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La riforma anti bamboccioni

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niente classico nelle bermuda (e chi lo ha nel mondo?), le superiori (ci sono due pubbliche e una privata) non hanno traccia di latino e greco, neanche la grammar school Saltus...ma contabilità si, quasi ragionieri insomma. però le elementari durano 6 anni.

niente classico nelle bermuda (e chi lo ha nel mondo?), le superiori (ci sono due pubbliche e una privata) non hanno traccia di latino e greco,

non mi stupisco che non si studino latino e greco alle bermuda ;-)

Discipline classiche in eu (temo che le informazioni non siano aggiornate). Pare che spalmarle ovunque rendendone l’insegnamento formale non sia una buona idea: l’esserne stata la culla non preserva la Grecia dalla inadeguatezza. Laddove sono centellinate, le cose funzionano meglio (in Germania, per esempio, dicono voci di corridoio)

Vi stupirete, ma in Europa si discute intorno al rinnovamento della didattica delle lingue classiche (le applicazioni del metodo Ørberg).

Se volete polemizzare, fatelo con chi denigra i licei (il liceo scientifico ha un ruolo assi maggiore del liceo classico in italia), celebra i tecnici e i professionali, MA poi manda i prorpi figli nei licei. Perché?

Ho sotto gli occhi l'esempio di un liceo scientifico e di un tecnico l'uno accanto all'atro: volete sapere dove si concentrano i ragazzi non italiani? e dove invece se ne contano due di numero?

Non è colpa del sistema, che non obbliga nessuno a scegliere una scuola e a scartarne un'altra.

Il livello della scuola lo dà anche, e in misura non irrilevante, il livello dell'utenza: questa peraltro è, in generale, la chiave esplicativa dell'eterogeneità italiana. Se il livello è alto, persino se la scuola non è granché, si avranno comunque diplomati migliori che laddove si iscrivono i peggiori. 

La scelta liceale o quella tecnica o quella professionale, a mio avviso, possono  tutte, ciascuna a modo suo, essere sostenute con validi argomenti. Se varia il livello anche degli indirizzi, non è colpa dell'offerta formativa (certe materie piuttosto che altre), ma delle scelte delle famiglie.

Il liceo classico raccoglie una percentuale bassa degli studenti: si può discutere di scuola senza neppure menzionarlo.

 

 

gli italiani rispetto agli altri europei e nordamericani completano meno anni di scuola e con risultati inferiori

 

Prima di promuovere o bocciare un sistema, sarebbe interessante guardare dentro ai dati: risultati omogenei? risultati pessimi ovunque? risultati estremamente eterogenei? davvero in italia non funziona da nessuna parte??

Poi bisognerebbe verificare se, rispetto al sistema che si vuole valutare in vista di successivi interventi riformatori, le criticità sono intrinseche o estrinseche o entrambe le cose.

Per quel poco che so, l’eterogeneità è la cifra caratterizzante dell’italia e non soltanto tra parti del paese (eppure il sistema è lo stesso, data la centralizzaizone), ma persino all’interno della medesima area: nel Mezzogiorno frequentare una scuola piuttosto che un’altra contigua può fare la differenza. Da qui bisogna partire, prima di intraprendere rivoluzioni dagli esiti incerti, oltre che dai tempi biblici. Sarebbero prudenti e saggi successivi piccoli aggiustamenti mirati e dagli esiti prevedibili.

 

Il liceo classico raccoglie una percentuale bassa degli studenti: si può discutere di scuola senza neppure menzionarlo.

Giusto per chiarire, il liceo classico copre più dell’8% degli iscritti, mentre lo scientifico il 25% a href="(cfr. tav 5 )

