Titolo

Gli economisti e i fatti

8 commenti (espandi tutti)

Nel mio piccolo, ho fatto il seguente (forse maldestro?) tentativo, appunto, di ridefinire X come X', in un mio post l'altro giorno, che riproduco in calce per semplicità e che ho qualificato come congettura in quanto non ho avuto occasione di verificare i dati (prometto che studierò di più in futuro, però)

Analisi molto interessante e circostanziata. Tuttavia vorrei porre una questione: mi sembra, francamente, che la distinzione labour/capital sia molto, molto semplicistica nel contesto economico attuale. Un banker, professional o CEO che prende svariati mega$ di compensi, è forse classificabile  come labour? cio è francamente grottesco. E scendendo la scala gerarchica, più modestamente, i vari bonus ed ESOP per dirigenti e quadri? E le milionarie fees o consulenze ad avvocati, etc? A me pare che queste siano, nella sostanza economica,  quote di "profitti": cinicamente, la "cresta" del croupier; più elegantemente, il profitto sul "capitale umano"- Ma a parte ciò (non è questo il punto che intendo  fare), a me sembra che la vera questione più che labour vs capital sia unskilled/skilled, laddove la mia congettura è la seguente: la globalizzazione ha reso  molto più concorrenziale il mercato unskilled, e provocato una forte sperequazione retributiva a vantaggio della componente skilled + redditi da capitale + redditi assimilabili al profitto, a scapito del labour properiamente detto. Che cosa ne pensa? 

[...] la mia congettura è la seguente: la globalizzazione ha reso  molto più concorrenziale il mercato unskilled, e provocato una forte sperequazione retributiva a vantaggio della componente skilled + redditi da capitale + redditi assimilabili al profitto, a scapito del labour properiamente detto. Che cosa ne pensa?

Che son d'accordo. Al 100%. Solo che non è "labour propriamente detto" ma (very) unskilled labor (purtroppo, in termini relativi, in Italia ce n'è sempre di più di unskilled) versus il resto della forza lavoro, soprattutto highly skilled.

Va benissimo anche pensare che tale divaricazione sia, almeno in parte, dovuta alla globalizzazione ed al commercio internazionale. Quando il buon Ed Leamer lo sosteneva, più di 20 anni fa, io stavo con lui e quel genio di Krugman spiegava ai quattro venti che si trattava invece di skill biased tecnological progress. Vinse Krugman quel dibattito, tutti dettero ragione a lui: ora sappiamo che aveva torto. Niente di straordinario, con Krugman capita spesso: vince tutti i dibattiti pur avendo torto, istruttivo direi.

Ma torniamo alla questione: il fatto è che non c'entra. La disuguaglianza dei redditi si è allargata non solo negli USA ma in molti paesi, a partire dalla seconda metà degli anni '70 (settanta). Ha le caratteristiche che diciamo. Quindi? Non di questo parlano i 100 e, di certo, non da questo viene la crisi dei mortgages o la crisi del debito greco o spagnolo o le difficoltà a crescere dei paesi europei. Insomma, quale sarebbe la connessione?

I 100, nella loro letterina, scrivono ben altre cose.

Sui vantaggi reali nell' essere uno skilled labour in italia avrei dei dubbi. In italia mi sembra conti di più appartenere, magari casualmente, ad una categoria per cui le cose vanno meglio - e spesso non per motivi di merito - per qualche altro motivo (vale sia per lavoratori autonomi che per dipendenti, operai ed ingegneri, ...). Il punto vero è che manca la possibilità di entrare veramente in concorrenza e spesso anche in aziende private, poichè il più delle volte anche i manager sono soprattutto buoni "politici" e non è detto che pensare alla propria carriera significhi pensare al meglio per l'azienda (io vedo una azienda come una macchina per creare ricchezza, che poi a cascata serve a tutti). Del resto anche gli imprenditori si rivolgono sovente alla politica. Queste son cose che sanno tutti, lo so, però non si può non tenerne conto, anche se è difficile che si vedano nei dati. Penso che accada anche all'estero, ma li, a volte, bisogna sostituire "politica" con "finanza".

