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Gli economisti e i fatti

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Fatti e teorie

lf 30/6/2010 - 14:02

Vado fuori tema, ricollegandomi alla prima sezione dell'articolo e non ai successivi, non perché non li abbia letti, ma perché le opinioni dei millanta economisti della famosa lettera non mi interessano granché.

Mi chiedo: che relazione c'è tra fatti e teorie nella teoria economica (e nelle teorie sociali in generale)? Parlo di relazione reale, frutto delle attività quotidiane di economisti veri, non di lip service a qualche paradigma metodologico alla moda.

Secondo me la compatibilità con i fatti è una cosa abbastanza semplice da ottenere: basta avere una base teorica sufficientemente flessibile per poter inglobare, con qualche ipotesi aggiuntiva, con qualche modifica funzionale, o con qualche cambiamento parametrico, i dati che si devono spiegare.

Mi spiego: se dico "non ci sono recessioni inflazionistiche" dico una cosa falsificabile e, dagli anni '70 in poi, palesemente falsificata. Di conseguenza la mia tesi non è solo falsificabile, ma anche falsa. Se invece dico "le crisi possono essere sia inflazionistiche che deflazionistiche" faccio un'affermazione senza contenuto informativo, che è vera sempre per motivi prettamente logici.

In mezzo ci sono tutte le teorie economiche, però: qualcosa dicono, ma riferendosi a decine di fattori causali rilevanti, è sempre possibile evitare di essere falsificati cambiando qualche dettaglio. Se un modello non va bene, faccio maquillage e ne ottengo uno che ingloba nuovi fatti, che poi modificherò ulteriormente all'arrivo di nuovi fatti. Questa critica è stata fatta da David Romer nel suo libro di testo riguardo i new-keynesiani, ma mi sembra applicabile sempre.

Io - da austriaco - non ci metto niente a formulare ipotesi in cui una qualsiasi tesi è vera o falsa a seconda di cosa voglio dimostrare, con tutte le pressioni inflazionistiche e deflazionistiche che ci sono è facile fittare i dati, basta dire che di (almeno) due forze contrapposte una si è (relativamente) indebolita o rafforzata. I prezzi salgono? Ah, la scarsità di fattori di produzione. I prezzi scendono? Ah, il deleveraging. I prezzi stanno fermi? Ah, le due forze si bilanciano, ma io ho ragione comunque, è solo che l'effetto è inosservabile.

E se dicessi che la teoria delle aspettative razionali è stata falsificata dalla crisi del 1980-1983, mi si risponderebbe che non è vero: mancava la credibilità dei governi, senza riforme fiscali vere la disinflazione non era credibile e quindi costosa in termini reali. Anche qui, si può sempre salvare la situazione.

L'esempio però più lampante è la neutralità monetaria. Il paper di Christiano, Eichenbaum e Evans sul VAR è considerato la prova della non-neutralità monetaria. Ma no!, dicono King e Plosser, le stesse correlazioni si trovano pure senza supporre la non-neutralità, basta endogenizzare la produzione di moneta. Poi arriva Mankiw (credo) e dice che i prezzi non si muovono nel modello come nella realtà (pazienza, dico io, cambiamo due equazioni, no?). E allora Prescott e Kydland rispondono che la critica in questione è solo un mito monetario e non un fatto reale. Infine arriva Gali, fa un libro di testo sui new-keynesiani, e critica la teoria del ciclo reale per non fittare i dati di Christiano, dimostrandolo usando un modello di money-in-the-utility, senza citare neanche King e Plosser (il che mi fa pensare che la refutation by amnesia sia più facile di quella by facts).

Io, da spettatore, ho come l'impressione di trovarmi di fronte a tizi che si parlano addosso. Da economista dilettante però mi rendo pure conto che è un problema riconosciuto da molti che la realtà economica è troppo complessa per permettere facili confutazioni, e quindi alla fine i cranks sopravvivono sempre, e ricicciano non appena si abbassa la guardia. Ma senza fatti, cosa distingue chi è "crank" da chi non lo è?

Fosse tutto così semplice come confutare la lettera degli economisti... mi sembra che ciò che era falsificabile è già stato falsificato.

"a seconda di cosa voglio dimostrare" (sono su IE al momento e blockquote non funziona, chiedo venia)

Una scienza, naturale - e quindi scienza in senso stretto - o sociale che sia non si deve occupare di cosa vuole dimostrare, ma di capire e spiegare il fenomeno che studia. E' chiaro che nelle scienze naturali si ha, in generale, la falsificabilita' e allora tutto e' piu' semplice (sebbene l'esempio di Lakatos nel commento di Astrologo qui sopra dimostri la possibilita' del contrario). Ma lo scopo ultimo non cambia: cercare di capire il fenomeno.

Nelle scienze sociali la linea d'ombra e' spesso difficile da identificare, non foss'altro per il fatto che qualsiasi teoria ha un possibile impatto sulla vita delle persone.

A me pare che qui Giulio - e gli altri in altri articoli - usino argomentazioni proprio di questo genere: cercano di capire (cioe' si comportano da scienziati) invece di cercare di dimostrare qualcosa a priori (cioe' non si comportano da politici). Mentre gli "economisti" fanno l'opposto. (In realta' taglio in modo troppo netto: Giulio e compagni non sono necessariamente perfetti, mentre gli "economisti" non sono necessariamente disonesti - vedi gli interventi di Ugo Pagano qui sopra.)

