilizzare (si veda l'ultima issue del JEL, per gli specialisti o i non
specialisti interessati). Si  citi ad esempio il dibattito su immigrazione e effetti sui salari dei nativi,
ma di esempi ce ne sono veramente molti. Mi focalizzo sull'Italia, per il suo valore esemplificativo:

 

Caduta (e risalita) labour share.

 La labor share negli ultimi trenta anni è stata pressoché costante in USA e UK, crescente in Giappone e in declino in Italia. Tuttavia in Italia la labor share è visibilmente aumentata negli ultimi 10 anni, proprio mentre la produttività del lavoro  ristagnava, il contrario di quello che si legge nella citazione riportata sopra.

Potrei rigirare la frittata, ovvero e' abbastanza intuitivo (per me) che in un paese con vincoli al licenziamento, e con maggiori regimi di protezione dell'impiego, la labour share tenda ad aumentare, o quanto meno non cada, quando la crescita della produttivita' rallenta o addirittura quando il PIL
cade (dopo la linea rossa). Invece, mi chiedo il motivo del perche' la labour share sia scesa in Italia per 30 anni consecutivi (dal 1970 al 2000) quando la produttivita' del lavoro  stava invece aumentando a ritmi superiori a quelli di tutti i paesi nel grafico 1  (prima del 2000). Inoltre
una labour share in caduta per 30 anni avra' pure un effetto maggiore di una "risalita" (direi molto piatta) negli ultimi 10 sulla "capacita' di spesa" dei lavoratori. Lo sa chi investe in borsa, dopo che un titolo e' calato per 30 anni,  difficile recuperare le perdite in 10. I mancati redditi sono anche mancati risparmi (e minore ricchezza accumulata) dei lavoratori (se non mancati
consumi grazie all'indebitamento, poi quando il consumo non e' finanziato dal risparmio ma dall'indebitamento sappiamo quali  sono i rischi che si corrono, nella realta'. Tra l'altro in Italia le famiglie tendevano meno che altrove ad indebitarsi mi pare,  semmai non  consumavano).

Labour share e capacita' di spesa dei lavoratori. La labour share mi sembra un migliore indicatore dell'andamento della "capacita' di spesa dei lavoratori" (sul PIL),  rispetto al salario orario.

Ad esempio, in recessione il salario orario potrebbe aumentare perche' i lavoratori piu' produttivi (o cone maggiore seniority) sono quelli non licenziati dalle imprese. Ovviamente, con l'aumento della disoccupazione la capacita' di spesa dei "lavoratori" si riduce. Quindi il salario orario potrebbe aumentare ma la "capacita' di spesa dei lavoratori" (diciamo di occupati e coloro che cercano un'occupazione) ridursi. Inoltre, la capacita' di spesa dipende dalle ore e giorni lavorati, non solo dal salario orario. Sempre per fare un esempio, se tra un anno esce un articolo dicendo che pure col blocco delle progressioni di carriera, dell'adeguamento ISTAT, ecc.. gli stipendi medi del personale universitario sono aumentati, cio' e' normale visto che le Universita' non hanno i soldi per dare contratti ai giovani precari, i quali avevano stipendi molto bassi ed abbassavano la media. Da questo non concluderei comunque che la capacita' di spesa di chi lavora in universita' sia aumentata.

Cause  (piu' o meno remote) ed effetti.  Con "C causa E" non si intende necessariamente
che "Ct causa Et" (C e E al tempo t, rispettivamente) o "Ct-1 causa Et" e cosi' via. Una dinamica molto pregressa potrebbe  causare un effetto ora (ad esempio la somma degli C negli ultimi 30 anni), o potrebbero manifestarsi degli effetti di soglia  (es. il deficit pubblico causa un problema solo
quando e' persistente, per cui si accumula un debito pubblico troppo elevato, per restare sul "vostro" terreno, oppure un individuo potrebbe morire di cancro ai polmoni, qui la toccata e' d'obbligo, dopo aver fumato 30 anni, non 2 anni).  Quindi correlare la crisi con quello che e' avvenuto immediatamente prima della crisi non e' necessariamente un buon espediente empirico per confutare una teoria (se uno ha fumato 30 anni, ha smesso da un anno, ed e' crepato, non si puo' dire che il fumo non ne abbia causato la morte perche' l'anno che e' morto non fumava piu'!).

Stessi dati, conclusioni diverse.

Non sono stati i (ben pasciuti, por supuesto) capitalisti e rentiers nostrani ad espropriare i  lavoratori italiani di 10 punti di PIL dalla fine degli anni 70 a oggi, ma sono stati i nostri governi.  Questo è evidente dall'esplosione della government share in Italia riportata nella figura 5.

Qui rigiro la frittata, e faccio l'avvocato del diavolo (in perfetto stile NFA). Dalla fig. 6 e' macroscopica (e meriterebbe 100 papers)  la maggiore incidenza del lavoro autonomo in Italia (+10 punti % dal secondo classificato).  Se gli individui sono razionali e rispondono agli incentivi del mercato, evidentemente in Italia e' piu' conveniente che altrove svolgere attivita' di lavoro autonomo rispetto a quella di lavoro dipendente. Avanzo un'ipotesi: in Italia i redditi netti degli autonomi sono maggiori e la ragione e' che in Italia e' piu' facile che altrove evadere il fisco da lavoratori autonomi (per questi l'equivalenza ricardiana ovviamente non vale). Allora potrei
concludere che sono stati i lavoratori autonomi non pagando il dovuto negli ultimi 30 anni (causa) a non consentire allo Stato di ridurre la pressione fiscale generale (effetto), la quale ha espropriato i lavoratori dipendenti italiani di 10 punti di PIL dalla fine  degli anni 70 a oggi  (lo so, e' un po' il gatto che si morde la coda, ma sul rapporto causa-effetto ci sarebbe molto da dire se fosse cosi' facile non avremmo piu' lavoro). Oppure potrei egualmente concludere che e' stato lo Stato, lasciando troppa liberta' ad alcuni cittadini di non pagare le tasse (a differenza della patria del liberismo, gli Stati Uniti, dove chi non paga va in galera), che ha ridotto la crescita del PIL
(lo so, lo so, le tasse pagate in aggregato sarebbero le stesse, ma gli effetti potrebbero essere molto diversi se gli individui sono eterogenei, o se la distribuzione del reddito conta per la crescita, ma questo "voi" di NFA sembrate escluderlo a priori, mi sembra). Ciascuno scelga la causa che piu'
gli garba.


Cross plot, scatter plot e teorie fantasiose (sull'evidenza empirica e le "facili teorie")
. I grafici riportati, tra l'altro, darebbero pure appiglio al gruppo degli Euro scettici in Italia (che non mi annovera tra i suoi supporter, specifico che gia' cosi' rischio il linciaggio mediatico in "casa" NFA!). Sembra che per l'Italia, infatti, la crescita del VA orario, prima del 2000 tra le piu' elevate ('na bomba praticamente),  si sia azzerata con l'entrata nell'euro. Ma che mica mica la scasa crescita sia colpa dall'euro???? Mi fermo qui, anche se alcune regressioni preliminari, in cui ho correlato VA per addetto, redditi orari, labour share a temperature medie, provano senza ombra di dubbio che tutto possa essere spiegato.....dal buco nell'ozono.

P.S. se non ci si mette d'accordo sulle cause della "grossa crisi", possiamo chiedere a lui, tu come lo vedi?

P.S.2 staro' sicuramente confondendo qualcosa.