Tutto sta nella definizione utilizzata per "skilled labour". Se immaginiamo l'esistenza di una serie di skills lavorative, ed in più di una skill "sociale" che è la capacità di creare relazioni, amicizie, condizioni attraverso le quali lo scambio di favori è possibile anzi sollecitato, ecco che la differenza tra l'Italia e altri paesi OECD è abbastanza evidente: altrove, nei luoghi dove la produttività del lavoro cresce a ritmi sostenuti, il lavoratore skilled investe in una sola skill, o in poche skills complementari. La skill "sociale" è solo complementarmente utile, mai la principale destinazione dell'investimento di tempo e/o denaro.

In Italia, investire nella skill "sociale" genera ritorni molto interessanti, non solo perché da noi è ben vista e molto praticata l'acquisizione di human resources per tramite di legami amicali e parentali, ma anche perché la struttura corporativa dei gruppi di potere lato sensu (dagli ordini professionali ai tassinari; dalla massoneria alle correnti politiche interne ai partiti; dai salotti buoni confindustriali ai gruppi criminali organizzati) seleziona nel tempo i propri quadri e dirigenti esattamente attraverso una "meritocrazia" del "fare squadra".

Dato che anche la skill "sociale" richiede un investimento di tempo e risorse, queste verranno sottratte ad altri impieghi in diverse skills lavorative. Ecco che allora, in quest'ottica, essere skilled labourer in Italia assume tutt'altro significato: l'investimento conviene, ma nella skill più redditizia. Che, purtroppo, è anche quella che produce minor valore aggiunto, non essendo un fattore della produzione di alcunché.

"Ma torniamo alla questione: il fatto è che non c'entra. La disuguaglianza dei redditi si è allargata non solo negli USA ma in molti paesi, a partire dalla seconda metà degli anni '70 (settanta). Ha le caratteristiche che diciamo. Quindi? Non di questo parlano i 100 e, di certo, non da questo viene la crisi dei mortgages o la crisi del debito greco o spagnolo o le difficoltà a crescere dei paesi europei. Insomma, quale sarebbe la connessione?"

Se ho bene interpretato la "lettera degli economisti" (cosa non proprio facile, visto il tono ieratico delle affermazioni proposte), quando dicono che c'è stato:

"un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale."

credo vogliano dire quanto segue:

1) la disuguaglianza dei redditi, in aumento nel periodo considerato (nello specifico, tra redditi dei "lavoratori" e redditi dei capitalisti/finanzieri/rentiers), ha ridotto la capacità di consumo dei lavoratori;

2) gli USA, essendo patria di cattivoni liberisti, ha corretto meno di altri paesi più socialisti/welfaristi queste diseguaglianze, indi prima di altri attraverso una catena di bolle speculative, ha manifestato la perversa spirale di cui ai seguenti punti 3 e 4.

3) i lavoratori, per continuare a consumare (immagino qui sia sotteso, implicitamente, che si intenda: per continuare a consumare almeno al livello di sussistenza, in cui sono inclusi i servizi abitativi), si sono indebitati e sono andati in default.

4) eccetera eccetera, sul resto avete già detto voi.

Quindi, in effetti, tutto nascerebbe proprio dall'aumentata disuguaglianza, compresa la crisi dei mortgages negli US. Che la causa prima di questa disuguaglianza sia l'accresciuta produttività del lavoro, piuttosto che lo sfruttamento della classe operaia, o lo sbarco dei marziani, è argomento secondario ai fini delle tesi degli "economisti".

Ora, il punto 1 lo confuta Giulio in questo articolo... e già sarebbe sufficiente a far crollare il castello.

Grazie per i puntuali commenti.