"a seconda di cosa voglio dimostrare" (sono su IE al momento e blockquote non funziona, chiedo venia)

Anch'io uso IE...Ho scoperto che se selezioni subito Blockquote non funziona però se prima di selezionare Blockquote selezioni Div e subito dopo Blockquote allora...

 

Re(1): Fatti e teorie

lf 30/6/2010 - 16:15

Sì, concordo che capire, anche in assenza di falsificabilità, sia lo scopo della scienza. Però, se si fa riferimento ad i fatti, si deve riconoscere che qualche contributo a scegliere tra teorie diverse li possono dare. Eppure per come la vedo io, tolte le teorie illogiche, e quelle che fanno predizioni troppo precise e false, per ogni fenomeno esistono tante di quelle spiegazioni, in genere con conseguenze di policy incompatibili, che alla fine la scelta tra teorie dipende un po' troppo dai gusti personali (chiamiamoli "priors"). Se non ci si riesce a mettere d'accordo su neutralità/non-neutralità, se le teorie credibili della Grande Depressione sono almeno una mezza dozzina, se esistono modelli per spiegare che il moral hazard può creare boom economici inefficienti sia con che senza interventi pubblici, allora i fatti fanno convergere la teoria non verso una sola teoria migliore delle altre, ma verso un insieme di teorie, compatibili o incompatibili tra loro, tutte ugualmente buone per spiegare i fatti, ma non confrontabili tra loro (e date le conseguenze di policy spesso incompatibili, ciò è grave). Insomma, tolte le cose ovviamente false (le teorie marxiste della "iron law of wages", ad esempio), rimangono un sacco di cose potenzialmente vere tra cui scegliere (ad esempio una mezza dozzina di teorie della Grande Depressione: Cole/Ohanian, Fisher, Keynes, Bernanke, Mises/Strigl/Hayek...).

PS Potendo scegliere tra tante spiegazioni, i politici preferiscono i keynesiani perché danno loro maggiori poteri, e richiedono anche un basso impegno intellettuale per essere capiti e spiegati.

Concordo appieno.

[...], tolte le teorie illogiche, [...]

Che pero' sono molto difficili da distinguere in economia, anche perche' magari ci sono parti perfettamente logiche e parti orrendamente illogiche (in qualche senso) in una teoria. Figurati che passo parecchio tempo a discutere con i miei pari (quant, risk manager e simili) sulla reale utilita' (io sostengo in genere la totale inutilita') di certe misure di rischio che si usano in finanza. Eppure la logica pervade il campo. Sono certe premesse ad essere talvolta si' logiche in senso stretto, ma completamente irrealistiche.

PS grazie amadeus per la dritta di come usare il blockquote su IE!

Secondo me la compatibilità con i fatti è una cosa abbastanza semplice da ottenere: basta avere una base teorica sufficientemente flessibile per poter inglobare, con qualche ipotesi aggiuntiva, con qualche modifica funzionale, o con qualche cambiamento parametrico, i dati che si devono spiegare.

Mi spiego: se dico "non ci sono recessioni inflazionistiche" dico una cosa falsificabile e, dagli anni '70 in poi, palesemente falsificata. Di conseguenza la mia tesi non è solo falsificabile, ma anche falsa. Se invece dico "le crisi possono essere sia inflazionistiche che deflazionistiche" faccio un'affermazione senza contenuto informativo, che è vera sempre per motivi prettamente logici.

Io direi che è più facile sfuggire alla falsificazione. Chi vuole difendere aprioristicamente una teoria T che implica una previsione X falsa di solito introduce una o più ipotesi ausiliarie I, per cui

T & I ==> X 

in modo che è possibile scaricare la falsificazione su I per salvare T.
Sebbene sia un atteggiamento furbo non è detto che debba essere sbagliato. L'orbita di Urano, che non si accordava con la legge gravitazionale e con la meccanica di Newton, fu spiegata dalla presenza di un pianetino perturbatore allora ancora sconosciuto. Ed infatti c'è e si chiama Nettuno.

Non tutti i fatti contribuiscono allo stesso modo in una falsificazione o in una conferma. Prevedere i fatti è condizione necessaria ma non suffucuente affinchè una teoria sia una buona teoria. Ci sono teorie che predicono fatti banali e, in questo senso, possono essere assimilate alle tautologie, cioè sono prive di contenuto informativo pur avendo un contenuto empirico.
L'approccio che cattura meglio questa complessità è forse quello Bayesiano, per cui una teoria è confermata se p(T|X) > p(T) (nota, se p(X)=1, non c'è conferma). In questo modo, invece della dicotomia vero/falso esistono un'infinità di sfumature che colgono meglio il potere di una teoria di rappresentare la realtà.
Inoltre, se p(T & I | X)=0 cioè T & I sono falsificati, si può dimostrare come la falsificazione possa agire molto asimmetricamente su p(T) e p(I) singolarmente, salvando una e bocciando l'altra, ma andiamo troppo OT...