Dal riferimento che hai fornito sulla diffusione delle discipline classiche in Europa e da altre fonti pare che i principali paesi (Francia, Germania, UK, Spagna e USA) non abbiano scuole che prevedono a nessun livello l’insegnamento obbligatorio del latino, per non parlare del greco che praticamente non esiste (esagero?). La scelta del latino (scegliere greco è impossibile) in questi paesi è un atto volontario, probabilmente dettato da un interesse personale o dal fatto che rafforza la capacità di ragionamento e le soft skills (come bonus si dice che migliori la comprensione della grammatica danese e forse anche aiuti ad arrivare fino in fondo alla storia di Genji o addirittura a fronteggiare la deriva dei Veda). Se questo è vero, sono pochi, tra europei e americani, quelli che credono a queste capacità supposte, visto che le percentuali di coloro che scelgono il latino sono bassissime, e per il greco pari a zero (anche qui esagero?). Evidentemente queste materie sono percepite come prive di valore pratico aggiuntivo, e nemmeno segnaletico rispetto ad altre materie. Allora perché l’8% degli studenti italiani sceglie di dedicare una quota consistente allo studio di latino e greco? Eppoi quel 25% che per fare un po’ di matematica extra si deve sorbire pure il latino allo scientifico? Se non è per il valore pratico (visto che all’estero nessuno pare curarsene più di tanto), forse il latino e/o il greco segnalano qualcosa che evidentemente capiscono solo gli italiani. Le conseguenze mi sembrano ovvie, una montagna di ore passate in attività contemplativa con finalità solo segnaletica, peraltro a un costo non marginale a livello collettivo e individuale. Se nonostrante la zavorra dei classici chi può sceglie il liceo, allora il differenziale qualitativo tra liceo e gli altri istituti nelle altre materie deve essere proprio forte.  Allora commisserations per quel 70% di tredicenni che sceglie altro. 

Giusto per chiarire, il liceo classico copre più dell’8% degli iscritti, mentre lo scientifico il 25% (vedi tabella 1 ). È quindi molto elevato il numero di studenti che a 13 anni compra un pacchetto che prevede l’insegnamento abbondante di latino e greco, o solo latino, e questo non perché vi sia una diffusa aspirazione alla saggezza dei classici, ma per frequentare la migliore scuola sulla piazza, o anche per soddisfare la propria passione per le lettere, la matematica o le scienze.

Questo non significa che il vero posto dove bisogna intervenire è lo scientifico, riducendo il carico di materie umanistiche (ed eliminando la lingua latina, al massimo lasciando solo un po' di letteratura) magari dividendolo in 3 sottoindirizzi (uno più "matematico", con più matematica e fisica, uno con più spazio per le scienze, e uno più tecnologico), e lasciando il classico per quelli che volgliono approfondire i classici per qualche motivo?

Questo non significa che il vero posto dove bisogna intervenire è lo scientifico, riducendo il carico di materie umanistiche (ed eliminando la lingua latina, al massimo lasciando solo un po' di letteratura) magari dividendolo in 3 sottoindirizzi (uno più "matematico", con più matematica e fisica, uno con più spazio per le scienze, e uno più tecnologico), e lasciando il classico per quelli che volgliono approfondire i classici per qualche motivo?

 

Esiste, come ho già scritto, il liceo scientifico-tecnologico, dove non c’è traccia alcuna di latino.

La riduzione del latino nel corso scientifico tradizionale è prossima.

 

ed eliminando la lingua latina, al massimo lasciando solo un po' di letteratura

Invece, secondo me, uno studio della letteratura o cultura che escluda la lingua non ha alcun senso, questo sì avrebbe esclusivamente valore segnaletico: o si studia la lingua come si deve, mettendo in moto tutti i neuroni che la cosa comporta, o non si studia proprio la disciplina; non può esistere una via di mezzo. Purtroppo quest’ultima è quella di fatto troppo praticata: accade che laddove il latino non è caratterizzante, eppure ben presente dal punto di vista orario,  se ne trascini lo studio straccamente, questo sì è uno spreco.

Poi non ci si deve stupire del fatto che all’università dove è previsto l’esame di lingua latina (escluso naturalmente il corso che ne è marcatamente caratterizzato), fiocchino le richieste di eliminarlo dal piano di studi  e di sostituirlo con qualche esame stupidino. Questo in italia, dove il latino si studia a scuola e dove c’è un’infinità di corsi di laurea di area umanistica che non lo prevedono. Di sicuro in nessun corso di laurea dove sia previsto un esame di matematica nessuno si sognerebbe di chiederne la sostituzione, adducendo come motivazione che, avendo fatto il classico, di matematica ne ha fatta pochina.

 

Peraltro in italia, fortunamente (“italiano” non è necessariamente sinonimo di “stolido”), non è previsto lo studio della sola cultura classica. Al contrario può essere previsto lo studio della lingua soltanto nel biennio: questo accade, per esempio, nel liceo linguistico (ma in alcuni linguistici, almeno finora, lo studio del latino viene portato fino in quarta o in quinta); è evidente che è giustamente considerato propedeutico all’apprendimento delle lingue (se non vi pare che stimoli una riflessione sulla lingua, allora credete pure che vi è stato insegnato male).