Ma torniamo alla questione: il fatto è che non c'entra. La disuguaglianza dei redditi si è allargata non solo negli USA ma in molti paesi, a partire dalla seconda metà degli anni '70 (settanta). Ha le caratteristiche che diciamo. Quindi? Non di questo parlano i 100 e, di certo, non da questo viene la crisi dei mortgages o la crisi del debito greco o spagnolo o le difficoltà a crescere dei paesi europei. Insomma, quale sarebbe la connessione?

Il mio punto non era concordare con la connessione posta dai 100 tra profitti crescenti e sottoconsumo; era invece di sostenere che l'argomento contro-fattuale incentrato sulla costanza della labour share non è valido. Infatti, occorre riformularne la definizione per tenere conto del fatto che da Ricardo e Marx in poi il mondo è un po' cambiato: quindi, ridefinendo la labour share in una accezione al passo coi tempi , mi pare che essa in realtà cali, a causa della globalizzazione, etc.

Ciò detto, non compro affatto la teoria del sottoconsumo (con ben minore autorevolezza, s'intende, rispetto a Voi professionisti della materia); ma, secondo me, l'abbondanza di "profitti e proventi assimilati" ha ben a che fare con la crisi finanziaria attuale, perchè essa ha fornito l'energia per alimentare tutte le principali "asset bubbles" recenti: immobiliare, mercati azionari, private equity / leveraged buyout, secondo un classico schema di feedback positivo " 1) ricerca sempre più aggressiva di rendimenti alti -> 2) investimento plusvalente in strumenti finanziari -> 3) effetto ricchezza -> 4) nuovi investimenti -> 5) prezzi delle attività finanziarie e leva debitoria crescenti -> 6) tassi d'interesse e premi al rischio decrescenti -> 1)" etc. Al contorno, ulteriori elementi hanno amplificato il tutto: regolamentazione e fisco favorevoli; enorme liquidità disponibile sui mercati internazionali (anche grazie ai numerosi cicli di "pompaggio" da parte della Fed, secondo me?);   aspettative estrapolative degli operatori (=ottimismo panglossiano) a sostegno di operazioni a leva sempre più aggressive ed in realtà non sostenibili ; lobby finanziaria sempre più forte, ricca, motivata; clima culturale favorevole all'avidità come principale motivazione umana, etc.

In sintesi, i 100 sembrano argomentare che la sperequazione, dovuta alla globalizzazione, ha generato una crisi strutturale sotto forma di gap strutturale di domanda di beni reali; mentre invece a me pare che la concatenazione sia molto diversa, semplificando molto: accumulo di profitti o iso-profitti -> eccessiva finanziarizzazione - > eccessivo leverage, alla lunga non sostenibile -> crisi finanziaria - > recessione e deleverage.

La differenza mi sembra essenziale, poichè la prima teoria presuppone la famigerata "insanabile contraddizione del kapitalismo"; mentre la seconda invece individua uno specifico malfunzionamento "curabile", cioè l'accumulo di debiti grazie ad un sistema che ha protetto, cullato, tutelato, viziato l'investitore finanziario in lieu dell'imprenditore produttore di merci e servizi non-finanzari.

 

 

a me sembra che la vera questione più che labour vs capital sia unskilled/skilled, laddove la mia congettura è la seguente: la globalizzazione ha reso  molto più concorrenziale il mercato unskilled, e provocato una forte sperequazione retributiva a vantaggio della componente skilled + redditi da capitale + redditi assimilabili al profitto, a scapito del labour properiamente detto.

Sull'argomento skilled vs unskilled wages, in questo report del Census Bureau qualche dato interessante sulla situazione negli USA (vedi pagina 4, Chart 3). Notevole il gap in soli 30 anni, no?

sempre di accumulazione di capitale si tratta. Capitale umano, that is....E l'esercito proletario di riserva ora vive in Cina, per dire. Ah no, scusate, m'ero fatto prendere dall'entusiasmo dell'altro post, dove si citavano Marx e un J. Roemer d'annata. Bisogna parlare di "pressione competitiva" per essere rispettabili :DD