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Veniamo da lontano, non arriviamo mai

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In termini ideali e' molto difficile sostenere che gli stati dovrebbero eliminare tutte le barriere ed i dazi al commercio ma che gli individui non siano liberi di cercarsi un lavoro dove piu' gli aggrada. Perche' un pakistano dovrebbe avere meno diritti di un napoletano di cercarsi un lavoro a Milano?

Per quanto riguarda la differenza fra le barriere al commercio e quelle all'immigrazione basta considerare che una sarta è differente da una camicetta: la prima è titolare di diritti, la seconda no. Se importo una camicetta, non gli conferisco diritti, se faccio immigrare una sarta si. Quindi occorre una molto maggiore cautela nel secondo caso.

Quanto alla differenza fra un Napoletano e un Pakistano devi considerare che il primo è un Italiano, come i Milanesi, il secondo no. Cioè esiste una cosa che si chiama Italia che determina una serie di conseguenze in termini ideali che sono troppo lunghe da spiegare in poche righe.

In termini pratici sorgono degli ovvi problemi: 1.Il problema dell'immigrazione va gestito perlomeno a livello Europeo. 2. Se apriamo le frontiere indiscriminatamente mezza africa si trasferirebbe in Italia (o in Europa) rischiando di distruggerne la societa', e questo non e' bene ne' per gli autoctoni ne' per gli immigrati. 3. Si pone il problema di come assimilare un grande numero di immigrati senza rinunciare a far rispettare sul suolo italiano/europeo certi diritti civili che noi diamo per scontati (piu' o meno in Italia, ma questa e' un'altra storia).

E allora che ne diresti di una moratoria finchè questi piccoli problemi pratici saranno risolti? Diciamo un centinanio di anni, poi ne riparliamo.

Si tratta quindi di cercare un (non facile) compromesso tra i giusti ideali ed i problemi pratici, anche tenendo conto che l'immigrazione non la si puo' certo fermare, al massimo possiamo cercare di governarla minimizzandone gli aspetti negativi.

Ma chi lo ha detto che non si puó fermare? O quantomeno ridurne sostanziosamente del dimensioni, come fanno pressochè tutti i paesi del mondo? Si governa sicuramente più facilmente un fenomeno di piccole dimensioni che uno di dimensioni enormi ed in parte sconosciute.

1. Non e' realistico pensare che gli immigrati possano cercare alcuni dei lavori meno qualificati che tipicamente svolgono a distanza. Per trovare un lavoro di colf a Milano devi stare a Milano, non in Ucraina.

Perchè mai? Cosa c'è di strano nello sviluppare un'agenzia di collocamento con filiali a Kiev, Leopoli, Odessa? Oltretutto una struttura sul posto potrebbe ad esempio controllare che l'aspirante colf non sia una pericolosa criminale in Ucraina, cosa che una famiglia milanese avrebbe molte maggiori difficoltà ad accertare.

2. Per fornire gli incentivi giusti alla legalita' sarebbe necessario regolarizzare chiunque trovi un lavoro (sufficientemente remunerativo) e rispetti certe norme di convivenza civile. Questo a prescindere da come sia entrato. Quindi niente sanatorie a singhiozzo ma un sistema di regolarizzazioni continuo. Il ragionamento e' semplice: molti immigrati fuggono da situazioni ben peggiori dell'essere passabili del reato di clandestinita' in Italia, quindi di per se' il reato di clandestivita' non mi sembra un grande disincentivo a venire. Se pero' non gli dai una possibilita' di regolarizzarsi trovando un lavoro onesto, perche' questi dovrebbero fare i muratori piuttosto che -- ad esempio -- gli spacciatori?

In questo punto sollevi una molteplicità di problemi a cui è impossibile rispondere sinteticamente. Per esempio ho l'impressione che tu confonda il concetto di lavoro "onesto" con quello di lavoro "regolare" (con assicurazione, salari contrattuali, contributi sociali etc.). In molti casi la domanda di lavoratori immigrati riguarda lavoro "nero": i costruttori ricercano lavoratori non assicurati e non vogliono pagare i contributi; se fossero in regola non li vorrebbero. Insomma per intenderci per me il modello "Rosarno" non è desiderabile e non va incoraggiato.

3. Ripeto, queste politiche andrebbero naturalmente concordate a livello europeo.

Per ora a livello europeo non c'è nulla del genere. Il trattato di Schengen prevede che se un extracomunitario arriva in Italia e poi si trasferisce in Danimarca, i Danesi lo rispediscono in Italia e questa deve prendersene cura. Da qui l'opportunità dei respingimenti alla frontiera.

4. L'Italia ha un accordo con la Libia per l'espulsione/respingimento dei clandestini. Numerose fonti confermano gravissime violazione dei diritti umani nei campi profughi della Libia. Si parla di schiavitu', tortura, stupri, esecuzioni. Lavarsene le mani e continuare a respingere immigrati verso la Libia e' complicita', ne' piu' ne' meno. Ma di questo molti in Italia non vogliono nemmeno sentir parlare (non so, non vedo, non mi interessa, non e' colpa mia).

 

Ho sentito anch'io di queste fonti. Ma se il problema è che la Libia non rispetta i diritti umani, non capisco perchè certi funzionari dell'ONU (es. Laura Boldrini http://it.wikipedia.org/wiki/Laura_Boldrini ) se la prende con l'Italia e non con la Libia. Ricordo che la Libia fa parte a pieno titolo dell'ONU ed è anche membro del consiglio per i diritti umani:  ( http://www.reuters.com/article/idUSTRE64C5DM20100513 ) possibile che nessuno degli altri membri abbia niente da dire?

6. Nello stesso minuto in cui parla del diritto di Ulisse, Vendola parla anche di diritto del suolo vs. diritto del sangue. Ha ragione da vendere, l'Italia mantiene una legislazione arcaica. Perche' un tizio, nipote di Italiani, che e' nato, vive, ha studiato e paga le tasse in Argentina, dovrebbe avere piu' diritto alla cittadinanza di chi sia nato in Italia figlio di extracomunitari regolari?

Anche questo punto non si presta ad una trattazione sommaria. Comunque riconosco che la legislazione che riconosce la cittadinanza italiana a chi ha anche solo un lontanissimo avo italiano è sbagliata. Il figlio di stranieri nato in Italia puó avere la cittadinanza, anche se non immediatamente e automaticamente come auspica Vendola.