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Gli economisti e i fatti

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Tutto sta nella definizione utilizzata per "skilled labour". Se immaginiamo l'esistenza di una serie di skills lavorative, ed in più di una skill "sociale" che è la capacità di creare relazioni, amicizie, condizioni attraverso le quali lo scambio di favori è possibile anzi sollecitato, ecco che la differenza tra l'Italia e altri paesi OECD è abbastanza evidente: altrove, nei luoghi dove la produttività del lavoro cresce a ritmi sostenuti, il lavoratore skilled investe in una sola skill, o in poche skills complementari. La skill "sociale" è solo complementarmente utile, mai la principale destinazione dell'investimento di tempo e/o denaro.

In Italia, investire nella skill "sociale" genera ritorni molto interessanti, non solo perché da noi è ben vista e molto praticata l'acquisizione di human resources per tramite di legami amicali e parentali, ma anche perché la struttura corporativa dei gruppi di potere lato sensu (dagli ordini professionali ai tassinari; dalla massoneria alle correnti politiche interne ai partiti; dai salotti buoni confindustriali ai gruppi criminali organizzati) seleziona nel tempo i propri quadri e dirigenti esattamente attraverso una "meritocrazia" del "fare squadra".

Dato che anche la skill "sociale" richiede un investimento di tempo e risorse, queste verranno sottratte ad altri impieghi in diverse skills lavorative. Ecco che allora, in quest'ottica, essere skilled labourer in Italia assume tutt'altro significato: l'investimento conviene, ma nella skill più redditizia. Che, purtroppo, è anche quella che produce minor valore aggiunto, non essendo un fattore della produzione di alcunché.