 

 

La scelta del latino (scegliere greco è impossibile) in questi paesi è un atto volontario

Anche in italia. Nessuno a nessun livello è obbligato né sostanzialmente né formalmente a studiare latino o greco, cosa che peraltro, se fatta seriamente, comporta un certo impegno.

 

 

nonostante la zavorra dei classici

non è affatto una zavorra. Chi la considera una zavorra  per sé non può più far nulla (ma sarà stato costretto dopo la scuola dell’obbligo?), ma sarebbe nelle condizioni di non gravarne i propri figli: ne ha facoltà, sol che lo voglia.

 

L’offerta di indirizzi è varia, persino caotica tant’è che  sarà semplificata.

Ragioniamo del quadro attuale, ma è imminente una riforma che muove esattamente nella direzione che auspicate per il liceo scientifico, ma lascia intatto il liceo classico a cui, se lo vorrà, potrà continuare ad iscriversi quell’8% (per quanto perniciosi possano essere i diplomati al liceo classico, è una percentuale bassa per sprofondare l’italia nel baratro), mentre il restante 92% si rivolgerà altrove, come ha sempre fatto.

 

prevede l’insegnamento abbondante di latino e greco, o solo latino, e questo non perché vi sia una diffusa aspirazione alla saggezza dei classici,

non aspira alla “saggezza dei classici”, che non so bene che cosa sia, ma a frequentare una certa scuola, di consolidata tradizione,  dove si impartiscono certi insegnamenti da cui ritiene di trarre dei benefici sotto diversi profili (metodo, rigore, capacità di analisi, contenuti). Questo vale per tutti, per qualcuno poi è coerentemente propedeutico al corso di studi successivi (classici ovviamente, ma non solo). Qualcuno dopo averla frequentata è pure contento, pur lamentandone delle criticità. Nessuno è obbligato ad iscrivervisi. Altri indirizzi offrono altre opportunità, basta coglierle.

 

 

Un tredicenne con il bernoccolo per la tecnologia, cosa deve fare? Può scegliere tra istituto tecnico industriale e liceo scientifico, ma se sceglie il primo, si è autocondannato a fare l’underdog, se sceglie il liceo, non vedrà molta tecnologia.

Può assecondare la sua vocazione. Al liceo scientifico tradizionale non ne troverà traccia: farebbe meglio a tenersi alla larga. Ma avrà l’imbarazzo della scelta: potrà scegliere il liceo scientifico-tecnologico dove non dovrà sorbirsi neppure un minuto rosa/ae. Ma soprattutto potrà scegliere tra un’ampia gamma di istituti.

 

Uno che aspira alla chimica e alla biologia, è messo peggio, perché la scelta è tra lo scientifico e un istituto agrario.

L’aspirante chimico, se davvero ha riconosciuto una vocazione precoce, dovrebbe evitare il liceo scientifico (non ce l’ho con il liceo scientifico: può essere un’ottima scelta come tutte le altre), come il suo collega sopra, e optare per un istituto che lo farà diventare perito in chimica o in chimica, materiali e biotecnologie: ce ne sono di ottimo livello, vi si studia chimica in dosi davvero massicce - basta guardare il quadro orario -, tanto da essere molto molto più sbilanciato del liceo classico, ed è articolati in più indirizzi (ce n’è per tutti i gusti).  L’aspirante chef potrà frequentare l’alberghiero ecc..

 

 

Le conseguenze mi sembrano ovvie, una montagna di ore passate in attività contemplativa con finalità solo segnaletica,

un genitore laureato in due casi su tre manderà il figlio al liceo,

Le due affermazioni appaiate sembrano corroborare l'idea dell’insipienza del laureato italiano…

Oppure si deve ritenere che quella tra le due che è incontestabile, in quanto fondata su un dato, sconfessi l’altra: l’esperienza liceale del genitore non deve essere stata del tutto sterile.

 

C’è un’idea di fondo, che ho ritrovato anche in altri commenti, che mi trova in totale disaccordo, cioè che il valore della scuola debba essere immediatamente monetizzabile: si tratta di un’immagine riduttiva della scuola. Non mi si ricordino i costi, ne sono consapevole. I soldi si possono sprecare o investire.

Nulla si impara una volta per tutte. E poi la scuola deve avere un respiro ampio. Anche i critici dello studio che non fa batter cassa all’indomani del diploma dovrebbero domandarsi come sono diventati quello che sono (e spero e credo che siano persone prima che professionisti).